Le Turchie che aspettano il papa

Ci sono dei Paesi nei quali non ci si tornerebbe neanche dipinti: si sa già quel che vi succede. Altri, invece, attirano per un non so che di vivo, di paradossale pure, che in qualche modo ne tradisce l’intimo travaglio, assieme alle grandi potenzialità. Così è della Turchia, attirata dall’Europa e radicata in Asia, laica e musulmana nel contempo, con una popolazione giovane e una tradizione antichissima, con un’economia a tratti arretrata ma assai dinamica nelle sue iniziative imprenditoriali. E così capito a Istanbul nel momento della fine del Ramadan e all’inizio del Bayram, festa per tutti i turchi, laici o religiosi che siano. Il contrasto tra la Turchia laica e quella musulmana è più evidente che mai. Può far paura, la Turchia del 2006. Ed è proprio questo paradossale Paese che aspetta la visita di Benedetto XVI, tra il 28 novembre e il primo dicembre. Un viaggio che appare oltremodo complesso, perché non si tratta di una missione tra le tante, ma almeno di quattro diverse visite in una: al Patriarcato ecumenico e alle altre Chiese cristiane; alla Chiesa cattolica che è in Turchia; al popolo musulmano; e infine allo Stato laico. Un piccolo gregge Certamente è la visita meno problematica, quella che vedrà Benedetto XVI abbracciare la sparuta comunità cattolica presente in Turchia, poche decine di migliaia di persone in tutto. Una comunità che – anche dopo le recenti aggressioni ad alcuni suoi ministri, culminate nell’assassinio di don Santoro, caso recentemente chiuso forse con un po’ di fretta con la condanna a 18 anni di carcere del sedicenne che l’ha ucciso – ha bisogno di essere sostenuta, incoraggiata, invitata a mantenere le posizioni, non certo per ingaggiare un braccio di ferro con Stato e popolo, ma per essere testimonianza di fede e di amore, piccolo gregge cristiano. Mons. Louis Pelâtre è il vicario apostolico per i latini a Istanbul. Da una vita è sulle rive del Bosforo. Amato da tutti per la sua proverbiale delicatezza e la sincera amicizia, ha una visione delle cose ben stagliata. Non mi aspetto nulla da questa visita – esordisce sorprendentemente -: è il miglior modo per prepararsi a una missione difficile. Innanzitutto Benedetto XVI viene in Turchia per incontrare la Chiesa cattolica e il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Troverà una comunità piccola e per certi versi sulla difensi- va, ma anche aperta, convinta che il cristiano non debba chiudere le porte a nessuno. L’aspetto ecumenico sarà predominante? Con il Fanar ci sarà una dichiarazione comune. Nessuno mi impedisce di sognare, dopo che papa Wojtyla, in visita nel 1979, disse che si era ad un punto tale nelle relazioni ecumeniche che non ci si doveva più chiedere se l’unità piena tra cattolici e ortodossi era possibile, ma se sussistevano ancora ragioni per non farla!. Mons. Pelâtre non nasconde la sua passione per l’unità: È una vita che lavoro per questo: è nei geni della Chiesa che è in Turchia! Ma bisogna considerare che ci sono fattori culturali assai importanti di cui tener conto. E non dobbiamo dimenticare che la potenza della Chiesa cattolica fa paura ad una ortodossia che fatica a trovare la sua unità. Dobbiamo mostrare che il potere della Chiesa cattolica è spirituale e non temporale. C’è pure l’incognita dell’incontro con lo Stato laico e col popolo musulmano. Non sarà facile – riprende mons. Pelâtre -, ma credo che l’eco della vicenda di Ratisbona verrà dimenticato. Benedetto XVI compirà ad Ankara due atti di umiltà, nei confronti dello Stato laico (l’omaggio al mausoleo di Atatürk) e del mondo musulmano (la visita al segretario per gli affari religiosi, quell’Ali Bardokoglu che tanto