Latte e mercato

La protesta dei pastori sardi rimette al centro la questione della tipologia dell’intervento pubblico in un sistema di economia avanzata

Per nostra fortuna viviamo in economia di mercato, quella che ha permesso lo sviluppo degli ultimi due secoli, rivelandosi più vicina alla voglia di libertà dell’essere umano della economia pianificata che si è praticata per decenni in un terzo del pianeta.

L’economia di mercato prevede che ciascuno produca beni per sé e per venderli ad altri nella quantità da essi richiesta, ricavandone un profitto che gli permetterà di acquistare i prodotti altrui che gli sono necessari: lo scambio di beni avverrà in base a prezzi che si formeranno in funzione dell’equilibrio tra le quantità in vendita e quelle richieste: una domanda più alta dell’offerta farà crescere il prezzo, una domanda più bassa lo farà diminuire.

Quando la domanda è più alta, chi produce godrà di maggiori ricavi e sarà portato a cercarne di ulteriori aumentando la produzione, dovrà però fare attenzione a non superare la domanda e far crollare il prezzo.

Quando invece come nel caso del formaggio pecorino sardo l’offerta è più alta, ed il prezzo crolla al di sotto dei costi di produzione, occorrerebbe ridurre l’offerta per far tornare il prezzo almeno al di sopra dei costi; per non ridurre però la produzione del latte che ne è la materia prima, occorrerebbe aprire nuovi mercati o inventare nuovi derivati dal latte di pecora;  costringere invece i pastori ad accettare un prezzo del latte che assorba il crollo del prezzo del formaggio,  significa creare le rivolte del presente, una situazione per di più complicata dal fatto che parte del pecorino viene prodotto proprio dalle cooperative dei pastori.

Quanto il mercato possa essere crudele lo sanno i Paesi produttori di petrolio, soprattutto quelli più poveri che si basano su quegli introiti per finanziare le loro scuole ed ospedali:  quando di petrolio se ne è prodotto troppo, ad esempio quando è entrata nel mercato la produzione degli Stati Uniti che prima erano importatori,  il prezzo è arrivato a dimezzarsi, obbligando tutti i produttori  a contenere le esportazioni perché il prezzo tornasse a salire: per le leggi del mercato, era proprio quel po’ di produzione in più a ridurre l’introito del paese.

Senza nuovi sbocchi, la stessa logica vale anche per i pastori sardi: ridurre la produzione per essi significherebbe ridurre il numero delle pecore e con esso i loro costi, lasciando più margine di guadagno, e facendo crescere il prezzo del latte; si ridurrebbe anche l’impatto ambientale che gli allevamenti animali inevitabilmente producono.

Alla ricerca di consenso a breve termine, oggi i politici al governo illudono che si possa operare al di fuori di questi schemi, promettendo che la comunità nazionale si farà carico della produzione di formaggio eccedente la domanda: questo può far superare un momento di crisi, ma non può essere una soluzione definitiva. Quel latte che ci verrebbe voglia di bere e vediamo invece versato in quantità sulle strade, sembra un grande spreco, ma è il segno che lo si è prodotto senza sapere a chi venderlo, pretendendo poi che lo paghi pantalone.

L’intervento pubblico, invece che per comperare scorte di pecorino che non è facile definire “strategiche”, potrebbe essere utilizzato per portare questo prodotto sui mercati esteri oppure  per dare incentivi ai pastori disponibili a ridurre la dimensione dei loro greggi; due sistemi per  portare la produzione di latte di pecora al livello della domanda e utilizzare i meccanismi del  mercato per portare il prezzo del latte al livello utile a remunerare adeguatamente la sua produzione: produrre meno per guadagnare di più.

 

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