La libertà, il male e Dio

La “spina nel fianco” delle religioni. Come Dio dice “ti amo” al cosmo e all’umanità

«Non credo in Dio. Ma se esistesse, non può essere buono, viste le terribili sofferenze vissute dall’umanità nella sua storia». Così Rossana Rossanda in un’intervista. Il silenzio di Dio e il suo “non intervento” per evitare le tragedie umane fanno sentire oggi Dio lontano e assente come in nessun altro momento della storia.

Tanti autori di valore – filosofi, teologi, psicologi, sociologi, biologi, astrofisici – ne hanno parlato. Tuttavia, pur con tanti aspetti positivi e illuminanti, mi sembra che nessuno arrivi al fondo ultimo della questione. Il teologo Raimon Panikkar affermava che le religioni non danno risposte convincenti al rapporto tra Dio e la realtà del male nel mondo, per cui chiamava questo tema la loro “spina nel fianco”.

Penso che una risposta possa trovarsi in due affermazioni apparentemente paradossali, ma che si chiariscono a vicenda. La prima è di Simone Weil: «Dio può essere presente nella creazione solo nella forma dell’assente. […] L’assenza di Dio è la più meravigliosa testimonianza dell’amore di Dio». L’altra è di Walter Kasper: «Il Dio Uno e Trino è la risposta cristiana, l’unica sostenibile, alle sfide dell’ateismo contemporaneo». La novità cristiana, infatti, non si trova nel credere in Dio, ma nel credere che Dio sia Amore. Con una conseguenza inevitabile: l’amore esige pluralità, relazione, qualcuno che si dona e un altro che, amato, ha la possibilità di accogliere quell’amore riamando a sua volta. L’amare in senso pieno comprende amante-amato-amore, sintetizzava sant’Agostino.

Niente unisce come l’amore che, per essere appagante e sano, deve però favorire un’unità che rispetti la diversità. Perciò risulta “sensato” che la fede cristiana proponga un Dio necessariamente Unico e Uno, ma indivisibilmente Trino. Quali caratteristiche – qui è il punto – sviluppa un amore “uni-trinitario”? Tra le tante, accenniamo a una fondamentale: l’amore esprime le sue potenzialità “trinitarie” quando ognuno dei soggetti che si relazionano, si dona facendo in modo che l’altro possa essere pienamente se stesso. Nell’amore “uni-trino”, ognuno trova la propria identità e realizzazione. Questo vale “all’interno” di Dio, ma cosa può significare nel suo rapporto con la storia umana? Proprio perché Amore, Dio sostiene gli esseri umani in modo tale che essi siano se stessi, veri partner suoi, autentici protagonisti della propria esistenza, liberi di amare a loro volta.

Il “nascondimento” di Dio, il suo apparire senza arroganza né ricatto né paternalismo né tirannide, la sua umiltà/ discrezione, il suo esistere offrendo lo spazio affinché l’essere umano sia integralmente se stesso, sono un’esigenza libera ma ineludibile del suo Amore.

La sua non risposta, il suo non intervento, il suo silenzio e la sua “assenza” sono il modo in cui Dio dice «ti amo» al cosmo e all’umanità. Questo è il bandolo della matassa, che fa capire tante cose. Non obbliga a credere in Dio. Non suscita la fede in modo automatico. Però, se si vuol credere, se si vuol rendere credibile l’esistenza di Dio, si deve passare da questa porta. Ogni altra spiegazione conduce a cortocircuiti senza risposte appaganti, e diventa seme di ateismo, come si avverte nella nostra epoca caratterizzata non soltanto da una notte collettiva della fede, ma da una vera e propria “notte di Dio”. Questa “notte”, che s’insinua dentro e interroga tante persone, credenti e non, è come una chiamata a “permettere a Dio di essere Dio”. Altrimenti lo pensiamo (e gli  chiediamo cose) in un modo indegno di lui, contraddittorio col suo Amore. Certamente poi bisogna essere coerenti con una tale convinzione. Quando avvertiamo troppo dolorosa la “distanza” di Dio, quando arriva la sofferenza e “non sentiamo” il suo intervento, ma percepiamo solo le circostanze naturali e culturali, insieme con la complessità e malvagità umana, proprio allora dobbiamo continuare a credere alla sua presenza intima d’Amore.

Dio agisce attraverso queste circostanze, le prende sul serio, le rispetta. Tutta la vita, per chi crede, appare allora come “un gioco d’amore”, drammatico e appassionante, tra Dio e l’essere umano. Alla fine, si scopre che proprio l’argomento o l’esperienza che più ostacola il credere in Dio, possono trasformarsi in un cammino privilegiato verso di lui.

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