La Valle del Piave bene dell’umanità

Avviata la procedura per riconoscere questo territorio quale patrimonio riconosciuto dall’Unesco. Intervista al professor Giovanni Campeol, già docente dello  Iuav di Venezia e segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco
Foto www.piaveunesco.org

Più di 200 km estesi su tre province, dalle sorgenti sul Monte Peralba (Belluno) fino alle foci a Cortellazzo (Venezia): è questo il territorio attraversato dal fiume Piave, noto ai più in quanto “sacro alla Patria” dopo la Prima guerra mondiale, per il quale è stato avviato l’iter per il riconoscimento come patrimonio Unesco.

Il progetto, che ha raccolto l’appoggio della Regione Veneto e di diversi nomi di spicco (tra cui il più noto al grande pubblico è Philippe Daverio), verrà fatto conoscere in una serie di incontri pubblici partiti il 30 novembre scorso all’Osteria della birra San Gabriel, adiacente all’omonimo birrificio artigianale che per la sua produzione usa proprio le acque di questo fiume.

Come ha spiegato il presidente del Comitato promotore Giuliano Vantaggi, «vogliamo partire dalla gente, perché il patrimonio non riguarda l’alveo – che del resto è simile a quello di tanti altri fiumi – ma tutto ciò che di materiale e immateriale vi ruota e vi ha ruotato attorno nel corso dei secoli: la pittura del Tiziano, la scultura del Brustolon, l’economia e l’arte della Serenissima, ma anche vicende tragiche come la Prima guerra mondiale.

E anche in questo il Piave è stato il fiume di tutti, perché qui si sono trovati a combattere soldati di 19 nazionalità: popoli che oggi si ritrovano attorno ai 27 sacrari lungo le rive, per affermare invece il valore della pace. Con questi presupposti vogliamo candidare la Valle del Piave come paesaggio culturale Unesco: e ricordiamo che, su oltre mille siti tutelati, solo 200 sono paesaggi, siti diffusi». Un progetto che si accosta – senza però volersi mettere in contrapposizione, hanno assicurato i promotori – a quello dell’analoga candidatura delle colline del Prosecco, che dal corso del Piave distano pochi kilometri, il cui dossier è stato firmato dal ministro della Politiche agricole Maurizio Martina il 27 gennaio scorso.

In occasione del primo incontro pubblico abbiamo incontrato il prof. Giovanni Campeol, già docente di valutazione ambientale strategica allo Iuav di Venezia e consulente Unesco a Parigi per numerosi progetti, nonché primo segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco e presidente del Comitato scientifico – che comprende Philippe Daverio, Ulderico Bernardi e Alberto Ceccchetto – per la candidatura della Valle del Piave.

Prof. Campeol, quali sono le peculiarità di questa candidatura?

Il caso del Piave costituisce un unicum tra quelli posti all’attenzione dell’Unesco. Non solo è un sito seriale, ossia una somma di più luoghi che diventano beni – chiese, fabbriche, ville venete, sacrari –; ma il fiume ha un valore eccezionale sotto molteplici fronti: è stato la prima grande autostrada lungo l’asse nord-sud, che ha fatto grande Venezia grazie all’enorme quantità di merci e di persone che vi circolavano. Pittori come Tiziano, scultori come il Brustolon, scrittori come Buzzati e Hemingway, ma anche centri urbani e luoghi dell’economia e dell’architettura: tutti sono collegati dal Piave, e senza il Piave sia la Storia che l’oggi di Venezia e del Veneto non sarebbero quello che sono. Ora la sfida è mettere a sistema tutti questi punti.

Quali sono le difficoltà che si pongono?

Innanzitutto la grande mole di luoghi coinvolti, che devono appunto essere uniti in un disegno unitario. Anche le Dolomiti, per fare un paragone, coprono una vasta estensione, ma in quel caso c’è un’identità unitaria ben definita: qui bisogna saperla declinare nelle varie specificità. Inoltre c’è la necessità di un piano di gestione, accorto ed oculato: un sito Unesco deve far conoscere un territorio, proteggerlo, valorizzarlo, e generare economia sia portando il mondo a vederlo che portando i suoi prodotti nel mondo.

Di questi tempi, però, sono molto numerosi i siti che si candidano a patrimonio Unesco: non c’è, a suo avviso, una “febbre da candidatura”?

Indubbiamente le candidature si sono moltiplicate negli ultimi anni, e non tutte arrivano alla fine dell’iter; c’è da dire però che, appunto per le ragioni che ho appena citato, il “marchio Unesco” da solo non vuol dire nulla. Se non c’è quel genere di valorizzazione è un riconoscimento inutile, fine a se stesso.

Quali sono i prossimi passi da compiere, e quali sono i tempi previsti?

Ora si tratterà di fare un lavoro molto lungo di analisi dei numerosissimi siti storici e artistici – basti dire che la Serenissima inviava i pittori e scultori che sarebbero poi stati chiamati a dar lustro a Venezia a “provarsi” nell’entroterra. Per finanziare questo lavoro il Comitato promotore ha scelto di non appoggiarsi a fonti istituzionali, per quanto anche diverse personalità del mondo politico abbiano espresso il loro interesse al progetto, ma al crowdfunding: il Piave è un fiume che, a differenza di altri, è diventato nel tempo espressione dell’identità culturale della gente che abita questi territori, e quindi si è voluto puntare sul sostegno “dal basso” sia economico che a livello di opinione pubblica. Nel 2018 si punta all’iscrizione nell’iter di candidatura nazionale, per poi iniziare il percorso internazionale; che in genere dura dai tre ai cinque anni, arrivando quindi al 2022-2023.

Il comitato promotore ha lanciato il sito www.piaveunesco.org e l’hashtag #mipiave per sostenere la candidatura.

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