La protesta di Hong Kong

Le manifestazioni oceaniche nella ex colonia britannica raccontano di un percorso di integrazione mancato. Le ragioni di una armonia possibile con le giuste riforme e la riscoperta delle comuni radici culturali  
AP Photo/Kin Cheung

Le notizie, le immagini e le riprese di panoramiche della protesta a Hong Kong sono davvero impressionanti! Un corteo interminabile stimato di un milione di persone hanno marciato contro l’emendamento della legge sull’estradizione.

La legge era stata proposta diversi mesi fa, dopo che un 19enne di Hong Kong era stato accusato di avere ucciso la propria fidanzata durante una vacanza a Taiwan. Il governo di Taiwan aveva cercato di ottenere l’estradizione del giovane, ma le leggi di Hong Kong non lo avevano permesso. Con il nuovo emendamento l’estradizione verrebbe estesa a più Paesi, compresa la Cina, oltre i 20 attualmente in vigore.

Se la legge venisse approvata consentirebbe di estradare nella Cina continentale le persone accusate di alcuni reati. Il governo di Hong Kong ha precisato che i tribunali di Hong Kong avranno l’ultima parola sulla concessione delle richieste, e che i sospetti imputati di crimini politici e religiosi non saranno estradati. E per placcare l’agitazione della comunità imprenditoriale, diversi reati commerciali come l’evasione fiscale sono stati rimossi dall’elenco dei reati estradabili.

La protesta, che ha visto scendere in piazza studenti, genitori, bambini, anziani, persone con disabilità,  lavoratori e casalinghe, era stata pacifica fino quando non sono iniziati gli scontri tra polizia e alcuni manifestanti. Una parte di questi ultimi sono giunti ad invadere il Parlamento. La polizia è intervenuta usando il gas lacrimogeno e i proiettili di gomma contro la folla. Da allora il colore della parata è cambiato dla bianco al nero delle t-shirt, in segno di lutto per il tentativo di uccidere il sistema democratico di Hong Kong.

Il governo, dopo giorni di forti tensioni e per la crescente pressione internazionale, annuncia di sospendere l’approvazione della legge. Carrie Lam, capo esecutivo di Hong Kong, ha chiesto scusa per aver provocato conflitti e contestazioni, e si impegna «con la massima sincerità e umiltà per migliorare nel suo servizio al popolo».

Geograficamente Hong Kong ha un territorio che copre una superficie di 1.104 km quadrati, con 7,347 milioni di abitanti. Il movimento di massa di questa dimensione potrebbe diventare incontenibile, causando pericoli e danni incalcolabili. Per fortuna finora le proteste hanno paralizzato alcune quartieri ma la città non è caduta nel caos.

In realtà, le proteste oceaniche rivelano problemi molto più profondi di Hong Kong che devono essere affrontati. L’ex colonia britannica, dopo 150 anni, è tornata alla Cina nel 1997, sotto il motto “Un paese due sistemi”. Formula che – almeno sulla carta – dovrebbe assicurare a Hong Kong autonomia politica, economica e giudiziaria fino al 2047.

Infatti Hong Kong ha un proprio sistema giuridico autonomo. I diritti, tra cui la libertà di riunione e la libertà di parola sono protetti. Ad esempio, è uno dei pochi posti in territorio cinese dove le persone possono pubblicamente commemorare la repressione del 1989 a piazza Tienanmen.

La mini-costituzione (The Basic Law) di Hong Kong dovrebbe garantire che questa regione amministrativa speciale (Sar) è «una parte inalienabile della Repubblica Popolare Cinese» (articolo 1) in cui «il sistema e le politiche socialiste non saranno praticati» (articolo 5). E che «l’obiettivo finale è la selezione dell’amministratore a suffragio universale su nomina di un comitato di nomina ampiamente rappresentativo». (articolo 45).

Attualmente la figura di rappresentanza è eletta da un comitato elettorale composto da 1.200 membri, scelto da appena il 6% degli elettori idonei. E solo pochi dei 70 membri del Consiglio legislativo sono eletti direttamente dagli elettori di Hong Kong, mentre la maggior parte dei seggi non eletti sono occupati da legislatori pro-Beijing (Pechino).

Ovviamente c’è una mancanza di fiducia nella leadership di Hong Kong, incapace di prendere decisioni indipendenti da Beijing, tenendo conto della complessità demografica della comunità locale. Si è constatato che negli ultimi 15 anni l’ingerenza cinese è diventata gradualmente sempre più evidente.

Nonostante l’evidente appartenenza etnica della maggioranza degli abitanti di Hong Kong, solo il 15% di loro si definisce “cinese”. La differenza è ancora più marcata tra i giovani. I sondaggi dell’Università di Hong Kong 2017 ha indicato che solo il 3% delle persone di età compresa tra 18 e 29 anni si identifica come “cinese”. Il resto della popolazione si dice appartenente all’ “Hong Kong people”. Alcuni giovani attivisti hanno persino reclamato l’indipendenza di Hong Kong, che è praticamente irrealizzabile.

Le ragioni di questa mancata appartenenza alla Cina continentale si possono ritrovare nelle differenze legali, sociali, culturali  e nel fatto che Hong Kong sia stata una colonia separata per 150 anni. Un’altra fonte di complessità sono gli oltre 1,1 milioni di abitanti provenienti dalla terraferma, arrivate ad Hong Kong dal 1995, che compongono circa il 15% della popolazione. Molti di questi immigrati hanno poche competenze e vivono nelle comunità più povere di Hong Kong.

L’eccessiva diseguaglianza e la mancanza di una politica abitativa per i più deboli, rappresentano  una causa profonda di malumore e ansia. Per questo motivo il lavoro del governo deve intraprendere rapidamente questioni molto più urgenti come l’alloggio, l’istruzione, il lavoro, l’assistenza sanitaria, lo sviluppo e le tecnologie di frontiera.

In questo senso, Beijing dovrebbe riconoscere che, senza una democrazia più solida, costruire la fiducia e la stabilità di Hong Kong sarà una lotta faticosa. Mentre l’ascolto attento dell’opinione pubblica avrebbe accelerato un processo di avvicinamento. In fondo Hong Kong ha rappresentato negli ultimi 22 anni un simbolo di apertura della Cina. Distruggere questo simbolo potrebbe minare  la sua credibilità internazionale. Dopo le proteste di estradizione, è ora di ripartire e liberare il potenziale della città.

Un antico pensiero afferma che la perfezione e la realizzazione delle persone consiste nel  «non contendere con nessuno e con il mondo». Certamente nell’era odierna della globalizzazione non sarebbe appropriata la chiusura ma l’accoglienza. Per avere una visione di futuro occorre sempre conoscere bene il passato, sia da parte dei cinesi che degli abitanti di Hong Kong, senza cedere nel ricorso alla violenza.  Come è scritto nel “Libro dei Riti”, edito da Zieng Shien discepolo di Confucio, «Per costruire la pace del mondo, dobbiamo mettere il Paese in ordine. Per mettere il Paese in ordine, dobbiamo comporre  la famiglia in armonia. Per realizzare tale armonia in famiglia dobbiamo coltivare le virtù personali. Per coltivare le virtù personali, dobbiamo partire dai cuori benevoli».

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