La pedagogia di Dio. Testi antologici

Alcuni testimoni, di ieri e di oggi, ci raccontanto le loro notti, camminando nel mistero di Dio.
Notte
Giovanni Taulero,
Omelia 40

 

Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti.

 

Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima.

 

Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura.

 

Francesco d’Assisi,

Preghiera davanti al Crocifisso

 

Altissimo glorioso Dio,

illumina le tenebre de lo core mio.

Et dame fede dricta,

speranza certa e carità perfecta,

senno e cognoscemento,

Signore,

che faccia lo tuo santo e verace comandamento.

Amen.

 

Francesco d’Assisi,

Della vera e perfetta letizia.

 

Ma quale è la vera letizia?

 

Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite.

 

E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: Chi è?

Io rispondo: Frate Francesco. E quegli dice: Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai.

 

E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te.

 

E io sempre resto davanti alla porta e dico: Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte. E quegli risponde: Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là.

 

Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima.

 

Ignazio di Loyola

Esercizi spirituali

 

Chiamo desolazione… oscurità dell’anima, turbamento in essa, mozione verso le cose basse e terrene, inquietudine da agitazioni e tentazioni diverse, che portano a sfiducia, senza speranza, senza amore, e la persona si trova tutta pigra, tiepida, triste e come separata dal suo Creatore e Signore. Come infatti la consolazione è contraria alla desolazione, alla stessa maniera i pensieri che sorgono dalla consolazione sono contrari ai pensieri che sorgono dalla desolazione.

 

Chi sta in desolazione consideri come il Signore per provarlo lo abbia lasciato alle sue capacità naturali, perché resista alle varie agitazioni e tentazioni del nemico; lo può infatti, con l’aiuto divino che sempre gli resta, anche se chiaramente non lo senta, perché il Signore gli ha sottratto il suo molto fervore, grande amore e grazia intensa, lasciandogli tuttavia grazia sufficiente per la salvezza eterna.

 

Chi sta in desolazione si sforzi di stare nella pazienza che è contraria alle vessazioni che gli vengono, e pensi che sarà presto consolato…

 

Tre sono le cause principali per cui ci troviamo desolati: la prima è perché siamo tiepidi, pigri o negligenti nei nostri esercizi spirituali, e così per le nostre colpe la consolazione spirituale si allontana da noi; la seconda, per farci provare quanto valiamo e quanto avanziamo nel suo servizio e lode, senza tanto sostegno di consolazioni e grandi grazie.

 

La terza, per darci vera nozione e conoscenza, affinché sentiamo intimamente che non dipende da noi procurare o conservare grande devozione, amore intenso, lacrime, né alcun’altra consolazione spirituale, ma che tutto è dono e grazia di Dio nostro Signore; e affinché non poniamo nido in casa altrui, elevando il nostro intelletto in qualche superbia o vanagloria, attribuendo a noi stessi la devozione o le altre parti della consolazione spirituale.

 

Angela da Foligno,

Memoriale

 

In quel periodo soffrivo e mi sembrava di non gustare Dio, ma di essere quasi abbandonata da lui. Non potevo confessare le mie colpe; da una parte pensavo che forse questo mi capitava a causa della mia superbia e dall’altra vedevo in me così profondamente i miei molti peccati, che mi sembrava di non poterli confessare con la dovuta contrizione, ma di poterli solamente dire con la bocca. Mi sembrava di non essere in grado di manifestarli. Non potevo neppure lodare Dio né stare in preghiera.

 

Delle cose di Dio sembrava che mi fosse rimasto solamente il fatto che non ero afflitta tanto quanto meritavo, e ugualmente che non volevo allontanarmi da lui con il peccato per tutti i beni o i mali e i martiri del mondo e acconsentire ad alcun male.

In questo modo forte e orribile fui afflitta per quattro settimane e più.

 

Successivamente mi furono rivolte queste parole divine: “Figlia mia, amata da Dio onnipotente e da tutti i santi del paradiso, Dio ha riposto in te il suo amore e ne ha più per te che per qualsiasi altra donna della valle di Spoleto”.

 

L’anima rispose gridando: “Come posso crederlo, dal momento che sono piena di tribolazioni e mi sembra d’essere stata abbandonata da Dio?”.

 

Egli rispose: “Più ti sembra d’essere abbandonata, maggiormente sei amata da Dio e più lui ti è vicino”.

 

Poiché ancora chiedevo maggiore certezza e sicurezza sulle cose precedenti, egli mi disse: “Ti do un segno per dimostrarti che sei amata in quel modo; se quel frate sarà guardiano, saprai che è vero quello che ti ho detto”.

 

Giovanni della Croce,

Salita del Monte Carmelo

 

La fede, infatti, in quanto mezzo, può essere paragonata alla mezzanotte. Si può allora dire che per l’anima questa parte della notte è più oscura della prima e, in un certo senso, della terza.

