La via della povertà

Nelle Beatitudini Gesù indica nella povertà una strada per la piena realizzazione di noi stessi. Ma cosa significa veramente essere poveri? Quale rapporto dobbiamo avere con i beni materiali? Nel libro 8 vie per la felicità, edito da Città Nuova Erlin spiega il vero senso delle parole di Gesù
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Quando si parla di povertà, la prima cosa che viene in mente è la privazione di beni materiali. Nella nostra cultura, essere poveri significa non possedere cose. La mancanza è ciò che caratterizza le persone che vivono in questa situazione.

Nel testo di Matteo, questa beatitudine è spiritualizzata. Felice non è il povero in quanto povero, ma chi si fa povero, qualcosa che va oltre la dimensione materiale: si fa povero nel cuore. Ma la povertà fin dallo spirito suppone il distacco dalla materia.

È la raccomandazione che il Maestro fa ai discepoli inviati in missione: «Disse loro: “Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche”» (Lc 9, 3). Le parole di Gesù sembrano troppo radicali. E lo sono: siamo inviati a vivere, nel cammino della nostra esistenza; quanto più bagaglio materiale acquisiamo, più ne siamo imprigionati.

Chi vive la povertà a partire dal cuore non stabilisce relazioni di possesso con le cose e le persone. L’avere non diventa una costrizione che ci incatena, lo scopo della vita. La maggioranza delle persone che aspirano alla ricchezza, trattano la materia in questo modo, immaginando che il possedere sia garanzia di soluzione di tutti i problemi.

Non inganniamoci: ci sono molti ricchi che sono poveri di cuore, e molti poveri che sono estremamente gretti. Non si può generalizzare e nemmeno misurare questo insegnamento di Gesù con il conto bancario di nessuno.

Povero per Gesù è chi non vive nella ricerca sfrenata di possedere.

Il peccato non consiste nell’essere ricchi, ma nella relazione che stabiliamo con il denaro.

I “ricchi” immaginano che il loro stato, il loro prestigio, il loro oro possano comprare tutto. Questo è il principale inganno prodotto dalla ricchezza. C’è chi crede che, dal momento che ha una condizione di vita migliore della maggioranza delle persone, sia migliore, speciale… qualcuno si sente addirittura divinizzato.

In un celebre detto, Gesù si riferisce a questo tema: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16, 13).

Il problema allora sta proprio nella dipendenza completa dal denaro. Quando Gesù dice che non possiamo servire a due padroni, afferma che il denaro ha il potere di farci schiavi di esso, anzi, corriamo il rischio di trattare il denaro come un dio… di vivere in funzione di esso, perdere il sonno, la pace, nell’affanno di accumulare sempre di più. Per che cosa?

Il denaro acceca…

[…]

Non possiamo dire di amare Dio e di desiderare di servirlo se è il denaro che guida la nostra vita. Essere poveri in spirito significa sapere che le cose che abbiamo non ci appartengono, poiché non conserveremo nulla di ciò che abbiamo, soltanto di ciò che siamo.

 

Da Luís Erlin, 8 vie per la felicità, le beatitudini, Città Nuova 2013. Per acquistare il libro clicca qui.

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