L’arte difficile della predicazione

Tra le cause della fuga dei fedeli dalle assemblee dome­nicali c’è sicuramente l’insofferenza davanti a omelie terribilmente noiose, vuote, ripetitive, recitate senza convinzione. È vero che gli uditori sono abituati a forme comunicative così rapide e superficiali che è sempre più difficile catturarne l’attenzione. Come rendere interessante e attraente un'omelia? Come va adattato il linguaggio per essere in linea con la comunicazione di oggi? Ne "E io ti dico: immagina! l'arte difficile della predicazione" , Gaetano Piccolo e Nicolas Steeve rispondono  

Viviamo nell’epoca della comunicazione rapida, dove le informazioni circolano con abbondanza, ma spesso in maniera frettolosa e superficiale. Restiamo su una pagina online per brevi istanti e ne scorriamo infinite altre, siamo navigatori insoddisfatti e sempre più stanchi. Pensiamo di inseguire così i nostri sogni, invece esasperiamo i nostri desideri. Lasciamo che la fiumana d’immagini mediatiche ci passi davanti senza dare molto peso alle parole, né tantomeno alle immagini. Invece di navigare in acque profonde, affondiamo, a volte, in piccoli stagni. Eppure, il nostro desiderio di andare altrove rimane e ci spinge avanti, segno che immaginiamo possibile un altro mondo, segno che siamo creati a immagine e secondo la somiglianza di un Dio creatore e creativo. Anche gli spettacoli televisivi, i talk show, risentono di questa accelerazione della comunicazione. Il bisogno di catturare l’attenzione dello spettatore o del lettore con espedienti sorprendenti, che devono trattenere senza stancare, è sempre più pressante. La parola si affievolisce troppo spesso, perde il sapore, non sazia più. Non è solo l’epoca del fast food e dello speed dating: è giunto il tempo dello speed talking. Rimane in noi, tuttavia, un anelito profondo: continuiamo a desiderare l’incontro con una persona reale, con una parola vera, con una bellezza da contemplare, con un gesto di pura gratuità. Siamo forse giunti al tempo del sommo paradosso…

Questo è il nostro tempo. Ed è dentro a questo tempo che il prete si ritrova a dover fare la sua parte. Per rispondere alla sua vocazione, o almeno alle direttive della Chiesa, egli deve comunicare qualcosa, almeno nella liturgia domenicale, a partire dalle letture che la liturgia stessa propone, in un lasso di tempo non troppo lungo, senza stancare, cercando di risultare coinvolgente, rivolgendosi a un uditorio complesso, abituato ad altre forme di comunicazione. Gli viene chiesto di ascoltare la Parola di Dio e le parole degli uomini, ma anche di prendere la parola egli stesso. Non sorprende dunque che un compito così esigente vada incontro, troppo spesso, al fallimento.

Se, da un lato, i predicatori non sono affatto tenuti a imitare goffamente lo stile comunicativo della televisione o delle fiere, ciò non toglie che sia possibile curare meglio la predicazione, in modo che il messaggio di salvezza possa giungere al cuore degli uditori in maniera più efficace.

Ci è capitato sovente di ricevere dai nostri studenti – che spesso sono giovani preti all’inizio della loro esperienza di predicazione – la richiesta di essere aiutati a migliorare le loro omelie. Usciti dal seminario, ci si trova, quasi improvvisamente, scaraventati davanti a un’assemblea, sempre più esigente, che chiede performance adeguate, omelie accattivanti, non troppo pesanti, aderenti alle letture, con risvolti simpatici… L’ansia da prestazione è dietro l’angolo, e davanti a una montagna troppo alta si può essere presi dallo sconforto e dalla rassegnazione.

Cosa c’entrano allora due gesuiti, dalla barba non ancora così bianca, con tutto questo?

Contrariamente a quanto si possa pensare dei gesuiti e nonostante le differenze evidenti tra noi due (l’uno teologo e l’altro filosofo, l’uno della Borgogna e del New England e l’altro di Napoli, l’uno amante dei picnic e l’altro delle taverne), amiamo condividere le nostre esperienze e confrontarci sulle nostre attività apostoliche. È stato così che un giorno uno di noi due ha raccontato all’altro di essere stato invitato a tenere un workshop sulla predicazione per i giovani preti di una diocesi. Ed è venuto fuori che l’altro aveva già lavorato sullo stesso argomento. Pian piano abbiamo cominciato a riflettere non solo sull’urgenza di questo tema, ma anche sull’aiuto che ne poteva derivare per il popolo di Dio. La nostra discussione si è intrecciata con la pubblicazione dell’Evangelii Gaudium che riaffermava con forza l’importanza di curare le omelie. È stato così che abbiamo deciso di scrivere un libro (E io ti dico immagina! L’arte difficile della predicazione, ndr). Non per insegnare, non per spiegare ad altri come fare ma, innanzitutto, per dare a noi stessi la possibilità di imparare.

Da Gaetano Piccolo – Nicolas Steeves E IO TI DICO IMMAGINA!

 

 

 

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