 

La prima, infatti, cioè la notte dei sensi, è paragonata alla prima parte della notte, quando scompaiono dalla vista tutti gli oggetti materiali, senza però che la luce scompaia del tutto, come accade invece a mezzanotte.

 

La terza parte, che corrisponde all’aurora, quando ormai si è prossimi alla luce del giorno, non è così oscura come la mezzanotte, perché precede immediatamente l’irradiazione e lo splendore della luce diurna ed è paragonata a Dio.

 

Infatti, da un punto di vista naturale, è pur vero che Dio per l’anima è come una notte oscura quanto la fede. Tuttavia, allorché l’anima ha attraversato queste tre parti naturali della notte, Dio comincia a illuminarla soprannaturalmente con i raggi della sua luce.

 

È l’inizio dell’unione perfetta che si realizza al termine della terza notte, ragion per cui si può dire che questa sia meno oscura delle altre.

 

Giovanni della Croce,

Salita del Monte Carmelo

 

“Dies diei eructat verbum et nox nocti indicat scientiam”, cioè: Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia (Sal 18, 3).

 

In termini più chiari ciò vuol dire: il giorno, che è Dio nella sua beatitudine, ove è come il giorno per gli angeli e i santi che a loro volta sono giorno per i riflessi divini, pronuncia e comunica la Parola, il suo Figlio, perché lo conoscano e lo godano.

 

La notte, che è la fede nella Chiesa militante, dov’è ancora notte, comunica la scienza alla Chiesa, quindi a ogni anima, che è notte, perché non gode della chiara sapienza beatifica, come pure della sua luce naturale a motivo della fede in essa presente.

 

Da ciò dobbiamo concludere che la fede, essendo notte oscura, dà luce all’anima, che vive al buio, perché si realizzi ciò che Davide dice a questo proposito: “Nox illuminatio mea in deliciis meis”, cioè: La notte è chiara come il giorno nelle mie delizie (Sal 138,11).

 

Il che equivale a dire: nelle gioie della mia pura contemplazione e unione con Dio, la notte della fede sarà la mia guida. Con ciò egli fa capire chiaramente che l’anima deve tenersi nelle tenebre se vuole avere la luce necessaria per intraprendere questo cammino di unione con Dio.

 

Vincenzo de’ Paoli,

Lettera a S. Luisa de Marillac.

 

A tutto provvederà il Signore, soprattutto se voi, con amore, vi intratterrete ai piedi della croce dove ora siete, e che è il miglior luogo che possiate trovare in questo mondo.

 

Vincenzo de’ Paoli,

Lettera a Giovanni Martin, c.m.

 

Riempiamoci il cuore di una grande fiducia nell’aiuto di Dio; è questo il mezzo supremo per compiere felicemente l’opera sua.

 

Avete scoperto il segreto; e chiunque non lavorerà con questo spirito, abbia pure molta capacità, non riuscirà mai a far nulla, né per sé né per gli altri.

 

Teniamoci dunque fermi in questa cara fiducia in Dio, che è la forza dei deboli e l’occhio dei ciechi.

E se anche le cose non andassero secondo i nostri piani e i nostri pensieri, non dubitiamo mai che la Provvidenza le ricondurrà a ciò che è necessario per il nostro maggior bene…

 

Dio sa far risplendere la sua gloria anche dalle intenzioni storte e molte anime saranno ugualmente salvate.

 

Teresa di Lisieux,

Lettera alla sorella Pauline (Agnese di Gesù), 1.9.1890

 

… non capisco il ritiro che faccio, non penso a nulla, in una parola sono in un sotterraneo pieno d’oscurità!…

 

Oh! domandi a Gesù, lei che è la mia luce, di non permettere che le anime siano private, per causa mia, della luce di cui hanno bisogno, ma che le mie tenebre servano a rischiararle.

 

Gli chieda pure che faccia un buon ritiro e che egli sia contento di me quanto lo può essere.

 

Allora anch’io sarò contenta e accetterò, se questa è la sua volontà, di camminare tutta la mia vita per la via oscura che sto percorrendo, pur di arrivare un giorno al termine della montagna dell’amore.

 

Ma credo che questo non avverrà mai quaggiù.

 

Edith Stein [Teresa Benedetta della Croce],

Scienza della Croce

 

Nessun cuore umano è mai penetrato in una notte tanto oscura come il Verbo Incarnato nel Getsemani e al Golgota.

 

Nessuno spirito umano potrà, per quanto investighi, penetrare nel segreto dell’abbandono divino del Cristo moribondo.

 

Però Gesù può dare di gustare alle anime scelte qualcosa di questa estrema amarezza.

 

Sono suoi fedeli amici ai quali esige la suprema prova d’amore.

