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Italia > Dibattiti

Le donne e la nuova legge elettorale

di Angela Grassi

- Fonte: Città Nuova

La nuova legge elettorale tutela la parità di genere? Una riflessione nell’80esimo anniversario del voto alle donne e dell’accesso alle cariche elettive senza distinzione di sesso

Aula di Montecitorio ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, il Parlamento discute una nuova legge elettorale che riapre una questione tutt’altro che risolta: come garantire una rappresentanza femminile effettiva nelle istituzioni democratiche?

La riforma della legge elettorale approvata alla Camera il 16 luglio 2026 è stata incardinata in Commissione Affari Costituzionali del Senato il 21 luglio 2026 dove inizierà l’esame il più rapidamente possibile, prima della pausa estiva per il centro destra, con il tempo necessario per l’approfondimento come richiesto dai partiti delle opposizioni.

Se da una parte il nodo sulle preferenze ha occupato e infiammato gran parte del dibattito politico sulla riforma della legge elettorale, dall’altra il tema della parità di genere per i candidati ha messo in moto rilevanti iniziative da parte di donne impegnate in politica e nelle associazioni imponendosi come argomento di stringente attualità.

Sia l’emendamento sulle preferenze che il subemendamento proposto per garantire equilibrio di parità di genere per i candidati sono stati bocciati alla Camera.

«Nel dibattito alla Camera sulla legge elettorale ho posto la questione di come la legge potesse aiutare a eleggere più donne – dichiara l’on. Elena Bonetti presidente di Azione ed esponente del cattolicesimo democratico –. Ho presentato un emendamento sostenuto da tutte le opposizioni per aumentare la percentuale di donne capolista e nel premio di maggioranza, portandola al 50% e insieme a parlamentari di forze politiche diverse, abbiamo promosso un appello. Purtroppo, la maggioranza non ha voluto approvare l’emendamento per alzare la quota di donne capolista, ma la bocciatura alla Camera dell’emendamento sulle preferenze è stata un successo per le donne. La partita non è chiusa, ma il Parlamento ha evitato di fare un passo indietro sulla rappresentanza delle donne. Adesso il confronto si sposta al Senato e sarà importante che quella consapevolezza non venga meno, perché la legge tornerà poi alla Camera».

Di diverso avviso sulle modalità di partecipazione delle donne in politica è Silvia Costa già europarlamentare PD che, insieme ad altre donne di ispirazione cattolico democratica, in primis Monica Canalis consigliere regionale del Piemonte, ha lanciato un appello firmato da oltre 100 donne impegnate nelle istituzioni, negli enti locali, in politica e in associazioni.

«Abbiamo preso la parola – dichiara Silvia Costa – dopo aver rilevato la incongruità, proprio mentre celebriamo gli 80 anni del primo voto delle donne italiane, tra il crescente astensionismo delle donne nelle ultime tornate elettorali e anche il calo delle elette e la occasione persa da questa proposta di legge di restituire potere e libertà di scelta agli elettori offrendo solo liste bloccate nei collegi plurinominali e nel listino proporzionale. Riteniamo invece che, se si rispettano regole sulla trasparenza delle spese elettorali, della doppia preferenza di genere, delle liste con l’alternanza uomo donna e naturalmente con un equilibrio di genere tra i capolista (giusta la richiesta del 50% rispetto all’attuale 40/60 e al silenzio della Pdl) le preferenze sono una possibilità anche per essere messe in lista per molte donne che spesso hanno più consenso fuori che potere dentro i partiti. E’ la storia di molte di noi !. Il nostro appello è nato anche in risposta al documento firmato da donne parlamentari trasversali, tra cui amiche che stimo, che si pronunciavano in generale contro le preferenze come ‘nemiche delle donne’».

Nell’80esimo anniversario del voto alle donne e dell’accesso alle cariche elettive senza distinzione di sesso, la riforma della legge elettorale può essere l’occasione per una riflessione sull’attuazione dell’art. 51 della Costituzione che affida alla Repubblica il compito di promuovere le pari opportunità tra uomini e donne nell’elezione al Parlamento e nelle amministrazioni locali.

«Promuovere significa costruire regole che allarghino le opportunità, non che le restringano – continua l’on Elena Bonetti – Il mio intervento sulla riforma della legge elettorale muove da un principio molto semplice: una legge elettorale va giudicata anche per gli effetti che produce sulla qualità della nostra democrazia. Ogni volta che si affronta questo tema qualcuno dice: ‘Le donne sono capaci’. Certo che lo sono. Ma il punto non è dimostrare il valore delle donne: è metterle nelle condizioni di competere davvero alla pari. È questo il significato più profondo dell’articolo 51 della Costituzione».

La nuova legge elettorale, cd. Stabilicum, mira a sostituire l’attuale Rosatellum introducendo una attribuzione di seggi con il sistema proporzionale e prevedendo liste bloccate sia nei collegi plurinominali di partito o di coalizione (con un massimo di 6 candidati) – che sostituiscono quelli uninominali – sia nelle liste proporzionali, sempre basate su accordi interni delle coalizioni, e a cui si attribuirà il premio di maggioranza previsto se si supera il 42%:  70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione o alla lista vincitrice, sia pure con un tetto di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Non è previsto il voto di preferenza.

