Migranti e obbligo di conformarsi ai valori italiani

Un indiano sikh, che aveva fatto ricorso contro una multa comminatagli per essere uscito di casa con il coltello rituale - ritenuto un'arma -, ha visto respinta la sua istanza in nome della conformazione ai valori della società in cui si risiede. Alcune riflessioni

Le persone migranti che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno «l’obbligo di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso di stabilirsi». Questo quanto sentenzia la Corte di Cassazione che ha condannato un sikh indiano che circolava con un kirpan, il coltello che molti nella sua religione portano alla cintura. «Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori porti alla violazione cosciente di quelli del Paese ospitante», spiega ancora la Corte di Cassazione. «In una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante».

Questa la notizia che è stata riportata sia dai media in questi giorni. Il fatto risale a qualche anno fa, quando un indiano sikh era stato condannato a duemila euro di ammenda dal Tribunale di Mantova. Era il 2013 ed il migrante, che fa parte della notevole comunità di indiani sikh nella zona del Mantovano e del Cremonese, era stato fermato a Goito (Mantova) mentre usciva di casa: “armato”, questa l’accusa, di un coltello lungo quasi venti centimetri. Il sikh aveva sostenuto che si trattava non tanto di un’arma ma di un simbolo religioso, al pari del turbante. Da qui il ricorso per cancellare la multa in quanto l’atto “costituiva adempimento del dovere religioso”. In questi giorni, a quattro anni dai fatti e a due dalla prima condanna a pagare l’ammenda, è arrivata la sentenza della Cassazione.

La pronuncia non ha creato troppo scompiglio. La comunità sikh è tradizionalmente tollerante anche per le origini di questa religione, nata alla fine del XV secolo, per operare una armonizzazione fra Induismo e Islam, che caratterizzavano il panorama religioso del nord India. Guru Nanak, il santo fondatore di questo credo, non ha mai inteso dar vita ad una nuova religione, ma si limitava a predicare che non esiste né musulmano né indù perché si è tutti figli di Dio. I suoi seguaci – sikhsa in sanskrito – furono chiamati sikh e diedero vita ad una fede che ha preso forma attraverso altri nove guru che si sono susseguiti dopo Nanak. La capitale di questa fede si trova ad Amritsar, nel nord del Punjub indiano, dove ha sede il Golden Temple, il Tempio d’Oro. Quisi recita per tutto il giorno il Guru Granth Sahib, il libro sacro che di notte viene riposto in una struttura adiacente; e che costituisce oggi, dopo la morte del decimo guru, la vera guida (guru appunto) della comunità. Si tratta di una religione, quindi, molto tollerante che, fra l’altro ha dovuto difendersi all’interno dei vari regni del Nord India e per questo è nota anche per la sua fierezza e per la sua presenza all’interno dell’esercito indiano. Molti sono i militari nella comunità sikh, e spesso le più alte cariche dei diversi corpi di armata indiani sono ricoperte da militari appartenenti a questa religione.

A fronte di tutto questo non si leggerà mai che un sikh abbia fatto uso del kirpan, il coltello che molti portano alla cintura. Non si tratta appunto di un’arma ma di un segno religioso, al pari di altri quattro oggetti – tutti con iniziale ‘k’ nell’alfabeto punjabi. Accanto ai capelli fluenti che spesso i sikh nascondono dietro al tradizionale turbante, al pettine che tiene i capelli o la barba, i pantaloni alla zuava caratteristici della loro tradizionale tenuta religiosa e del braccialetto in metallo che gli uomini tengono al polso, anche il kirpan costituisce un oggetto che ha un profondo messaggio religioso. Si tratta, infatti, di uno stimolo a ricordare la lotta costante per il bene e una vita morale adeguata alla spiritualità in cui si crede contro il male e quanto di negativo esiste nell’uomo e nella donna e nel mondo. Il coltello, visto in tal senso, è menzionato nel Guru Granth Sahib, il libro sacro di cui si diceva, ed indossarlo significa ricevere una spinta morale e spirituale a vivere secondo il bene.

La pratica di indossare questo oggetto risale al sesto dei dieci guru fondatori: Guru Hargobind (1595-1644). Questi era solito portare due spade, una per rammentarsi dei sui obblighi spirituali e la seconda per aver sempre presenti quelli temporali e sociali. E’ stato lui a introdurre il concetto di essere un soldato, ma santo (sant sipahi), Infatti un sikh è chiamato a meditare costantemente e a ricordare Dio in ogni momento della sua vita. Allo stesso tempo deve anche ottemperare alle incombenze e ai doveri verso la famiglia e la società, e fra questi, quelli che riguardano la difesa; ma sempre senza venir meno agli ideali di santità. Per questo, anche nell’esercito indiano, un sikh non usa mai un kirpan, che resta un elemento profondamente religioso e non un’arma.

Personalmente ho vissuto trent’anni in India e non ho mai sentito di un sikh che avesse attaccato qualcuno con il suo kirpan. Anche nei difficili anni Ottanta del secolo scorso, quando un partito militarista punjubi, fra l’altro fomentato da Indira Gandhi per motivi politici, ingaggiò una guerra con l’esercito indiano, trasformando il Tempio d’Oro in un vero arsenale di guerriglia, non si sentì mai parlare di attacchi con il kirpan.

Queste sono solo alcune nozioni fondamentali sul senso che il kirpan ha per la comunità sikh. Fra l’altro coloro che lo portano sono una piccola minoranza e se lo fanno, spesso, è per celebrare un giorno di festa o un’occasione particolare. La decisione della Corte di Cassazione, sebbene legittima in quanto fondata sulla Costituzione italiana, non tiene conto della dimensione spirituale e culturale nonché della sensibilità della comunità; e, a fronte di un chiaro invito a integrarsi nella società italiana, non favorisce certo il rispetto delle tradizioni religiose e culturali altrui. Personalmente, senza polemica ma con senso di realismo, mi sento a disagio pensando che l’Italia conosciuta nel mondo per aver esportato modelli sociali tutt’altro che rispettosi della legge e della cultura altrui (pensiamo alla mafia sinonimo dovunque del nostro Paese!) sia così attenta a questo aspetto di una cultura peraltro molto pacifica, tipica di una comunità nota per la sua capacità di integrarsi e per il suo impegno a lavorare duro in particolare nel settore agricolo e meccanico.

Certo le sentenze devono essere motivate sulle basi del diritto e della Costituzione, ma in una società plurale non sono solo gli altri che si devono, giustamente e necessariamente, adeguare alla nostra tradizione. È necessaria un’adeguata lettura della cultura e della religione, sempre parte integrante di essa, dei cittadini che arrivano sul territorio italiano. Solo da una sensibilità di reciprocità può nascere un vero processo di integrazione.

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