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La vita consacrata nella Chiesa di oggi

Una realtà in rapido mutamento e in continua evoluzione, tra esperienze valide di vero Vangelo incarnato e “mode” passeggere, nuove opportunità e progetti creativi.
Ristrutturare
Credo sia molto difficile parlare sulla vita consacrata nella Chiesa di oggi se non vogliamo cadere in generalizzazioni di cui abbiamo sentito parlare ormai tante volte. Ecco perché non pretendo di dire delle novità, ma semplicemente offrire alcuni spunti di riflessione.

 

Crescita e diminuzione

 

Una delle difficoltà è senz’altro la complessità della situazione, anche a livello dei singoli istituti religiosi nelle varie parti del mondo. Ci sono, infatti, delle zone in cui prima non c’erano vocazioni e ora, invece, ne sono diventate il vero “deposito” (specialmente in Africa e in Asia), mentre quelle che erano le sorgenti ritenute inesauribili (Europa, America del Nord e in parte America del Sud), e in molti casi persino i luoghi “sacri” in cui l’istituto era nato, si trovano in piena “siccità” vocazionale. Inoltre, la globalizzazione planetaria, creata dai mezzi di comunicazione sociale e dalla facilità di spostamento, fa sì che in tante parti del cosiddetto Terzo Mondo, o sud del mondo, si riscontrino ormai gli stessi problemi del Primo Mondo, a volte persino in modo aggravato.

 

Un esempio concreto. Secondo i dati ufficiali dello Annuarium statisticum Ecclesiae, pubblicato ogni anno dalla Segreteria di Stato Vaticano[1], l’Italia, che è stata per decenni (o forse, secoli) la nazione con più religiosi e soprattutto religiose, dal 2008 è stata superata dall’India. Nel 1968, infatti, le religiose italiane erano 168580 e quelle indiane 15554; alla fine del 2008, le prime erano 95011 e le seconde 95273. Tutto questo senza contare il fatto che in Italia l’età media dei religiosi è molto più alta che in India, e quindi in futuro la sproporzione tra Italia e India dovrebbe allargarsi.

 

Anche se le cose non sono così chiare. Poche settimane fa un religioso indiano, per più di vent’anni formatore nel suo paese, mi diceva che in India incombono dei problemi che potrebbero dimostrarsi molto decisivi. Secondo lui, ci sono due cause che potrebbero portare a cambiamenti inaspettati: una è il calo demografico nelle nuove famiglie cristiane; l’altra, la crisi religioso-culturale imminente (o già presente) di cui pochi sono consapevoli. In altre parole, i rapidi cambiamenti economico-sociali, che attualmente stanno avvenendo in quel paese, non potranno non portare dei cambiamenti culturali e anche religiosi; ma, di questo fatto manca in molti la consapevolezza.

 

Nel mondo occidentale – sempre secondo quel religioso – si è in piena crisi, ma se ne è pienamente consapevoli, il che favorisce la ricerca di soluzioni. E portava l’esempio di due ammalati: il primo, sapendo di esserlo, più facilmente si preoccupa di trovare la medicina adeguata; il secondo, invece, che non lo sa o non se ne accorge, è più esposto a risultati peggiori. Poi concludeva, dicendo che entro dieci o quindici anni si corre il rischio che in India la situazione ecclesiale e vocazionale sia peggiore di quella attuale in Europa. Speriamo che non si avveri la sua profezia.

 

Poca stima e silenzio

 

Un altro aspetto sfavorevole da tener presente, è che la vita consacrata non viene considerata da alcuni nel suo giusto valore. Come dice l’istruzione Ripartire da Cristo: “Non possiamo ignorare che la vita consacrata, a volte, non sembra tenuta in debita considerazione, quando non vi è addirittura una certa sfiducia nei suoi confronti” (12); “L’impressione che alcuni possono avere di un calo di stima da parte di alcuni settori della Chiesa per la vita consacrata” (13)[2].

