La democrazia del narcisismo e il Sessantotto

Verso LoppianoLab. Un contributo alla lettura di una scelta storica, che ha determinato il nostro presente

Il Sessantotto: dal sogno all’impegno cinquant’anni dopo. La contestazione del Sessantotto chiedeva più politica. Ha favorito invece la crisi della democrazia, ha generato più individualismo, e la rabbia di oggi sulla base dell’espansione narcisistica del sé, sottolineata da Mauro Magatti. Dopo mezzo secolo la politica è in grande difficoltà in quasi tutti i paesi avanzati: Brexit, Trump, movimenti anti establishment e xenofobi, estrema destra in Germania, infelice condizione della vita pubblica in Italia.

Il Sessantotto chiedeva uno sforzo di trasformazione collettiva radicale e profonda, superando ogni limite. «Il privato è politico», «Vogliamo tutto», «Siate realisti chiedete l’impossibile». Le grandi ideologie invece sono in profonda crisi, a partire dal marxismo e dal liberalismo.

Alla crisi dei grandi progetti di emancipazione collettiva succede il desiderio di emancipazione individuale: la libertà dell’io. H. Marcuse teorizzava infatti il desiderio individuale come leva rivoluzionaria. Al contrario, il desiderio di felicità individuale entra in conflitto con la spinta di liberazione collettiva.

Nasce una «democrazia del narcisismo» senza responsabilità.
La contestazione sessantottina non è riuscita a dar vita a un movimento politico ampio e robusto. Si è disperso in mille rivoli, a volte violenti, o è stato riassorbito dalla sinistra tradizionale. È stato il trionfo del privato. Le prime avvisaglie della degenerazione furono gli esami di gruppo e il sei politico. Alla moderazione ragionevole della classe politica ufficiale corrisponde negli anni Settanta un imponente ampliamento dei diritti individuali, sia civili sia sociali, in tutte le democrazie avanzate. Si generano però contraccolpi. Giunge a termine la straordinaria crescita economica postbellica.

L’elettorato chiede troppo.
Si ha l’involuzione dell’individuo desiderante in un narcisista incapace di distinguere tra se stesso e la realtà, totalmente schiacciato sul presente, sovraeccitato, autoreferenziale e infelice. Si evidenziano i limiti della società «permissiva» o «radicale». La politica ufficiale comincia a tirare il freno non direttamente, ma attraverso le istituzioni economiche internazionali, le banche centrali, la rivoluzione conservatrice di Thatcher e Reagan, il mercato ed il neoliberismo (1979-1980). Consumismo, narcisismo e dura disciplina della concorrenza. Si cambia anima alla nazione.

La politica cede alla tecnocrazia del mercato.
Il Sessantotto proponeva persone riflessive, capaci di generare nuove aggregazioni. Oggi invece ci si unisce in nome del sovranismo o dell’antipolitica, contro chi detiene il potere. Cittadini impauriti da un mondo globalizzato, complesso e incontrollabile, si rifugiano in una difesa dell’identità, quella del luogo di nascita, aderendo a partiti sovranisti o localisti. In altri casi si riuniscono in un calderone di provenienze diverse, uniti dal rancore contro il potere. Il Sessantotto è stato una tragica illusione? Oltre alla affermazione importante dei diritti civili, sembrano saltati tutti gli equilibri.

Le democrazie del narcisismo tra sogno, impegno e delusione
L’antipolitica, come abbiamo visto, è un sintomo più che una malattia. Contiene molto rancore. Da dove arriva? In realtà si tratta di un lento divorzio tra cittadini e politica, da Tocqueville a Tangentopoli, dal Sessantotto ai nostri giorni. Giovanni Orsina in La democrazia del narcisismo: Breve storia dell’antipolitica (Marsilio 2018), afferma: «La politica non controlla più il futuro. Ha sempre meno senso, potere, respiro. La sua funzione principale, ormai, è fare da capro espiatorio per il risentimento universale. Solo se riconosciamo che questa crisi ha le sue radici nel cuore della democrazia e sta montando da almeno un secolo, potremo comprenderla a fondo». Il populismo non si spiega solo alla luce delle crisi finanziarie. L’economia infatti è tornata in parte a crescere e il peggio sembra passato. Come mai allora i partiti del «risentimento» continuano a mietere consenso? È l’epilogo di una storia che ha origini più profonde. Dobbiamo interrogarci allora sulla crisi della democrazia rappresentativa. Basta ragionare sul conflitto tra politica e cittadini che ha contrassegnato gli ultimi cento anni: fascismo, connubio tra masse e potere a partire dagli anni Trenta, la svolta libertaria del Sessantotto, la stagione di Tangentopoli in Italia. Osserviamo la caduta di una intera classe di governo in quella occasione e la fine della Repubblica dei partiti. Da lì nasce un venticinquennio di antipolitica. Con questa tutti si sono misurati: Berlusconi, Grillo, i postcomunisti, la Lega, Renzi. Nessuno è riuscito a correggere le sue conseguenze negative. Su questo argomento occorre ritornare con approfondimenti.

Cosa resta del ‘68
Rimane quel grido profetico di cambiamento per il sistema scolastico, il lavoro, la cultura capitalista, la Chiesa, il ruolo della donna, la politica. Come movimento di massa il Sessantotto intercettò le questioni di un mondo in rapida trasformazione. La sua forte carica contestataria ha messo in discussione ogni ambito della vita sociale. Le risposte furono spesso sbagliate o velleitarie, ma indubbiamente esso favorì una transizione di civiltà di dimensioni epocali, che ancora oggi ci interpella con forza. Il ‘68 intercettò tutto ciò che annunciava cambiamenti nel mondo e mise in discussione ogni aspetto della vita sociale. Una intera generazione rimase travolta dalla sua energia positiva di movimento nascente. In conclusione aprì la strada come un ciclone all’epoca nuova.

Un grido profetico.
Sono maturi oggi i tempi per un cambio di paradigma verso un nuovo umanesimo in epoca digitale, capace di dare una risposta costruttiva a quel grido.

 

 

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