lo aveva criticato all’indomani di Ratisbona). Più difficile sarà dimenticare le dichiarazioni dell’allora card. Ratzinger, contrario all’ingresso della Turchia nell’Unione europea? Senza dubbio – risponde -. Noi cattolici non abbiamo preso posizione ufficialmente (contrariamente a quanto hanno fatto Bartolomeo I per i greco-ortodossi e Mesrob II per gli armeno-apostolici), ma siamo favorevoli all’ingresso che porterebbe a una più grande libertà religiosa. Ci sono tanti argomenti a favore: storici, economici, religiosi… E come dimenticare che la Turchia è un pon- te, e che una grande parte dei Turchi guarda all’Europa, non all’Asia? Amo i turchi, e vedo che la tradizione ottomana ha degli elementi importanti di tolleranza. Ottimista? Credo e spero che i gesti e i discorsi di Benedetto XVI creeranno un clima favorevole a un vero incontro col popolo turco, anche se la gente sarà tenuta lontana dal papa. Due personalità ecumeniche Parrocchia greco-ortodossa di Santa Maria. Qui incontro l’incaricato per le pubbliche relazioni del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, padre Dositheos Anagnostopulos, che ha la responsabilità anche di questa parrocchia, situata in un quartiere popolare della città, Kurtulus. È impegnato nell’accogliere i suoi parrocchiani, ma anche nel dare ospitalità ad alcuni africani sbarcati chissà da dove. Il tè, come sempre da queste parti scioglie le lingue e unisce i cuori. Il patriarca ecumenico Bartolomeo I accoglierà papa Benedetto XVI come suo fratello più anziano, secondo quella gerarchia stabilita nei rapporti tra le due Chiese prima del 1054. Che risultati si aspetta? La visita darà un contributo importante nel dialogo dell’amore tra cattolici e ortodossi. Il fatto che le due Chiese discutano sui problemi che accumulati in 950 anni è dovuto al lavoro e ai seri tentativi bilaterali degli ultimi quarant’anni; malgrado le difficoltà, possiamo dire con certezza che si sono fatti dei passi in avanti pieni di speranza. Un augurio? Che lo Spirito Santo ci guidi per arrivare alla piena unità di fede, come dice una preghiera ortodossa . Al Fanar, l’angusta sede del patriarcato ecumenico sul Corno d’oro, incontro invece un prelato dal nome evocativo: Athenagoras, grande archimandrita di San Giorgio. Accogliente e affabile, mi confida la sua opinione sulla visita di Benedetto XVI: Sarà un momento importante per tutto il patriarcato, specialmente per il movimento ecumenico, perché il patriarca Bartolomeo I da sempre ha grandi obiettivi per l’unità piena e visibile tra le Chiese cristiane, in particolare tra ortodossi e cattolici, come d’altra parte anche Benedetto XVI. Penso che queste due personalità sapranno parlarsi e accordarsi . La festa dopo il digiuno È ancora nel periodo di digiuno per il Ramadan che incontro il vicepresidente dell’Associazione dei giornalisti e scrittori turchi, Cemal Ussak. Come primo gesto mi mostra dalla sua finestra la vicina abitazione dove Benedetto XVI soggiornerà a Istanbul: Questa visita sarà importante sia per la Turchia che per il papa – mi dice Ussak -. Per la Turchia, perché noi dobbiamo imparare a vivere in Europa. Per il papa, perché in questa sua prima visita in un Paese musulmano forse capirà meglio come comportarsi con l’Islam, e quanto i veri musulmani non siano contro il cristianesimo. L’eco delle parole di Ratisbona è ancora forte? Ussak risponde sereno e chiaro: Non si può dire che sia sparito, anche se le ultime dichiarazioni gettano acqua sul fuoco. Il popolo turco ha considerato tali parole poco benevole nei confronti dell’Islam e della nazione. E si afferma che il papa abbia parlato dimenticando di essere il sommo pontefice… Dice un proverbio