 

Calo di stima, silenzio e non di rado anche semplicemente misconoscenza. Basta ricordare i silenzi, a volte totali o quasi, in alcuni sinodi dei vescovi e nei documenti posteriormente pubblicati: come quello sui laici del 1987 e l’Esortazione Christifideles Laici del 1988, il sinodo sui sacerdoti del 1990 e l’Esortazione Pastores Dabo Vobis del 1992, il silenzio sul lavoro dei religiosi nella evangelizzazione dell’Europa nel primo sinodo dell’Europa…

 

E la reazione, tante volte ascoltata anche da sacerdoti, vescovi ecc., riguardo all’Esortazione Vita consecrata del 1996, frutto del sinodo sulla vita consacrata del 1994: “… quel documento per le suore”. Quando, invece, basta leggerlo per rendersi conto che è un documento “per tutta la Chiesa”, come diceva Giovanni Paolo II sin dal titolo: “Esortazione apostolica post-Sinodale Vita Consecrata del Santo Padre Giovanni Paolo II all’episcopato e al clero, agli Ordini e Congregazioni religiose, alle Società di Vita Apostolica, agli Istituti Secolari e a tutti i fedeli, circa la Vita Consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo”; “… intendo rivolgermi a tutta la Chiesa, per offrire non solo alle persone consacrate, ma anche ai Pastori e ai fedeli…” (VC, 13).

 

Consacrati e movimenti

 

Non c’è da stupirsi, dunque, che molti religiosi e religiose si sentano ingiustamente poco apprezzati, in favore ad esempio dei movimenti ecclesiali, questa grande realtà positiva della Chiesa di oggi, che però sono tutt’altra cosa rispetto alla vita consacrata; ne è una prova il fatto che dentro alcuni di essi ad un certo momento sono sorti degli istituti secolari o religiosi.

L’impegno nei movimenti, infatti, è per sua natura diverso: sono meno strutturati o istituzionalizzati, non di rado più “emotivi”, flessibili, facilmente entusiasti, potremmo dire più “giovanili”, “freschi”, anche perché molti dei partecipanti sono effettivamente giovani… La loro situazione è più fluida, si può entrare e uscire con maggiore facilità, per cui possiedono per alcuni un’attrattiva “giovanile” e “moderna” particolare.

 

La vita consacrata suppone, invece, un tipo di impegno lungamente preparato durante anni di formazione, i voti temporanei e poi perpetui, talvolta anche il sacerdozio; un impegno per sua natura più duraturo, anzi “per sempre”, nonostante che anche in essi ci siano degli abbandoni…

In una società e una cultura come quelle attuali, continuamente mutevoli, fluide, “liquide”, si capisce che l’impegno nella vita consacrata diventi più difficile, perché per sua natura tende ad essere globalmente più impegnativo. Tutto questo fa sì che non pochi vescovi preferiscano i movimenti ai religiosi, mentre vedono questi ultimi “invecchiati”, in fase di riduzione numerica e meno flessibili.

 

Questa situazione potrebbe far pensare che i movimenti siano una specie di “minaccia” per la vita consacrata attuale. Come si sente a volte lamentare tra i religiosi: “Ci portano via le vocazioni che in altri tempi sarebbero venute alla vita consacrata!”. A parte il fatto che un tale modo di pensare non andrebbe d’accordo con il Vangelo e i piani di Dio, ciò che stiamo osservando, invece, è che all’interno di non pochi di questi movimenti, ad un certo momento della loro maturità storica e spirituale, appare una qualche forma di “vita consacrata”; quasi che il frutto o il risultato più alto di questi movimenti fosse proprio una forma di vita consacrata. Si pensi, ad es., ai Memores Domini, fondati da Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione; alla Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, fondata da Massimo Camisasca; alla Comunità del Leone di Giuda e dell’Agnello Immacolato, sorta da gruppi carismatici ecc.

 

È altrettanto vero che molti dei candidati alla vita consacrata provengono da movimenti. Casomai il problema che può sorgere in questi candidati, come anche in alcuni dei religiosi che ad un certo momento entrano in un movimento, è quello della “doppia appartenenza” che può creare dei conflitti a livello spirituale e di disponibilità apostolica nei confronti dell’istituto in cui il soggetto ha professato; individui, cioè, che a livello canonico appartengono ad un istituto, ma, a livello emotivo e spirituale, ad un movimento; vivono una specie di doppia realtà che rischia di dividerli interiormente e a livello pratico. Su questo problema, sicuramente attuale, si è pronunciato più volte il Magistero in questi ultimi anni, riaffermando la necessità di far chiarezza carismatica e canonica nei confronti del proprio istituto e dei superiori[3].

