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La guerra civile delle coscienze

Intervista dialogo con Mario Lancisi, autore, tra l’altro, del testo “Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani”

L’attualità politica rimette al centro la questione dell’obiezione di coscienza e della disobbedienza civile. È il momento giusto per intervistare Mario Lancisi, autore del libro, edito da Laterza, Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani.

Lancisi è un giornalista e scrittore fiorentino. Per 30 anni inviato del Tirreno e collaboratore dell’Espresso. Attualmente scrive per Il Corriere Fiorentino. I suoi numerosi testi, oltre che sul priore di Barbiana, sono incentrati su altri personaggi emblematici e contemporanei: padre Zanotelli, Gino Strada, Adriano Sofri e Giancarlo Caselli per fare qualche nome.

Sui social ha usato ultimamente l’espressione “guerra civile delle coscienze“. Cosa intende e perché l’ha richiamata?
Intendo definire il tempo nuovo della politica e delle relazioni sociali in cui alla cosiddetta “guerra” tra poveri – i ceti meno abbienti del nostro Paese che si sentono, per così dire, insidiati dai fenomeni migratori – si accompagna, a mio modo di vedere, una “guerra civile delle coscienze”. La prima ha una evidente connotazione economica. La seconda, invece, affonda le radici nella struttura spirituale e culturale del nostro Paese. Ed è più insidiosa perché rischia di corrodere il tessuto basilare della società: le famiglie e le comunità. Mi spiego: del tempo nuovo che stiamo vivendo, mi ha colpito quello che potremmo definire il “cattivismo sociale”, il fatto che non ci si riconosce più dentro la stessa comunità. Non siamo in guerra soltanto in nome, e per conto, del “corpo”, inteso come ciò che riguarda i bisogni materiali ed economici. No, il salto epocale è che sono in guerra anche le nostre coscienze, che non si riconoscono più in un comune ethos familiare e comunitario.

Puoi fare un esempio?
Nella mia famiglia, tra i miei parenti e amici, io sapevo, fino a qualche mese fa, che potevamo avere idee politiche e portafogli diversi, ma un comune sentire spirituale, un insieme di valori comuni. Ora, tutto questo, mi sembra che rischi di saltare. Io provengo da una famiglia patriarcale di mezzadri toscani dove mio padre era Dc, uno zio Psi e un altro Pci. Tre partiti diversi. Ma i valori di base erano condivisi: l’onestà, la cura della famiglia, il rispetto per gli altri e così via. Oggi non è più così. In ballo sono le coscienze e i valori. La crisi economica rischia di spazzare via le fondamenta etiche delle nostre comunità.

Sembra, infatti, che ai principali attori dell’opinione pubblica interessi principalmente l’affermazione del proprio schieramento, riducendo la posizione dell’altro a lobbisti e amici delle banche e sostenitori del potere oppure a populisti e razzisti. L’indebolimento del dialogo e dell’ascolto reciproco è uno dei volti della guerra civile delle coscienze?
Certamente. Oggi si suole dire da parte di un politico: io ci metto la faccia. Mi chiedo: la faccia o la maschera? Tutto è ridotto a copione, palcoscenico, teatro. Ma dietro la maschera chi c’è? Qui il grande tema: dove vanno le nostre coscienze? A rimetterci è la verità, perché senza coscienza non c’è verità, ma rappresentazione di uno spartito, in cui non interessa il bene comune ma si usa il popolo come maschera. Mi sembra, infatti, che gli attuali governanti non fanno che riferirsi al popolo come ragione e finalità del loro potere, ma l’uso è spesso teatrale, una maschera del consenso perché poi i beneficiati del loro governo sono spesso, le elite tanto avversate. Ecco perché si usa, per così dire, “il popolo”, un concetto astratto, per affermare il privilegio sulla solidarietà.

Quali sono i pericoli di questa guerra civile delle coscienze?
La perdita della coscienza come stimolo e misura del progresso economico e sociale. Il progresso e le conquiste dell’umanità vivono di valori condivisi, ma questi rischiano di svanire se il metro della politica è la maschera e le fake news. La Costituzione è nata, prima che da un sapere giuridico e politico, dalla morale e dalle coscienze che avevano combattuto il fascismo.

Cosa può fare un semplice cittadino in questa dinamica dello scontro per lo scontro?
Riscoprire la dimensione spirituale come risorsa ultima e fondante la vera umanità. L’uomo, nei pericoli estremi, si salva solo quando riesce a fare appello allo spirituale, alla sua coscienza, al suo senso morale. La Pira, per citare un santo dei nostri tempi, direbbe che oggi c’è molto bisogno delle preghiere delle suore di clausura. Per fortuna assistiamo, accanto alla guerra civile delle coscienze, anche all’affermarsi crescente della gratuità, in molteplici forme e percorsi. Penso a quanti, in silenzio, fanno ogni giorno il loro dovere, al volontariato, alle famiglie impegnate nell’educazione dei figli, gli insegnanti, i medici ecc.

Si può dare un contributo, in termini di partecipazione al dibattito, evitando la logica del conflitto?
Guai a entrare in questo conflitto. Al male si risponde con gesti quotidiani e personali di bene. Solo il gesto silenzioso e quotidiano può decidere il volgere del conflitto dalla parte dello spirituale come base della politica. Come aveva intuito La Pira, non c’è vera politica senza coscienza morale. Lui avrebbe aggiunto: senza Dio. Io mi fermo alla coscienza condivisa di valori morali.

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