La libertà da conquistare

Dalla Tunisia all’Egitto, dalla Giordania allo Yemen. Il mondo arabo è in subbuglio. Interrogativi aperti e risposte possibili.
Proteste in Yemen
Nei loro slogan e ideali, le rivoluzioni arabe in atto vanno oltre le ideologie laiche o religiose, per toccare i valori universali e i diritti naturali delle persone e dei popoli ad una vita dignitosa. Sono rivoluzioni pacifiche senza leadership, perché quello che conta veramente è l’idea che unisce, un’idea che parte da esperienze amare in vista di una speranza finalmente raggiungibile.

 

C’è una nuova generazione cresciuta sotto le dittature, ben connessa con il mondo globalizzato, capace di usare i moderni mezzi di comunicazione: giovani colti e laureati, ma senza possibilità di integrazione nel mercato del lavoro né nello spazio politico. Questa generazione è all’avanguardia di una nuova fase storica segnata da una crescente coscienza civile e democratica.

 

La rivoluzione egiziana è la vera risposta agli attacchi terroristici di Alessandria. Il terrorismo e l’estremismo religioso sono una pericolosa distrazione che serve solamente ai dittatori. Mubarak è il vero nemico dei copti, perché non ha usato il suo potere per ben trent’anni per evitare le discriminazioni o per impedire gli attacchi previsti. Solo la democrazia può essere il rimedio contro il fondamentalismo che pesca nel fallimento dello Stato poliziesco per reclutare vittime e usarle contro altre vittime del dispotismo. L’unità nazionale egiziana ha ritrovato il suo vero senso nella piazza della Liberazione (piazza Tahrir), al Cairo, e in tutte le grandi città dell’Egitto.

 

Oltre la democrazia, la giustizia e la libertà, ci sono altri valori umani universali: dignità, fiducia e speranza. Non è giusto ridurre queste rivoluzioni unicamente al fattore economico, non sono state provocate da una qualche carestia; il giovane tunisino Bouazizi, che ha fatto scattare la rivoluzione con il suo suicidio sacrificale e non omicida, quando aveva fame portava il suo carrello per vendere frutta e verdura al mercato; ma quando è stato umiliato e ferito nella sua dignità si è dato fuoco, perché l’umiliazione brucia l’anima.

 

Recuperare la dignità induce al recupero della fiducia perduta, in sé stessi e negli altri, nei propri concittadini, non più considerati come potenziali spie ma come compagni di un cammino di liberazione, da cui rinasce la speranza in un domani migliore. Futuro nel quale la polizia possa essere veramente al servizio del popolo e non del potere dispotico come arma di terrore e di tortura.

 

Il primo passo è stato fatto, il muro della paura è ormai caduto, ma niente è ancora garantito, mancano ancora altri passi decisivi: ricucire la società civile che è la vera e l’unica garanzia contro le potenziali derive; educare poliziotti, politici e mass media alla democrazia e al rispetto della dignità umana; liberarsi dalle brutte abitudini per ricostruire l’essere umano; restaurare il cittadino critico e attivo.

 

In tutto ciò la religione potrebbe dare un contributo positivo, ma senza fondamentalismi. C’è comunque tanto da fare ancora, e in questo momento c’è bisogno della solidarietà dei veri amici dei popoli arabi, in Italia, in Europa e in tutto il mondo.

 

 

 

Dall’esterno

 

Che cosa dopo la rivolta?

 

a cura di Maddalena Maltese

 

Non si può trasferire la democrazia occidentale ad altre tradizioni. La parola all’islamologo Giuseppe Scattolin

 

«Il mondo arabo islamico ha un progetto religioso e culturale antico di 14 secoli, e la tradizione democratica occidentale non può essere imposta di colpo». Giuseppe Scattolin, comboniano, islamologo, attento osservatore delle vicende del Medio Oriente, docente di mistica islamica, è profondo conoscitore della quotidianità mediorientale avendo trascorso tra Libano, Sudan ed Egitto trent’anni.

 

Si aspettava una mobilitazione e una partecipazione così corale del popolo egiziano?

«Che la tensione ci fosse e che la gente comune esprimesse contrarietà al regime era palese da tempo. Il sistema di corruzione che governa il Paese pesava da tempo e, con la crisi economica di questi ultimi due anni, tutto si è accentuato. Il carattere dell’egiziano è mite, è capace di sopportare, ci si affida alla battuta, alle barzellette di fronte alle situazioni più difficili. Ma ora si è arrivati ad un punto di rottura. Moltissimi egiziani vivono al limite della povertà e sono ben consapevoli che le ultime elezioni non sono state per nulla corrette. Certamente l’esperienza della Tunisia ha spinto l’opposizione a scendere in campo».

 

Quindi possiamo parlare di un vero e proprio contagio?