 

Nuove fondazioni

 

A questo punto domandiamoci quali siano le caratteristiche che la Chiesa e il mondo hanno diritto ad aspettarsi dalla vita consacrata. Caratteristiche e attese che dobbiamo cercare noi consacrati di indovinare, poiché in genere il mondo non ce lo dirà, anzi, ci ignora o ha di noi un’idea più o meno inesatta o distorta. Basta vedere come parlano di noi – quando ne parlano – i mezzi di comunicazione sociale. In altre parole, che cosa noi consacrati, conoscitori della nostra realtà storica e spirituale, possiamo offrire di positivo alla Chiesa e alla società?

 

Premettiamo due cose. La prima: non tutti i consacrati devono fare tutto o qualsiasi cosa, anzi c’è da augurarsi che essi possano dare delle risposte il più complete ed adeguate possibile, ciascuno secondo le proprie caratteristiche carismatiche e le varie situazioni ecclesiali e sociali. La seconda: nessuno può dire “quanti” membri debba avere, né “fino a quando” debba durare ogni istituto religioso; si può dire, invece, “come” dobbiamo essere.

D’altra parte, che la vita consacrata in quanto tale non sia destinata a scomparire ce lo confermano non solo le ripetute affermazioni di Giovanni Paolo II nell’Esortazione Vita consacrata (cf. nn. 3, 29, 63), ma anche la creatività e la quantità di nuove comunità e istituti sorti in questi anni di crisi dopo il Vaticano II[4].

 

In effetti, dal 1911 al 1965 le fondazioni censite sono state 95, mentre dal 1966 al 2009 sono state 680, in tutto 775; più altre 55 comunità non censite in modo completo per varie ragioni. Totale: 830 fondazioni. Di queste più di 80 nel frattempo sono già scomparse. Ma c’è una sorpresa: le nazioni in cui è nato il maggior numero di fondazioni sono quelle con più crisi vocazionale e molto secolarizzate: 205 negli USA, 200 in Italia, 161 in Francia, 47 in Canada, 44 in Brasile, 20 in Spagna…

 

Concretamente, l’approvazione diocesana è stata concessa: dal 1960 al 1970 a 117 fondazioni, dal 1971 al 1980 a 75, dal 1981 al 1990 a 102, dal 1991 al 2000 a 139, dal 2001 al 2009 a 36. Ancora: dal 1960 al 2009 i provvedimenti di fusione hanno portato alla scomparsa di 245 istituti; i procedimenti di unione, a loro volta, hanno fatto scomparire 125 istituti. Rocca ricorda che queste sono le fusioni e le unioni che è riuscito a censire, ma sicuramente ce ne sono di più: “Se si considerano gli istituti nuovi che hanno preso vita in questi ultimi 50 anni e nel calcolo si tiene conto di quelli ai quali la Congregazione per gli istituti di vita consacrata ha concesso un nulla osta o un decreto di erezione (469 quelli accertati) e delle cosiddette ‘nuove fondazioni’ (oltre 800), si arriva a un totale di oltre 1269 nuove fondazioni, che certamente è errato per difetto. Se alle nuove fondazioni si contrappone il panorama degli istituti scomparsi in questi ultimi 50 anni, e si uniscono i vari provvedimenti di fusione-unione-soppressione, si arriva a circa 380 istituti scomparsi, cui debbono essere elencati nel Primo censimento. In totale si avrebbe, quindi, un numero complessivo di circa 460 istituti scomparsi in questi 50 anni… Si potrebbe affinare la riflessione notando che gli istituti scomparsi a seguito dei provvedimenti di fusione-unione sono, nella stragrande maggioranza, congregazioni religiose femminili sorte nell’otto-novecento, e sembra ovvio concludere che molti altri istituti dello stesso periodo dovranno riassestarsi[5].

