L’Aquila, a che punto è la ricostruzione?

Nel centro storico la vita sembra essersi fermata al sisma di 7 anni fa, eppure i lavori procedono, a piccoli passi. La gente si trasferisce nelle nuove case, ma ha bisogno di risposte urgenti anche per le ferite dell’anima
Il centro de L'Aquila

Al civico 37 di via Bafile, a L’Aquila, le porte della pizzeria “Bella Napoli” sono sempre aperte. Dentro, per terra, un cartone azzurro scolorito troneggia sui detriti. Alle pareti scrostate resiste qualche decorazione. Fuori, l’intero edificio è imbracato, sorretto da travi di legno e di acciaio, le stesse che abbracciano e tengono su, come camicie di forza, l’intero centro storico.

 

Nel cuore del capoluogo abruzzese, il tempo sembra essersi fermato alla notte del 6 aprile 2009, quando un terremoto scosse dalle fondamenta la città e le sue frazioni, uccidendo centinaia di persone e cambiando le loro vite per sempre.

 

Eppure, mi spiega Rita, una residente, «dire che non è stato fatto niente non è vero», e ha ragione. Al di fuori del centro storico e delle frazioni, la periferia è tornata a vivere con palazzi nuovi o freschi di restauro. Se non fosse per i cumuli di detriti che spuntano qua e là, sembrerebbe quasi che lì il terremoto non ci sia stato. Tutt’altra storia nel centro storico. Qui, la devastazione sembra ancora più profonda di come appare in tv. Perché, dagli schermi, non ci si accorge del silenzio. Ed è proprio l’assordante, totale silenzio che destabilizza i visitatori e paradossalmente grida il dolore di questa città.

 

«Sono ancora diverse migliaia le persone ancora residenti fuori delle loro case. Gran parte della gente che ha subìto questo “trasloco forzato” – afferma il vescovo de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi – ha sofferto la perdita di legami affettivi di primaria importanza e si è ritrovata priva degli spazi tradizionali di aggregazione come anche delle aree che ospitavano consolidate “abitudini” religiose e sociali. Se non si trovano le vie per dare risposte concrete e rapide a queste sfide, nel prossimo futuro il senso di appartenenza di molti cittadini andrà incontro a fenomeni di “atrofia” e di marcata indifferenza, che, come l’esperienza insegna, si rivelano refrattari a tentativi tardivi di recupero».

 

Di conseguenza, “lo stato di allerta” non si dovrà considerare concluso fino a quando L’Aquila non uscirà dal “tunnel del terremoto” e dai pericolosi “sciami problematici” ad esso connessi. «La ricostruzione, per essere vera ed efficace – conclude il vescovo Petrocchi – non può contare solo su logiche ingegneristiche ed efficienze tecnico-finanziarie: ha bisogno, prima di tutto, di ritrovare un’anima, munita di intelligenza “profetica” (che sa ideare l’avvenire valorizzando l’esperienza del passato) e dotata di cuore che pulsa amore, spirituale e civile (idoneo a creare coesione sociale e cittadinanza attiva)».

 

I tempi per la ricostruzione completa della città, comunque, saranno lunghi. «Dopo il terremoto – mi spiega un tecnico – L’Aquila era una città distrutta. C’era una devastazione visiva, dovuta ai palazzi crollati, ma era tangibile anche la sofferenza sociale», perché oltre alle vite perse, la comunità era stata smembrata. Le promesse fatte dopo il sisma, inoltre, avevano creato «l’aspettativa di un rapido ritorno alla normalità. Questo – aggiunge il tecnico – non era possibile, perché era palese che per la ricostruzione sarebbero serviti tempi lunghissimi, ma alle persone non è stato detto».

 

Oltre ai rallentamenti burocratici, ci sono stati problemi oggettivi, come la scarsa competenza di molti progettisti, che poi hanno rinunciato agli incarichi, e l’accumulo, nelle mani di pochi, di troppi progetti. Nel centro storico, alla scarsità di fondi e al mancato mantenimento di molti impegni assunti anche da alcuni Stati esteri, si è aggiunta la difficoltà logistica di approntare cantieri in viuzze strette, con le altissime gru posizionate una accanto all’altra. Sono stati istituiti due uffici speciali per la ricostruzione, uno per L’Aquila, l’altro per i 56 comuni del cratere. Ma quest’ultimo è rimasto fermo, per il rinnovo della nomina del direttore da gennaio a marzo 2016.

 

Dopo il sisma, gli aquilani sono stati distribuiti lungo la costa. Poi, lentamente, hanno fatto ritorno prima nei comuni i vicini, poi nei prefabbricati (i map e i condomini del progetto C.A.S.E.). Infine, hanno cominciato a trasferirsi nelle nuove abitazioni e non sono mancati tentativi di speculazione.

 

Chiara è una maestra di 24 anni, sorridente e piena di voglia di vivere. Dopo il terremoto la sua famiglia si è divisa. Sono andati prima da parenti, poi sulla costa, in seguito da amici, mentre i genitori vivevano in un camper davanti all’ufficio del padre. Infine, si sono riuniti tutti in un albergo, fino a quando si sono trasferiti nei prefabbricati nella frazione di Sant’Elia, dove vive tuttora. A settembre, finalmente, andranno nella nuova casa. «Siamo tutti molto emozionati – afferma – perché non è semplice sentire propria una casa temporanea».

 

A L’Aquila, racconta Chiara, «siamo diventati tutti nostalgici, ma raccontarsi il passato fa nascere il desiderio di tornarci, anche se ci sono le impalcature. A volte entri in un locale con il soffitto sfondato, pericolosissimo, con la gente dentro stipata, e pensi: è una follia! Eppure ci resti perché, in qualche modo, anche quello rende tutto più normale. Piano piano le cose stanno cambiando, la ricostruzione procede, la gente trova stabilità ed è fiorito un forte associazionismo. Le situazioni difficili ci sono ovunque, ma l’uomo ha la forza, l’energia, la resilienza per rispondere con positività alle situazioni brutte, perché davvero da queste possono nascere le esperienze di vita più belle».

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