La Iena dalla parte degli “invisibili”

Per i più maligni è stato il suo gioco di prestigio meglio riuscito. Trasformarsi davanti alle telecamere, da iena con la vocazione della magia, in difensore degli ultimi della società. Ma per Marco Berry quella di Invisibili è stata una esperienza fondamentale, una sfida umana e professionale affrontata con slancio e genuinità. Certamente quello di Italia1 è stato il programma più irregolare e inatteso della scorsa stagione televisiva. Impensabile immaginare che la rete più giovanilistica e consumistica dell’etere avrebbe dato spazio alle storie dei barboni d’Italia. Sono loro infatti gli “invisibili”, i fantasmi della nostre città sui quali Berry ha puntato i riflettori. Al di là dell’eccezionalità del soggetto, ha però colpito il modo con il quale “la iena” ha affrontato le loro storie. Si è calato completamente nella realtà degli homeless, ha dormito con loro sotto i ponti, con loro ha fatto l’elemosina. I racconti di vita alla fine non sembravano falsi, non c’era aria di pruriginosa curiosità nei racconti delle esistenze dei clochard. Tutt’altro: le immagini pulsavano di partecipazione e energia. Una carica emotiva che Berry ha pagato a caro prezzo nella prima puntata quando è scoppiato a piangere in studio dopo la visione di uno di questi filmati Lacrime che hanno ovviamente ridato fiato agli scettici che in quella commozione hanno letto una studiata sceneggiata acchiappascolti. A onor del vero però, Berry già in passato, nelle vesti di iena, non si è mai risparmiato nel raccontare storie drammatiche e nel denunciare soprusi ai danni dei più emarginati. E poi al di là delle critiche, resta il risultato: Invisibili cambia il tuo modo di guardare il barbone che tutti i giorni incontri al semaforo. È questa la cosa di cui Marco Berry va più fiero. “Era mio interesse raccontare le loro storie, mostrare che ciascuno è un individuo, con un suo percorso, con un suo valore – ci dice -, ma poi la conferma che il programma ha colpito nel segno sono le centinaia di mail e telefonate di giovani tra i 18 e i 25 anni che mi dicono: vai avanti, grazie, da domani vedrò queste persone con occhi diversi. Domani gli offro un caffè”. Ogni bel gioco dura poco? È già finita l’esperienza di “Invisibili”? “Nient’affatto. Penso proprio che la seconda edizione si farà. In partenza lo scetticismo era soprattutto mio. L’idea iniziale è stata di Tiraboschi, direttore di Italia1, che mi propose un programma sugli homeless italiani. Mi chiesi subito: dov’è il trucco? Una tv commerciale che si dedica a questo soggetto mi sembrava quanto meno strano. Sulle prime dissi: non mi interessa, perché non lo capisco. Mi fa paura, non voglio fare una carrambata. Chiesi due garanzie: facciamo cinque puntate e le mandiamo tutte in onda, anche se facciamo meno del 3 per cento di audience. Non volevo che persone che si erano messe in gioco e avevano raccontato la loro vita difficile, non fossero mandate in onda per via di scarsi ascolti. E poi la seconda condizione: niente telepromozioni e cedimenti agli sponsor”. Cosa hai imparato dalle persone che hai incontrato? “Mi sono sforzato di capire. Resto con un sacco di dubbi sulla vita che conducono. Ma con una certezza che ribalta anche un vecchio stereotipo sul clochard: chi ti dice che la strada non la lascerà mai, che è quella la vita che vuole, sta barando. Non dice la verità. Non è una scelta la strada. Mai. Non possiamo assolverci così e evitare di intervenire: tanto l’hanno scelto loro. Non è così. Il problema è al contrario: quando sei sulla strada è impossibile uscirne. Mi sono messo nei loro panni. In questa società se perdi lavoro e famiglia sei solo e sei fuori. Non muori di fame: qualche istituzione caritatevole che ti aiuta la trovi. Ma tornare nel mondo dei “visibili” è impossibile”. Nelle metropoli li si incontra ad ogni angolo. Perché li avete definiti “invisibili”? “Perché si ha paura di vederli, i barboni, si ha timore di scoprire la verità sulla loro vita, oltre i loro vestiti sdruciti. Fanno paura perché la loro vita non era molto diversa dalla nostra. Spesso alla base c’è una forte depressione e chi nel mondo d’oggi non ha avuto momenti così? Poi accade che non riesci a uscirne, che perdi il lavoro e la famiglia ti abbandona ed eccoti tra gli invisibili”. Hai mostrato sensibilità e tatto nell’affrontare le loro storie. Hai mai fatto volontariato? “Beh, in effetti il mio impegno viene da lontano. Sono stati fino ai 15 anni chierichetto nella parrocchia del mio paesino in provincia di Torino dove sono nato. In oratorio mi dedicavo ai bambini di famiglie disagiate. Poi il servizio civile: allora la legge prescriveva due anni. Io li trascorsi in una comunità di tossicodipendenti e in un centro diurno per ragazzi con gravi handicap. Adesso collaboro con una associazione che aiuta i tetraplegici”. Sono trascorsi alcuni mesi. Hai qualche rammarico per quel pianto in diretta? “Il mio punto fermo era: niente carrambate. E anche in quel pianto non c’era spettacolo. Se potessi tornare indietro, certo proverei a trattenere le lacrime a tenere la commozione dentro di me, senza mostrarle. Io però non ho mai fatto dirette e già quando guardavo quel servizio nei giorni precedenti non riuscivo a trattenermi. Lì è vero ho mollato: non ce l’ho fatta. Sono fatto così, mi butto nelle storie e nelle vite delle persone senza risparmiarmi. Può capitare anche di piangere, non sono fatto di acciaio. Ma era pianto vero, ve lo assicuro. Ma credo sia giusto così: un programma del genere o lo senti o fingere è difficile. Quando dormi una notte sotto le stelle di Roma con un barbone, non puoi fingere. Una volta stavo dormendo sotto un ponte con un ragazzo e lui, vedendo che avevo freddo, mi ha dato il suo sacco a pelo. La mattina alle cinque mi sono svegliato e stava tremando. Sono gesti che non si dimenticano. Invisibili è una delle cose di cui vado più orgoglioso della mia carriera. Mia figlia ha tre anni e mezzo e ha visto alcune immagini del programma. Ma un giorno gli racconterò di alcuni amici di papà meno fortunati che sono finiti per strada e questo le insegnerà ad apprezzare quello che abbiamo noi.

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