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La salute del lavoratore

Un regista d’avanguardia ha recentemente prodotto un interessante documentario che evidenzia il problema della salute sui luoghi di lavoro. Una volta salvaguardata, dopo lunghe e laceranti lotte sindacali, da leggi che obbligavano il rispetto rigoroso delle norme sulla sicurezza, assistiamo oggi ad infortuni ed alla morte di lavoratori nei cantieri e nelle fabbriche in continua crescita, per la loro inosservanza. Un Forum organizzato nel maggio scorso dalla Commissione Politiche del lavoro e sociali del Cnel, ha dimostrato in modo statisticamente significatine vo come il fenomeno sia in continua crescita. Gli italiani che hanno un lavoro precario hanno un tasso di mortalità superiore del 50 per cento rispetto a chi ha un lavoro stabile. Tra i disoccupati si arriva addirittura al 250 per cento in più. Non abbiamo dati precisi sul precariato extracomunitario, ma è facile dedurre che in questo gruppo le cose vadano anche peggio. La perdita di salute del lavoratore non dipende solo da incidenti sul lavoro o da fattori biologici, chimici, fisici, sottolinea il professor Costa, epidemiologo dell’Università di Torino. In passato, nella società agricola, l’artrosi e le bronchiti croniche colpivano in prevalenza i lavoratori dei campi. Oggi le malattie metaboliche come il diabete, l’obesità e le cardiopatie prevalgono anche nei lavoratori e nelle classi sociali più povere, non solo nei sedentari, perché privi delle più elementari nozioni educativo- sanitarie su una corretta alimentazione e per la necessità che hanno di nutrirsi coi cibi meno raffinati e costosi. Il vecchio aforisma del primo novecento secondo cui la tubercolosi era la malattia dei poveri, mentre il diabete e la gotta quella dei ricchi, non è più valido. Oggi, come abbiamo detto, anche i poveri si ammalano di diabete, di obesità e di cardiopatie, con l’aggravante che il cardiopatico delle classi sociali più deboli, ha il 25 per cento in meno di probabilità di accedere alle unità coronariche, come dimostra il dottor Perucci, l’epidemiologo che ha riferito i risultati di un’indagine condotta a Roma. Dimensioni ben più drammatiche assumono le cifre che ci giungono sull’argomento dalla Cina e da altri paesi in crescita economica, ma con scarsa tutela del lavoratore. La mortalità dei minatori cinesi, in continua crescita, evoca la tragedia europea di Marcinelle. Se ne deduce che il Pil (prodotto interno lordo), indicatore della ricchezza di uno stato, sia in caso di recessione economica – come in Europa, sia in caso di crescita – come in Cina, non coincide per niente con il rispetto del benessere e della salute del cittadino. Urge perciò riscoprire i valori veri, un’etica forte che privilegi la persona, più che il successo economico, per combattere la piaga dello sfruttamento del lavoratore, portato oggi fino al totale disprezzo del suo bene più grande: l’integrità psico-fisica e la vita.

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