L’amore e la coppia al tempo del Covid

Il 14 febbraio è il giorno degli innamorati, di San Valentino. Il matrimonio è un passo importante per una coppia. Abbiamo voluto parlare del suo senso più profondo con con don Salvatore Biancorosso.
Il 14 febbraio, giorno di San Valentino, è caduto quest’anno in un momento storico e pandemico che non rende né semplici i rapporti, né rosee le previsioni, per molte coppie, di convolare a nozze. Abbiamo voluto parlarne con don Salvatore Biancorosso, presbitero da 7 anni – attualmente in servizio presso la Segreteria dell’Arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice – che da tempo conduce in equipe due laboratori: uno per le giovani coppie di sposi e uno per i fidanzati.
Il 14 febbraio è stata la festa degli innamorati e la Giornata Mondiale del Matrimonio. Uno stimolo per guardare, con più responsabilità, alla propria unione?
«Penso che questa Giornata Mondiale del Matrimonio sia un’opportunità di riflessione e annuncio per tutti i giovani che ancora non conoscono la bellezza straordinaria del Sacramento del Matrimonio, la sua “delicata potenza”. San Valentino ci parla di sentimenti ed emozioni ma è vitale per le coppie passare dai sentimentalismi passeggeri alla stabilità di decidere consapevolmente di stare insieme, nella condivisione di progetti, passione, vita, intimità, calore, sofferenza e gioia. Ricordiamoci che Amare significa decidere di stare insieme nonostante e attraverso tutto».
La pandemia da Covid-19 che riflessi sta avendo nelle coppie?
«Sono tempi complessi che hanno aperto nuove prospettive relazionali, basti pensare all’uso intensivo dei social. C’è stata una rottura di abitudini e di equilibri. Questo però ha permesso di rivedere le proprie relazioni, i limiti e i punti di forza e magari imparare qualcosa di nuovo, per ripartire con più slancio. Ogni tempo ha poi qualcosa da insegnarci, magari facendoci entrare in crisi, ma ben venga: una crisi non per la morte ma per la vita, per la crescita. Conosco infatti molte coppie che, malgrado questo difficile periodo, hanno scelto di mettere al centro il loro amore, lanciandosi nell’avventura matrimoniale anche con poco, comprendendo che occorre fidarsi di Dio piuttosto che investire solo sulle proprie forze».
Come considerare l’altro, in una coppia?
«Penso che l’altro di fronte a me e accanto a me sia “territorio sacro”. Quanto è utile e bello sentirsi amati, non giudicati, accolti nelle proprie fragilità e ferite; dirsi in coppia: “Ti stimo e ti amo per quello che sei”. L’altro non è la soluzione ai miei problemi, ma quel dono che Dio mi ha messo accanto affinché io me ne prenda cura, non considerandolo “mio” ma Suo, e per questo da riconsegnare a Lui, dopo averlo custodito, magari tutta la vita. L’altro è la mia opportunità per diventare santo: non perché me ne combina di tutti i colori, mettendo alla prova il mio sistema nervoso, ma perché mi stimola a dare il meglio di me. Questo è Amore!».
Come spronare i giovani a ricercare la felicità? Cosa guardare, a cosa prestare attenzione, come nutrire il cuore?
«Penso che essere felici e trovare pienezza nella propria vita sia la cosa più importante: amandosi e lasciandosi amare. Nelle nostre mani abbiamo le potenzialità per crescere, per portare luce ed energia attorno a noi. Io mi sono abbandonato a quell’Amore eterno che viene da Gesù e guardando a Lui riesco ad amare gli altri come Lui ci ha insegnato. Ai giovani, direi: cercatevi dei “maestri di vita”, dei punti di riferimento, delle “stelle” da guardare nel cielo affinché la vostra navigazione prosegua, nelle tempeste, nella giusta direzione. Penso a Francesco d’Assisi, Chiara Corbella, don Pino Puglisi e tutti quei santi della porta accanto. Nutritevi di cose buone, di relazioni significative, calde, feconde. Iniziate! Non abbiate paura di vivere la vostra vita con amore, perché tutto può cambiare…in meglio e io l’ho sperimentato».
Chi è don Salvatore?  Quali le sue passioni e quando è nata la sua vocazione?
«Un uomo di 39 anni, originario di Roccapalumba (Palermo). Una delle mie passioni da ragazzo era quella di diventare uno chef, pertanto ho studiato presso l’Istituto Alberghiero, dove ho potuto approfondire la passione per la pasticceria. La mia vocazione nasce in età giovanile, quando da ragazzino con mio padre partecipavo alla Celebrazione Eucaristica domenicale. Lì è iniziato tutto, affascinato da quest’uomo-Dio, Gesù di Nazareth, il quale, seppur nel suo mistero, si rivelava a me nella sua semplicità. Ascoltandolo trovavo in lui le parole giuste, quelle che davano senso ad ogni cosa».
Ci racconta dei laboratori che tiene? A chi sono rivolti, quali le finalità?
«Da circa 10 anni, in equipe, conduciamo 2 laboratori: uno per coppie di fidanzati, l’altro per giovani coppie di sposi.  Il primo offre strumenti per rivedere la propria vita affettivo-relazionale al fine di un discernimento sulla vocazione al matrimonio. Il laboratorio sposi, invece, sostiene le coppie che iniziano a vivere il matrimonio cercando di implementare le risorse personali e di coppia, nelle loro diverse fasi del ciclo di vita. In entrambi i laboratori si condividono i propri vissuti, per esserne consapevoli e far salire a bordo della propria storia, il Cristo vivo nella sua Parola, che diventa nutrimento imprescindibile per il cammino di coppia. Esperienze forti e travolgenti per i partecipanti».
Ci racconta come si arriva alla chiamata?
«Il linguaggio umano esprime bene la chiamata al sacerdozio. Ogni coppia nasce da un incontro tra due… è sempre così! Un giorno qualunque, incontri per caso qualcuno ad una festa, al lavoro, alla fermata dell’autobus. Il luogo non ha importanza, è il modo che resta sempre indelebile nella memoria. Qualsiasi coppia potrebbe riportare, del loro primo incontro, un racconto dettagliato. Cosa li ha colpiti: l’estetica, i modi simpatici o gentili, la timidezza, la capacità di parlare? Hanno compreso d’essere guardati, che qualcuno si è accorto di loro, e all’improvviso non si sono sentiti più soli e hanno desiderato di vedersi ancora. Anche per il sacerdozio è avvenuto qualcosa del genere: c’è stato un incontro, unico, e uno Sguardo che si è posato su di me. Nasceva il desiderio di conoscere di più Dio, la bellezza della comunità ecclesiale e cresceva la necessità di donarmi sempre di più».
Come fare a mantenere il volto e i pensieri verso l’Altro e il “Cielo”, e trovarsi al contempo presi da mille impegni nella vita quotidiana?
«Il mio servizio è abbastanza particolare e a volte il tempo per sé stessi è abbastanza ridotto. È in quello sguardo quotidiano all’Amato che traggo forza per tutto. Certamente la Celebrazione Eucaristica rimane il centro della mia vita, e la preghiera del cuore mi è molto d’aiuto nel tenere “la mente e il cuore in Dio”. Come un uomo e una donna pensano al proprio amato, così anche io penso al mio Signore, che mi ha amato e ha dato la vita per me. Questo per me è imprescindibile».

 

 
 
 

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