 

Nel caso che non si arrestino e ritornino indietro, ma che volontariamente si lascino introdurre nella notte oscura, egli stesso si converte in loro guida.

 

Giovanni Paolo II, Omelia,

Segovia, 4.11.1982.

 

Anche l’uomo moderno, nonostante le sue conquiste, sfiora nella sua esperienza personale e collettiva l’abisso dell’abbandono, la tentazione del nichilismo, l’assurdità di tante sofferenze fisiche, morali e spirituali.

 

La notte oscura, la prova che fa toccare il mistero del male ed esige l’apertura della fede, acquisisce a volte dimensioni di epoca e proporzioni collettive.

 

Anche il cristiano e la stessa Chiesa possono sentirsi identificati con il Cristo di San Giovanni della Croce, nel culmine del suo dolore e del suo abbandono.

 

Tutte queste sofferenze sono state assunte dal Cristo nel suo grido di dolore e nella sua fiduciosa al Padre. Nella fede, la speranza e l’amore la notte si converte in giorno, la sofferenza in gioia, la morte in vita.

 

Giovanni della Croce, con la sua esperienza, ci invita alla fiducia, a lasciarci purificare da Dio; nella fede intessuta di speranza e di amore, la notte comincia a conoscere “le luci dell’aurora”; si fa luminosa come una notte di Pasqua – “O vere beata nox”, “Oh notte amabile più dell’alba” – e annuncia la risurrezione e la vittoria, la venuta dello Sposo che unisce a sé e trasforma il cristiano: “Amata nell’Amato trasformata”.

 

Magari le notti oscure che si addensano sulle coscienze individuali e sulle collettività del nostro tempo fossero vissute nella fede pura; nella speranza “che tanto ottiene quanto spera”; nell’amore ardente della forza dello Spirito, affinché si convertano in giornate luminose per la nostra umanità addolorata, in vittoria del Risorto che libera col potere della sua croce!

 

Giovanni Paolo II,

Redemptoris Mater

 

Durante gli anni della vita nascosta di Gesù nella casa di Nazareth, anche la vita di Maria è “nascosta con Cristo in Dio” (Col 3, 3) mediante la fede. La fede, infatti, è un contatto col mistero di Dio. Maria costantemente, quotidianamente è in contatto con l’ineffabile mistero di Dio che si è fatto uomo, mistero che supera tutto ciò che è stato rivelato nell’Antica Alleanza…

 

Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione. Infatti, “Gesù Cristo,… pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”: proprio sul Golgota “umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce” (Fil 2, 5).

 

Ai piedi della Croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. È questa forse la più

profonda “kenosi” della fede nella storia dell’umanità.

 

Mediante la fede la madre partecipa alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice; ma, a differenza di quella dei discepoli che fuggivano, era una fede ben più illuminata.

 

Sul Golgota Gesù mediante la Croce ha confermato definitivamente di essere il “segno di contraddizione”, predetto da Simeone. Nello stesso tempo, là si sono adempiute le parole da lui rivolte a Maria: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.

 

Giovanni Paolo II,

Maestro nella fede

 

Il Dottore mistico richiama oggi l’attenzione di molti credenti e non credenti per la descrizione che fa della notte oscura come esperienza tipicamente umana e cristiana.

 

La nostra epoca ha vissuto momenti drammatici nei quali il silenzio o assenza di Dio, l’esperienza di calamità e sofferenze, come le guerre o lo stesso olocausto di tanti esseri innocenti, hanno fatto comprendere meglio questa espressione, dandole inoltre un carattere di esperienza collettiva, applicata alla realtà stessa della vita e non solo ad una fase del cammino spirituale…

 

In maniera differente, ma forse con maggiore profondità, il cristiano vive il tormento della perdita di Dio o del suo allontanamento da lui; perfino può sentirsi lanciato nelle tenebre dell’abisso. Il Dottore della notte oscura porta in questa esperienza una amorosa pedagogia di Dio.

 

Egli tace e a volte si nasconde perché già ha parlato e si è manifestato con sufficiente chiarezza. Perfino nella esperienza della sua assenza può comunicare fede, amore e speranza a chi si apre a Lui con umiltà e mansuetudine…

 

La pedagogia di Dio agisce in questo caso come espressione del suo amore e della sua misericordia. Restituisce all’uomo il senso della gratitudine, facendosi per lui dono liberamente accettato. Altre volte gli fa sentire tutta la portata del peccato, che è offesa a Lui, morte e vuoto dell’uomo.

 

Lo educa anche a discernere sulla presenza o assenza divina: l’uomo non deve farsi guidare da sentimenti di gusto o disgusto, ma dalla fede e amore. Dio è ugualmente Padre amoroso, nelle ore della gioia e nei momenti del dolore.

