Malaria e polemiche razziste

La morte di una bambina che si era infettata senza essere andata in un Paese a rischio, ha provocato l'avvio di un'indagine del ministero della Salute, ma anche molte polemiche, spesso caratterizzate da toni allarmistici infondati.
L'ingresso del reparto di pediatria dell'Ospedale di Trento, ANSA/ JACOPO VALENTI

Ha fatto molto discutere la drammatica vicenda della piccola paziente di Trento, morta per le complicanze della forma più aggressiva di malaria, contratta senza che avesse avuto alcun contatto con un Paese endemico.

Mentre il Ministero della Salute ricorda come sia necessario attendere l’esito di indagini complesse, alcuni articoli di giornale hanno trattato l’ipotetico “contagio” in modo superficiale e strumentale, cogliendo l’occasione per impostare una campagna dai toni allarmistici e a volte gravemente xenofobi.

Affrontare seriamente il tema della tutela della salute internazionale significa, anzitutto, considerare il quotidiano movimento di centinaia di migliaia di turisti e lavoratori, per non parlare delle decine di milioni di tonnellate di merci che il mercato globale tratta in ogni angolo del pianeta.

Dei 3.633 casi di malaria verificatisi in Italia fra il 2011 e il 2015, solo 7 sono stati valutati come autoctoni, mente gli altri pazienti si sono infettati nel corso di un soggiorno in un Paese dove la malattia è diffusa. La malaria in questi casi viene trasmessa da zanzare liberate da bagagli, containers o indumenti dei viaggiatori, che sopravvivono assai più facilmente alle poche ore di un volo aereo che alle drammatiche odissee a cui sono sottoposti i migranti.

Purtroppo sono troppo poche le voci, autorevoli e pacate, che ricordano che a impedire le infezioni non sono le crociate razziste, ma il rispetto delle norme di profilassi, di igiene ospedaliera e, se disponibili, i vaccini. Verso i quali, dalle nostre parti, si alimentano pure irrazionali e immotivate paure.

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