Dire no alle preferenze per l’on. Bonetti non vuol dire «essere contrarie alla possibilità per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti, che è un’esigenza giusta, ma perché tra tutti i possibili strumenti, quello delle preferenze, nei fatti, penalizza maggiormente l’elezione delle donne. Non lo dico io: lo dicono i dati e lo dimostra anche l’esperienza italiana. La competizione sulle preferenze premia la notorietà personale, le reti di potere, la disponibilità di risorse economiche. E proprio su questi terreni le donne partono mediamente più svantaggiate degli uomini. Se riconosciamo che nel nostro Paese esistono ancora un divario salariale e un divario di potere, allora non possiamo far finta che quei divari scompaiano il giorno delle elezioni».

«In presenza di  un dilagante metodo della cooptazione dall’alto delle candidature anche femminili, – continua Silvia Costa – premiando spesso la fedeltà al capo (o alla capa) piuttosto che la capacità, competenza e rappresentatività sociale, crediamo  che sia invece preferibile  un sistema elettorale che unisca l’ampliamento della libertà di scelta dell’elettore, la competizione tra candidati/e insieme alla legittima indicazione da parte delle segreterie dei partiti di candidati da garantire per il loro valore specifico e interesse politico. Inoltre, le donne, se messe in condizione di leale competizione, non hanno paura delle preferenze ma dobbiamo soprattutto noi donne farci carico della domanda latente o esplicita che viene in particolare dall’elettorato femminile di essere più ascoltate, rappresentate anche nel pluralismo delle loro convinzioni, condizioni sociali, competenze».

Le firmatarie dell’appello citato da Silvia Costa invitano i loro partiti di riferimento (Pd e le opposizioni), a proporre un sistema elettorale che possa rispondere alle sfide attuali della democrazia italiana: collegi uninominali più piccoli con primarie per la scelta dei candidati, preferenze e alternanza uomo donna nei listini proporzionali, ma anche ballottaggio di collegio tra candidati o coalizioni.

Infatti, anche la Bonetti concorda sul fatto che «esistono molte strade per rafforzare il rapporto tra cittadini ed eletti: collegi uninominali, listini corti, primarie, meccanismi di selezione più trasparenti»; tuttavia sostiene che «le preferenze non sono l’unica soluzione possibile e non possono diventare la scelta che sacrifica la rappresentanza femminile».

Il dibattito, pertanto, non riguarda semplicemente le preferenze, ma il modo migliore per conciliare due esigenze costituzionali: la libertà di scelta degli elettori e l’effettiva parità di accesso delle donne alle cariche rappresentative.

Dal 1946 a oggi la presenza femminile nelle assemblee elettive è cresciuta grazie a una combinazione di evoluzione culturale e interventi normativi, dalle quote di genere alle regole sulla composizione delle liste. La questione è se la nuova legge consolidi questo percorso oppure rischi di interromperlo.

La modalità di scelta dei candidati, che dalle elezioni politiche del 2006 avviene con liste bloccate, pone dopo 20 anni un problema di qualità della democrazia e legittimità della rappresentanza che travalica il tema della rappresentanza di genere. La domanda che ci si pone è se la debolezza di credibilità delle istituzioni parlamentari non sia sta acuita dall’ avere delle assemblee di nominati.

Per Silvia Costa «La risposta alla sfiducia verso la politica e le istituzioni in particolare delle donne non si colloca solo nella legge elettorale ma deve essere più profonda e articolata. La capacità di ascolto, di proposta condivisa, di alta mediazione, di ricucitura del tessuto sociale è sempre stata una specifica e preziosa capacità delle donne che oggi trova difficoltà ad esprimersi e ad essere riconosciuta come necessaria ed autorevole. Possiamo, dobbiamo ricominciare da qui».

«Io sono madre di una figlia e di un figlio – conclude l’on. Elena Bonetti – Non accetto che mia figlia debba lottare per ottenere quello che a suo fratello è garantito di diritto. Noi continueremo a lavorare con le alleanze trasversali tra donne perché il Parlamento tenga fede a quel mandato che la Costituzione gli affida: promuovere davvero le pari opportunità, non limitarsi a dichiararle».

Nel 1946 le italiane conquistarono il diritto di votare e di essere elette. Ottant’anni dopo, non è più in discussione la loro presenza nella vita politica, ma la qualità e l’effettività di quella presenza. Per questo il dibattito sulla legge elettorale va oltre una disputa tecnica sulle preferenze o sui listini: riguarda il modello di democrazia che il Paese intende costruire e il posto che le donne vi potranno occupare nei prossimi decenni.

Alcuni concetti chiave 

Il quadro normativo attuale sulla parità di genere nelle elezioni

La legislazione italiana promuove l’equilibrio di genere sulla base dell’articolo 51 della Costituzione. I meccanismi variano a seconda del tipo di elezione:

  • Elezioni Politiche Nazionali (Legge “Rosatellum”, L. 165/2017):
    • Quote di genere nei listini: Nei listini plurinominali i candidati devono essere collocati in ordine alternato di genere.
    • Tetti nazionali: A livello nazionale, nessuno dei due generi può superare il 60% dei capilista nei collegi plurinominali o il 60% dei candidati totali nei collegi uninominali.
  • Elezioni Europee (L. 65/2014):
    • Tripla preferenza di genere: Si possono esprimere fino a tre preferenze, ma se se ne scelgono tre, devono essere presenti candidati di entrambi i sessi (pena l’annullamento della terza preferenza.
  • Elezioni Regionali e Comunali (L. 20/2016 e L. 215/2012):
    • Doppia preferenza di genere: Nei comuni sopra i 5.000 abitanti e nei consigli regionali è possibile esprimere due preferenze per candidati di genere diverso dello stesso partito.

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