 

Stiamo dunque vivendo da anni un ridimensionamento numerico della vita consacrata esistente fino a qualche decennio fa. Che non vuol dire sparizione, anche se ci sono dei gruppi concreti che, come abbiamo visto, si uniscono o si fondono, mentre altri semplicemente scompaiono: “Di queste 800 nuove fondazioni, una ventina sono a carattere ‘tradizionalista’, e hanno ottenuto una regolare approvazione dalla pontificia Commissione Ecclesia Dei”. Quindi, non tutto è novità, a meno che non si consideri una novità tornare a prima del Vaticano II[6].

 

Intercongregazionalità e laici

 

Il fatto che spesso il numero dei componenti dei singoli gruppi sia ridotto, sta suscitando da tempo qualcosa di nuovo: l’intercongregazionalità nella formazione (eccetto quegli aspetti che sono tipici di ciascun gruppo), e nell’apostolato, non essendo in grado di mantenere le opere con il proprio personale. E, riguardo ancora all’apostolato, è in crescita la collaborazione con i laici.

Questa ultima realtà è un qualcosa di recente in molti istituti, “vecchi” e nuovi ed è la nascita delle cosiddette “Famiglie religiose”: laici che desiderano lavorare apostolicamente con i religiosi, non per motivi semplicemente economici, ma perché si sentono di condividere –in modo laicale – il carisma dell’istituto. È una nuova realtà carismatica, spirituale e organizzativa che lo Spirito sta sicuramente creando nella Chiesa e che porta i religiosi ad una rinnovata coscienza del loro carisma e del loro ruolo nella Chiesa.

 

I religiosi, però, non sono chiamati a diventare i “padroni” della “Famiglia”, ma ad essere qualcosa come il “disco duro”, il cuore, a disposizione dell’insieme, soprattutto per quanto riguarda la formazione carismatica di tutti i partecipanti. Così come le circostanze attuali ci portano a lasciare opere che hanno avuto un significato in altri tempi, ma che la società in parte ha preso in mano; o a parteciparvi, sì, ma non da padroni, perché comunque sono attività che ci permettono di evangelizzare e testimoniare la fede (si pensi alla scuola, alla sanità, ai mezzi di comunicazione sociale, alle varie forme di volontariato, agli organismi internazionali ecc.), o ad impegnarci in altri bisogni tuttora trascurati dalla società (le famose “nuove povertà”). Oltre, ovviamente, a tutte quelle attività che hanno come impegno specifico l’evangelizzazione diretta (catechesi, predicazione ecc.).

 

Curiosità creativa

 

Ecco perché non bisogna aver paura del presente né del futuro; anzi, bisogna ricavare da quanto sta succedendo la spinta per un maggior impegno e, oserei dire, di una “curiosità creativa” riguardo ai nuovi “segni dei tempi”. Come diceva Giovanni Paolo II: “Gli Istituti sono invitati dunque a riproporre con coraggio l’intraprendenza, l’inventiva e la santità dei fondatori e delle fondatrici, come risposta ai segni dei tempi emergenti nel mondo di oggi. Questo invito è innanzitutto un appello alla perseveranza nel cammino di santità attraverso le difficoltà materiali e spirituali che segnano le vicende quotidiane. Ma è anche appello a ricercare la competenza nel proprio lavoro e a coltivare una fedeltà dinamica alla propria missione, adattandone le forme, quando è necessario, alle nuove situazioni e ai diversi bisogni, in docilità all’ispirazione divina e al discernimento ecclesiale” (VC, 37).

 

Questa “fedeltà creativa” suppone, in primo luogo, la consapevolezza che la vita consacrata in quanto tale, la Chiesa e la società, sono cambiate; quindi, con noi, senza di noi o contro di noi, esse andranno avanti. Significa convincerci che il grande rischio per la vita consacrata attuale non è il calo numerico, ma casomai la mediocrità (cf. RdC, 12). Costatare che in un mondo che ignora Dio, o direttamente lo nega, in cui troppo spesso regna l’egoismo più sfrenato e la disumanità, i religiosi sono più attuali e urgenti che mai, nella misura in cui con le loro vite cercano di rispondere a questi bisogni. Se, cioè, essi sapranno mettere l’accento sulla centralità di Dio, la sua Parola e la vita di preghiera, la fraternità e la semplicità, la sobrietà e frugalità di vita che ci porta istintivamente a non diventare schiavi del consumismo, la vicinanza verso i poveri e i bisognosi di ogni tipo.

