Una lettera da Londra sul caso Charlie

Un medico londinese ci scrive i suoi pensieri sul caso di Charlie Gard. Una vicenda che ci ha resi consapevoli di una maggior necessità di comunicazione tra medico, paziente e opinione pubblica

Premetto che non conosco in prima persona il caso di Carlie Gard, né sono specializzata in neonatologia; tuttavia, da medico, non posso non sentirmi interpellata da questa vicenda.

Credo che sia ingiusto affermare che i medici che hanno trattato questo caso abbiano perso di vista il lato umano. I medici del Great Ormond Street Hospital, a mio avviso, hanno preso molto seriamente il loro dovere di aver cura del bambino. Forse si potrebbe discutere sul fatto che, se avessero semplicemente assecondato i desideri dei genitori – cosa che sarebbe potuta apparire come la strada più semplice – non si sarebbe arrivati all’intervento della Corte. Ma, proprio a causa del loro impegno a fare il meglio per il bambino, si sono trovati ad essere al centro dei giudizi del mondo intero; mentre l’accanimento giudiziario e mediatico si è prolungato, prolungando anche le sofferenze del bambino e dei genitori. Allo stesso modo, si potrebbe mettere in discussione il comportamento del medico americano: che ha sì prima offerto delle terapie, ma poi non ha esaminato il bimbo e le sue cartelle cliniche per accertarsi se realmente tale terapia avrebbe potuto essere un’opzione percorribile.

La morte di un bambino è sempre molto triste, ed il nostro pensiero va alla famiglia ed agli amici. Il provvedere l’appropriata cura palliativa ai bambini ed un continuo supporto alle loro famiglie è un’area della medicina importante e delicata.  Io credo che in tanti pensino che il bimbo e la sua famiglia sia stati trascurati. Per mesi sono state fatte le cure necessarie e si è agito in maniera attiva, quando i suoi medici ed altri esperti indipendenti erano del parere che ciò non fosse nel suo miglior interesse. In futuro è necessario che si trovino modi migliori e più rapidi onde poter ottenere un accordo generale tra tutti coloro che sono coinvolti. Per evitare che quello che dovrebbe essere un dolore privato si trasformi, come in questo caso, in una triste e dolorosa vicenda pubblica, conseguenza di un guasto nella comunicazione.

Credo che la principale eredità che ci ha lasciato il caso di Charlie si il renderci ancora più coscienti dell’importanza del mantenere una buona comunicazione tra pazienti, parenti e medici. 

Jane Scullion

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