Solo Gesù Cristo, Parola definitiva del Padre, può rivelare agli uomini il mistero del dolore e illuminare con i raggi della sua croce gloriosa le più tenebrose notti del cristiano. Giovanni della Croce, conseguente con le sue affermazioni intorno a Cristo, ci dice che Dio, dopo la rivelazione del suo Figlio, “è rimasto quasi come muto non avendo altro da dire”; il silenzio di Dio ha la sua più eloquente parola rivelatrice di amore nel Cristo crocifisso.

 

Faustina Kowalska,

La Misericordia divina nella mia anima.

 

25.3.1937. Giovedì Santo.

 

Durante la santa Messa ho visto il Signore, che mi ha detto: “Posa il tuo capo sul Mio petto e riposati”. Il Signore mi strinse al Suo Cuore e disse: “Ti darò una piccola parte della Mia Passione, ma non temere, sii forte; non cercare sollievo, e accetta tutto sottomettendoti alla Mia volontà”.

 

Mentre il Signore se ne andava, un dolore così acuto mi strinse l’anima, che non è possibile esprimerlo. Mi vennero a mancare le forze fisiche, uscii presto dalla cappella e mi coricai.

 

Dimenticai quello che avveniva intorno a me, l’anima mia anelava al Signore e tutta l’amarezza del Suo Cuore divino si comunicò a me. Ciò durò circa tre ore. Pregai il Signore perché mi preservasse dalla vista di quanti mi stavano attorno. Benché lo volessi, non potei prendere alcun cibo per tutto il giorno fino alla sera.

 

Desideravo ardentemente passare tutta la notte nel fondo della prigione oscura, assieme a Gesù. Ho pregato fino alle undici. Alle undici Gesù mi ha detto: “Va’ a riposare, ti ho fatto rivivere per tre ore quello che ho sofferto per una notte intera”. …

Ho vissuto insieme a Lui in maniera singolare ogni genere di tormenti. Il mondo non conosce ancora tutto quello che Gesù ha sofferto. Gli ho fatto compagnia nell’Orto degli Ulivi e nel buio della prigione sotterranea, negli interrogatori dei tribunali; sono stata con Lui in ogni tappa della Sua Passione; non è sfuggito alla mia attenzione un solo movimento, né un Suo sguardo.

 

Ho conosciuto tutta l’onnipotenza del Suo amore e della Sua Misericordia verso le anime… E con questa grazia è entrato nella mia anima tutto un mare di luce nella conoscenza di Dio e di me stessa e lo stupore m’invade tutta e mi trasporta come in una nuova estasi, per il fatto che Iddio si è degnato di abbassarsi fino a me così piccola.

 

Faustina Kowalska,

La Misericordia divina nella mia anima

 

Cracovia, 10.7.1937.

 

…Quando venne la notte, le sofferenze fisiche aumentarono e vi si aggiunsero anche le sofferenze morali. Notte e sofferenza. La solenne quiete notturna mi diede la possibilità di soffrire liberamente. Il mio corpo si distese sul legno della croce, mi divincolai in dolori tremendi fino alle undici.

 

Mi trasferii in spirito accanto al tabernacolo e scoprii la pisside, appoggiando il capo al bordo del calice, e tutte le mie lacrime scesero silenziose nel Cuore di Colui che solo comprende il dolore e la sofferenza. E provai dolcezza in tale sofferenza e la mia anima desiderò questa dolce agonia, che non avrei scambiato con nessun tesoro del mondo.

Il Signore mi diede la forza d’animo e l’amore verso coloro per causa dei quali mi viene la sofferenza. Ecco il primo giorno dell’anno. In quel giorno sentii anche la preghiera di una anima bella, che pregava per me, dandomi in spirito la sua benedizione sacerdotale. A mia volta risposi con una fervorosa preghiera.

 

Gesù, non lasciarmi sola nella sofferenza; … Non diminuire affatto le mie pene, ma dammi la forza di sopportare. Fa’ di me quello che vuoi, o Signore, dammi solo la grazia di saperTi amare in ogni caso e in ogni circostanza. Non ridurre, Signore, il calice dell’amarezza, ma dammi la forza di berlo fino all’ultima goccia.

 

Madre Teresa di Calcutta,

brani tratti dal Diario e dalle Lettere

 

C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto.

 

Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra.

 

Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore…Se solo sapessero come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!

 

Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio…Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego perdona la mia bestemmia.

 

Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me” “Prega per me, che io non rifiuti Dio in quest’ora. Non lo voglio ma temo di poterlo farlo.

Non so dirle quanto sono stata male l’altro giorno; c’è stato un momento in cui per poco non rifiutavo di accettare. Allora ho preso decisamente il Rosario e l’ho recitato lentamente e con calma, senza né meditare né pensare a nulla.

 

 

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