turco: Se qualcuno ha una corona, sempre più s’identifica con essa: le cose miglioreranno. Ussak introduce un ulteriore elemento di discussione: Benedetto XVI sta cercando di inserire il dialogo interreligioso in quello interculturale. Bisogna dargli ragione: ogni fede vive in un’atmosfera culturale unica; ma il dialogo culturale è infinito, mentre quello religioso ha limiti precisi, che permettono di andare avanti. I due dialoghi vanno integrati. E conclude: Giovanni Paolo II ha manifestato il suo amore ai musulmani. Spero che Benedetto XVI faccia altrettanto. La rottura del Ramadan la vivo invece in una delle tante periferie di Istanbul, in un dignitoso contesto bucolico. Sono nella famiglia di un sufi, Bülent, avvocato. Nella semplicità familiare mi fa conoscere la proverbiale accoglienza dei turchi. Per me suona il nyl, lo strumento a fiato tipico delle confraternite sufi, spiegandomi quanto questi gruppi siano malvisti dalla laicità à la turque, che spesso diventa laicismo senza ragione, precisa. E spiega: Lo Stato repubblicano non capisce ancora che l’elemento religioso non minaccia l’unità nazionale, ma anzi ne è un necessario collante. Il governo Erdogan pare avviato sulla buona direzione, ma è visto con diffidenza dall’apparato statale. La visita del papa potrà forse rafforzare chi vede la religione come complementare alla laicità dello Stato. Fervente religioso, dunque, è Bülent: sua moglie porta il velo per scelta personale e spirituale: è un elemento religioso solo se viene indossato spontaneamente. A me questo papa piace, perché mi sembra molto spirituale. Certo, a tanti non piace qui in Turchia…. L’indomani, primo giorno del Bayram (tre giorni di festa), mi reco alla moschea di Eyüp, sul Corno d’oro. Eyüp Ensari, cioè l’alfiere del Profeta, accanto al quale nei secoli ricchi e meno ricchi si sono fatti seppellire per procacciarsi una migliore ammissibilità al Paradiso. Nel cortile, fresco e gioioso, c’è marmo bianco ovunque, salvo sulla tomba di Eyüp, coloratissima per le piastrelle di ceramica di Iznik: un tocco di civettuola bellezza in un ambiente austero. Sembra di passeggiare in una Turchia sconosciuta: sono una rarità le donne velate e gli uomini in sottana votiva invece abbondano. Le bancarelle come a Lourdes o Loreto vendono rosari, libri sacri e unguenti miracolosi. Dinanzi alla tomba l’intensità della preghiera si materializza, si solidifica e si appropria di ogni superficie che permette di prosternarsi. Un imam mi apostrofa perché scatto foto. Inizio con lui una conversazione sulla preghiera. Mi chiede: Anche i cristiani pregano? Anche il papa?. Alla mia risposta affermativa mi abbraccia e mi regala un rosarietto verde pisello. La visita allo stato e al popolo Manifestazione all’Istiklal Caddesi, lo struscio di Istanbul. Un partito laicista di sinistra, l’atatürkiano Chp, invoca una Turchia- turca e critica la visita del papa. Parte da un capo dell’affollatissima via pedonale gridando slogan antieuropei, portando a spasso un’enorme bandiera turca. La gente guarda, applaude, distoglie lo sguardo; le donne velate girano l’angolo. Accelero il passo e mi trovo a sbattere all’altro capo dell’Istiklal contro un muro blu. Polis, polizia. Sguardi truci, tenute antisommossa, mitra lucidissimi che fanno capolino sotto i giubbotti antiproiettile. Qui si fa sul serio. Non succederà nulla, sembra dire la tranquillità della gente, tanto più che la polizia protegge gli incolpevoli spettatori della manife- stazione dalla ventina di manifestanti, ma soprattutto i manifestanti da ogni possibile aggressione dei passanti. Questo episodio può forse spiegare una delle principali contraddizioni della Turchia del 2006: l’avere uno stato laico atatürkiano e una forte presenza religiosa. Che si confrontano, ancora senza scontrarsi, per la presenza di forze dell’ordine assai potenti. Parlo di questa manifestazione con due ragazzi e due ragazze che incontro in un bar dell’Istiklal. Due di loro parlano italiano, e così si tesse un lungo dialogo che mi mostra una Turchia giovanissima e risoluta. Si parla di tutto, anche del genocidio degli armeni, anche del premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, della questione curda e del rispetto dei diritti umani. Mi dice ad esempio Bahar, studentessa di lettere: La legge francese che punisce chi nega il genocidio degli armeni è assurda, è un atto illiberale e politico che colpisce la Turchia. È il laicismo francese che perde la testa. Tuttavia l’entrata in Europa ci aiuterà a superare questi blocchi culturali che ancora ci affliggono. Prendiamo il caso Pamuk: anche questa attribuzione è politica; tuttavia nel romanzo Il suo nome è rosso egli interpreta bene la situazione della Turchia, in cui le tradizioni tornano a galla in parallelo con l’occidentalizzazione del Paese Denir è invece ateo e marxista, e ci tiene a dirlo: Non sono certo religioso, ma posso affermare che il discorso di Ratisbona mi ha messo a disagio. Che venga però Benedetto XVI in Turchia! Bisogna dimostrare che il Paese è accogliente. Questo sarà forse un passo decisivo per l’entrata nella Ue, che però si sta riducendo ad un club di liberisti sfrenati, senza una base culturale comune. La Turchia non ha bisogno di quest’Europa, può farcela da sola. E questo non lo dico per un rigurgito di imperialismo . Mehmet Can, invece, religioso lo è, nonostante vesta alla moda. Mi sembra invece importante raggiungere l’Europa, perché è giusto dimostrare che anche un Paese musulmano può farvi parte. Che venga il papa, per dimostrare che rispetta l’Islam, anche se la gente in gran parte non capirà. Così dimostreremo di saper accogliere tutti. Qui serve libertà, che non è incompatibile con la religione . Nil, infine, pare una Barbie, ma ha un pensiero chiaro: Il problema turco sta nel sistema educativo, troppo nozionistico e poco aperto alla discussione.Ma ci stiamo arrivando, la Turchia è una grande nazione . Turchia plurale Songül è giornalista a La Repubblica, quotidiano di sinistra. Le sue parole mi sembrano sintetizzare quanto ho colto in questo viaggio nella Turchia che accoglie il papa: Non esiste una sola Turchia – mi spiega -, ma tante. Penso che i fondamentalisti facciano la voce grossa e si atteggino a difensori dell’Islam contro la cristianità, mentre all’opposto lo stato laico s’arrocca su posizioni antiromane. Ritengo invece che ci sia in Turchia una maggioranza silenziosa che la pensa diversamente, accogliente e tollerante, che vuole l’Europa e desidera la libertà di pensiero, con prudenza. La minestra riscaldata dello scontro di civiltà serve a tanti, sia in Occidente che in Oriente, per nascondere la realtà di una ineluttabile globalizzazione. Dobbiamo integrarci perché già siamo integrati. Anche Mustafa Akyol, opinionista che scrive su vari quotidiani turchi, musulmano praticante e spirito libero, ha parole di buon senso: Sono contento che la Turchia accolga il papa, perché in un’epoca in cui si accusa l’Islam di ogni violenza e di ogni atto di terrorismo si potrà dimostrare che l’Islam non è fanatismo, ma tolleranza. E noi turchi potremo capire che l’accoglienza, di cui abbiamo una lunga tradizione, è la via che ci porterà in Europa, alla libertà e alla pace. Insomma, quel che anche il lettore avrà capito è che il papa non incontrerà la Turchia ma le Turchie.

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