 

In poche parole, se sono uomini e donne di Dio, ricchi in umanità. Con una identità umana, cristiana e carismatica chiara e ben definita, una vita ben centrata, gioiosa di esistere a di aprirsi agli altri (cf. At 20, 37; Rm 12, 8; 2 Cor 9, 7. Primato di Dio, comunione e missione, sono i tre “piedi” di un tavolo in cui non ne può mancarne nessuno; altrimenti, il tavolo perderebbe l’equilibrio. Liberi, nel senso più profondo della parola, cioè, secondo la libertà di Cristo. Come diceva al suo superiore il vecchio monaco infermiere della comunità benedettina di Atlante (Algeria), uccisi nel 1996 da un gruppo armato della jihad islamica: “Io non ho paura dell’esercito, né dei guerriglieri, né della morte… perché sono un uomo libero![7].

 

E, a livello umano, il religioso deve essere cordiale, semplice e competente riguardo a quanto deve testimoniare e mettere in pratica. Testimone, non di non avere difficoltà o di vivere in una realtà falsa, ma di serenità, rappacificato dentro, serio e positivo, profondo, gioioso di vivere malgrado la consapevolezza delle difficoltà materiali e della presenza del peccato. Essere terra di passaggio verso Dio (“Fate quello che Lui vi dirà”, Gv 2, 5) e terra d’incontro fra gli uomini e le donne del nostro tempo (cf. Mt 23, 8-12; Rm 12; 1 Cor 12-13), amante e curatore di questa terra che Dio ci ha dato (cf. Gen 1-2; Sal 8; 136; Sap 11, 22-12, 2).

Tutto questo darà al religioso una autorevolezza umana e spirituale nell’incontro con qualsiasi persona, in qualsiasi posto, cristiana o no, credente o no; lo renderà attraente e credibile, apostolo anche senza accorgersene e, di conseguenza, non avrà bisogno di farsi la propaganda: saranno gli altri a fargliela! Perché di questo la società e la Chiesa di oggi hanno bisogno e hanno diritto di aspettare da noi.

 

Ecco perché, nonostante tutte le difficoltà (e ce ne sono!) e grazie a tutti i doni, i religiosi si sentono portati a ripetere le parole del grande mistico san Giovanni della Croce: “Conosco la fonte che zampilla e scorre, / benché sia notte[8], eco di quelle di Paolo a Timoteo: “So in chi ho posto la mia fiducia” (2 Tm 1, 12); perché, diceva Giovanni Paolo II, la vita consacrata nella Chiesa e nel mondo di oggi non ha: “solo una gloriosa storia da ricordare o da raccontare, ma una grande storia da costruire!” (VC, 110).

 




[1] I dati corrispondono a quasi due anni prima: quelli apparsi nel 2010 corrispondono al 31.12.2008.

[2] Ibid., n. 13. Basterebbe ricordare alcuni interventi da parte di vescovi e cardinali nel sinodo sulla vita vonsacrata, celebratosi nel 1994 (cf. G. Ferraro, Il Sinodo dei Vescovi 1994,Roma 1998; B. Secondin, Per una fedeltà creativa, Milano 1995).

[3] Cf. PI,nn. 92-93; VFC, n. 62; VC,n. 56; RdC,n. 30.

[4] Su questa tematica la bibliografia è vasta. Si vedano i recenti: AA.VV., Nuove forme di vita consacrata, a cura di R. Fusco – G. Rocca, Città del Vaticano 2010; id., Primo censimento delle nuove comunità, Città del Vaticano 2010; G. Rocca, Tra scomparsa e nuove fondazioni. Andamento della vita consacrata negli ultimi 50 anni, in Testimoni 16 (2010) 15-17.

[5] G. Rocca, op. cit., pp. 16-17.

[6] Ibid.

[7] Cf. FT, n. 15, 19, 20, 22; cf. il film di X. Beauvois, Uomini di Dio, Francia 2010.

[8] Giovanni della Croce, Canto dell’anima che si compiace di conoscere Dio per la fede, in Opere, Edizioni OCD 20098.

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