La prigione di zio Vanja – Ingenuità di Otello

Vedere un Cechov con una compagnia di San Pietroburgo; o uno Shakespeare con attori inglesi, costituisce di per sé una garanzia di qualità. Se poi i registi si chiamano Lev Dodin e Declan Donnellan – il cui lavoro sugli attori determina un teatro di grande forza -, allora il marchio Doc è assicurato. Lo Zio Vania di Dodin è indimenticabile sia per l’interpretazione che per la messinscena. Ci sono versi d’animali, lampi di temporale, scrosci d’acqua che battono sulle finestre, e una geometria di movimenti attorno a un disporsi di sedie e ad un continuo aprirsi e chiudersi di porte nelle pareti scabre di un interno domestico. Sappiamo che nella commedia succede ben poco. Un’atmosfera di insoddisfazione e irrequietezza pervade la tenuta di campagna – gestita da Vanja e dalla nipote Sonia – all’arrivo del professore e della sua seconda giovanissima moglie. Con la loro presenza – e l’innamoramento di Vanja e del medico condotto Astrov per la bella donna – il ritmo normale della vita agreste si altera in un susseguirsi di momenti disordinati. Ad affiorare in tutti sono i malesseri profondi finora celati, soprattutto gli amori non corrisposti. È l’esplodere – con sprazzi di comicità da vaudeville – di un nodo di passioni infelici, lasciando infine il rimpianto di non aver colto gli attimi preziosi della vita. La scena dell’ultimo atto, con Sonia e Vanja rituffati nel lavoro dopo l’estate delle illusioni e dei dolorosi chiarimenti, si chiude su di essi con un senso di prigionia. A questo rimandano i tre covoni di grano – simili a minacciosi monoliti – sospesi su un soffitto a grate che calerà su di loro inglobandoli per sempre in una esistenza rassegnata. A questa povera umanità cechoviana consapevole dell’incombente fallimento, Dodin dà il senso di un palpitare intimo, genuino, restituito da un cast di superbo livello chiamato Maly Teatr. Al Valle di Roma. Ingenuità di Otello D’indiscutibile bravura pure la compagnia Cheek by Jowl diretta da Donnellan, nell’Othello che ruota attorno allo straordinario protagonista di colore Nonso Anozie. Possente e lustro nella sua negritudine, egli è un gigante dai piedi d’argilla, non stupido, ma ingenuo, come chi, dedito alla guerra, non ha mai assaporato le dolcezze della pace e dell’amore. Manifestando progressivamente un’impetuosa rabbia simile a un ringhio ferino, Otello è costretto a uccidere non tanto dalla ribollente, ancorché ingiustificata gelosia verso Desdemona, quanto dalla sua paura di distruzione. Elevandosi ad eroe – uomo necessario a scongiurare la minaccia dell’invasione della Serenissima da parte dei Turchi – egli decreta il proprio annientamento. Come a dirci che chi si esalta condanna se stesso alla distruzione. La stessa che, mascherata di sicurezza diabolica, colpirà Iago (un Jonny Phillips penetrante e freddo calcolatore). Frustrato nelle sue ambizioni, con poche o nessuna speranza di salire di grado, egli, tramando per insinuare nell’animo del Moro il tarlo divoratore del sospetto, diventa schiavo del suo stesso male. Niente appigli decorativi sul nudo palcoscenico all’infuori di alcune casse – in ultimo trasformate in letto – dove salgono e siedono gli attori aspettando la battuta che, dall’immobile attesa, li riporta dentro le azioni. Sempre corali. Il regista angloirlandese fa leva, infatti, sull’energia fisica degli attori. Li mette quasi sempre tutti in scena, imprimendo al testo un dinamismo teso e vigoroso col ritmo di un thriller, sospeso tra passione d’amore e necessità politica. Lasciandoci la freschezza di un nuovo, vivo, Shakespeare. Al Valle di Roma e in tournée mondiale fino ad ottobre.

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