La verità su Paolo Borsellino

Sono trascorsi 26 anni dalla strage di via D’Amelio, ma permangono misteri e depistaggi sulla morte del giudice e della sua scorta. Chi teme che giustizia sia fatta?
Falcone e Borsellino

Ancora un anno senza verità. Ancora un 19 luglio senza giustizia. Sotto l’albero d’ulivo, la lapide con il nome di Paolo Borsellino e dei quattro agenti della sua scorta è adornata di messaggi, cappellini colorati, agende rosse simili a quella scomparsa dopo l’esplosione dell’autobomba. Poi ci sono i ragazzi, i giochi coi bambini del centro a lui dedicato, la sorella Rita, visibilmente provata, i rappresentanti delle istituzioni, e la gente comune che in pellegrinaggio è giunta in via D’Amelio 19 non solo per fare memoria, ma per attingere ispirazione, valori, riscatto. Sotto i rami di quest’ulivo, voluto dalla madre del magistrato assassinato dalla mafia a poche settimane dall’altro eccidio in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, l’unica grande assente continua ad essere la verità.

La strage di via d’Amelio continua a rimanere uno dei misteri della storia italiana, accanto ad Ustica, al caso Mattei, a Piazza Fontana. Processi su processi, procure su procure non sono riusciti a svelare le ragioni e piani che portarono all’assassinio del giudice cardine del pool antimafia e e uomo chiave per capire i legami intessuti dalla mafia con imprenditoria e finanza, ma soprattutto con alcuni rappresentati dello Stato e dei servizi segreti, in anni di sangue che minacciavano la destabilizzazione del Paese.

Giovanni Falcone

Attorno a quel pomeriggio del 19 luglio 1992 ci sono ancora troppi dettagli coperti dall’omertà: quella parola patrimonio di Cosa Nostra è diventata legge del silenzio anche per i rappresentanti delle istituzioni, come hanno dichiarato le motivazioni del processo Borsellino quater. In quelle 1832 pagine l’omertà la fa da padrona, anche nelle indagini condotte dall’allora capo della squadra mobile, Arnaldo La Barbera, uomo del Sisde, ora dededuto, e sospettato di aver operato, assieme a non pochi complici, “uno dei più grandi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.

Non poche sono state le anomalie delle sue indagini: dal mancato rapporto sul sopralluogo del garage dove venne confezionata la bomba al mancato deposito del confronto tra i pentiti, all’agenda rossa sparita dalla borsa del magistrato presa in consegna da un altro investigatore alla mancata protezione del luogo della strage per consentire approfondimenti ed analisi, fino alla creazione di un falso pentito, Vincenzo Scarantino, sfiduciato da tutti gli altri collaboratori di giustizia e su cui persino il magistrato Ilda Bocassini aveva espresso serissimi dubbi.

Un proposito criminoso”, definisce la Corte il piano di insabbiamento, spiegando che è stato “determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri“. Un uso distorto che ha portato non solo all’inquinamento delle prove e a quattro processi, ma anche alla condanna dell’ergastolo sette persone innocenti che, solo nel processo di revisione, sono state scarcerate e scagionate.

La strage di via d'Amelio
La strage di via d’Amelio

Su questo 19 luglio pesano come macigni alcuni passaggi delle motivazioni della sentenza in cui si afferma che Paolo Borsellino venne ucciso perchè “rappresentava un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con ‘Cosa Nostra'”.

E i giudici hanno considerato di “particolare rilievo” le confidenza di Paolo alla moglie Agnese proprio il giorno prima della strage quando diceva “che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”, sottolineando la “drammatica percezione, da parte del magistrato, dell’esistenza di un ‘colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato‘”.

Uno Stato che per Riina e i suoi affiliati, dopo quella stagione di terrore, si sarebbe dovuto sedere da vinto al tavolo delle trattative, e che oggi dalle motivazioni della sentenza esce colluso e con non poche ombre. Intanto la Procura di Caltanissetta ha chiesto il processo nei confronti dei funzionari di polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia in concorso e la Corte ha ritenuto “doveroso” trasmettere al pubblico ministero i verbali delle udienze dibattimentali poichè “possono contenere elementi rilevanti per la difficile, ma fondamentale opera di ricerca della verità”.

Rita Borsellino
Rita Borsellino

Una verità che ieri Fiammetta Borsellino, la figlia minore del giudice, ha chiesto alla Commissione speciale dell’Assemblea regionale siciliana, guidata da Claudio Fava che aveva chiesto un incontro dopo la sentenza del Borsellino quater.

«Il tempo ha compromesso tanti dettagli nella ricerca dei fatti – ha dichiarato Fiammetta in un’intervista a ilSicilia.it –, ma questa non è una ragione sufficiente per abbandonare il campo».

E sullo stesso campo stanno da anni anche Rita e Salvatore Borsellino, fratelli del magistrato, pure loro instancabili cercatori digiustizia. Non gli basta più quella parziale, imprecisa, ricostruita ad ogni processo, quella che Rita ha osato definire “coriandoli di verità”, anche se nel tempo è stata motore di cambiamento, di cultura della legalità diffusa, di indebolimento di Cosa nostra: oggi è solo la Verità con la V maiuscola che può sanare le ferite ancora aperte nella famiglia di Paolo, ma anche nella sua Palermo, che quella verità la merita perchè ha visto morire sul campo troppi figli, troppi innocenti che non si sono piegati al giogo della criminalità pur di restare liberi e giusti. E questo anche quando lo Stato ha scelto di stare dall’altra parte.

 

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