Lettera da Iwo Jima

Se con Flags of our fathers Clint Eastwood aveva portato sullo schermo la sanguinosa battaglia di Iwo Jima vista dalla parte degli americani, con Lettere da Iwo Jima lo stesso episodio è raccontato dal punto di vista dei giapponesi. Un dittico monumentale e ambizioso per parlare di guerra ma, soprattutto, delle persone che le combattono, che il regista americano affronta con un’energia e una passione non comune in un settantasettenne. Anche in questo caso, forse ancor di più del precedente, Clint Eastwood preferisce lasciare sullo sfondo l’evento bellico in sé per concentrarsi sugli uomini di fronte alla barbarie. Il risultato è un film bellissimo, intenso e partecipato in cui la dimensione umana diventa allo stesso tempo espediente narrativo e chiave di lettura, per raccontare l’inumanità della guerra al di fuori da ogni retorica pacifista o assunto di principio. D’altronde il pulpito è tale – Clint Eastwood non può certo essere de- finito un progressista – da far sì che il messaggio antimilitarista, evidente e ineludibile nella sua essenzialità, arrivi dritto alle coscienze, spogliato da ogni altra considerazione che non sia il rispetto dell’essere umano. Le lettere del titolo sono quelle dei soldati, americani e giapponesi, alle loro famiglie e viceversa. Appaiono del tutto uguali, nel tono e nel contenuto, indipendentemente dalla sponda del Pacifico cui arrivano o sono destinate, a dimostrare la sostanziale uguaglianza degli uomini anche quando devono essere considerati nemici sanguinari. Se questa consapevolezza fosse più radicata, forse scatenare le guerre apparirebbero più assurde di quando non lo siano ora. Un film straordinario anche per la sua anticonvenzionalità, perché Hollywood non usa celebrare i propri nemici (né vecchi, né nuovi) e questa sorta di onore delle armi, di questi tempi, poi, non fa che aumentare il tasso di eccezionalità del lavoro di Eastwood. Non rimane che sottolineare lo straordinario senso estetico dell’opera, dovuta in gran parte alla splendida fotografia di Tom Stern giocata su co- lori talmente denaturati da sfiorare il bianco e nero e alla curatissima ricostruzione ambientale. Ottima la scelta di non doppiare il film (che è distribuito sottotitolato) per rendere ancora più realistico il racconto. Alla soglia dei suoi ottanta anni, Clint Eastwood è ancora in grado di stupire per la sua voglia di andare oltre e guardare laddove colleghi meno attempati non si sognerebbero neppure di sbirciare. Regia di Clint Eastwood; con Kazunari Ninomiya, Hiroshi Watanabe, Ken Watanabe.

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