«Algeria, Tunisia, Yemen, Giordania… Tutto lo lascia pensare. Indubbiamente c’è la partecipazione delle giovani generazioni che riescono a comunicare come mai prima, varcando le frontiere. Il malessere è diffuso perché il mondo arabo non ha conosciuto, pur a contatto con l’Occidente da più di due secoli, sistemi di governo democratici fino in fondo. Manca una seria ricerca scientifica che porti a maturare un pensiero critico. Ci sono degli esempi positivi, ma spesso il pensiero islamico diventa solo apologia del passato: mancano riformatori seri che aiutino a coniugare in modo convinto religione e democrazia».

 

Cosa si prospetta dopo le mobilitazioni?

«Basta guardare alla Tunisia, che ora si trova già nell’empasse, perché questi movimenti che hanno preso il potere non sanno come gestirlo. Ci sono elementi troppo diversi: dai fondamentalisti islamici alle varie correnti liberali, ed è molto difficile che vadano d’accordo. I nostri intellettuali non capiscono che ci sono problemi culturali del mondo arabo-islamico legati al fatto di non aver assimilato la modernità. Furono i conflitti religiosi di secoli che portarono l’Europa a maturare una ragione critica, a fissare i diritti della persona umana, ecc. Questi elementi sono percepiti come portatori di crisi dentro altre culture, dove l’individuo è in funzione della comunità».

 

Una comunità che si è scoperta molto legata anche nel web…

«I media hanno inciso molto sull’informazione, ma non sulla formazione. Non ci sono programmi concreti di governo. Ad esempio, El Baradei: non si può fare una rivoluzione senza avere dei punti chiari. Mandare via il presidente non è un programma, e non mi sembra ci siano stati incontri tra le diverse opposizioni per coordinare un progetto».

 

Che ruolo giocheranno i Fratelli musulmani nel futuro dell’Egitto?

«Tra i gruppi dell’opposizione sono i più organizzati. Sono presenti a più livelli in vari settori della società e in questi ultimi anni, poi, hanno abbandonato l’opposizione armata e si sono inseriti in tanti settori sociali, lavorando a una riforma sociale in cui fossero eliminati abusi, scandali, corruzione e assumendo un volto più accettabile. Non è escluso che prendano in mano le redini dell’opposizione e questo porterebbe a rischi sicuri, istituendo un ideologismo religioso di tipo, per così dire, “iraniano”».

 

 

Geopolitica

 

L’opportunità di cambiare

di Pasquale Ferrara

 

Necessaria una conferenza internazionale per il Nord Africa

 

Con l’esplodere della “rivoluzione” egiziana non solo il Nord Africa, ma tutto il Medio Oriente e l’intero sistema internazionale dovranno fare i conti con un cambiamento strutturale. Dinanzi a questo mutamento ci si può porre in due modi: tentare di “limitare i danni”, oppure vedervi una nuova opportunità. Sinora Israele e l’Arabia Saudita hanno per ragioni diverse paventato questa evoluzione. Più coraggio è venuto dagli Stati Uniti, che avevano sinora nell’Egitto, accanto ad Israele, il maggior alleato strategico. L’Europa rimane sospesa in un difficile gioco di equilibrio tra rischio di interferenza e prospettiva di irrilevanza.

 

Ma la questione riguarda anche altri Paesi, come la Turchia, con il suo partito islamico (ma non “islamista”) al potere.

In questa parte di mondo si registra un intreccio complesso di fattori geostrategici, di tensioni legate a vecchi e nuovi radicalismi, di contrastati progetti egemonici, di contesti economici che devono fare i conti con crescenti segnali di instabilità sociale.

 

Il Medio Oriente è in sé stesso un sistema internazionale in sedicesimo. In questa regione del pianeta si sperimentano in modo drammatico alcuni rivolgimenti dell’assetto interno e internazionale: il rapporto tra religione e politica e, più in generale, tra convinzione e ragione, tra comunità e individuo, tra Stato e società, tra mondialità e località. Tutti i caratteri della sovranità sono coinvolti e spesso radicalmente messi in discussione: popoli, Stati, territori.

 

E allora perché non approfittare del momento “epocale” per trasformare questa complessità in un valore? Sorprende che l’eccezionalità degli eventi nel sud del Mediterraneo non abbia provocato sinora una mobilitazione della comunità internazionale di adeguata rilevanza.

 

La profondità dei mutamenti in corso giustificherebbe, invece, un’iniziativa politica internazionale di primaria importanza, sul modello della Conferenza di Helsinki del 1975, nella quale considerare diversi ambiti di cooperazione, relativi a sicurezza, democratizzazione, rispetto dei diritti umani, sviluppo, ma con un formato più flessibile e ampio: non solo i governi, ma anche altri importanti attori interni. Una conferenza inclusiva e originale, non i paludati rituali della diplomazia.

 

 Pasquale Ferrara

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