La Chiesa di Milano vuole bene al papa

La lettera dell'arcivescovo Mario Delpini in occasione della festività della natività di Maria. Non servono timidi cristiani, ma profeti in dialogo
Duomo di Milano

La Chiesa di Milano vuole bene a papa Francesco, è il titolo del decreto voluto dall’arcivescovo Mario Delpini, per dire che «non possiamo prescindere, come Chiesa, dal riferimento al papa Non dipendiamo dai titoli dei giornali, ma ascoltiamo i suoi insegnamenti e cerchiamo di viverli nel quotidiano».

Un lungo applauso ha accolto questo annuncio improvviso, a conclusione del solenne pontificale nel Duomo gremito di fedeli per la celebrazione della solennità della natività di Maria. Come da consuetudine l’8 settembre, nella solenne celebrazione liturgica, la Chiesa di Milano dà inizio al nuovo anno pastorale e l’arcivescovo illustra ai fedeli la lettera pastorale che, per l’anno a venire, ha per titolo: Cresce lungo il cammino il suo vigore. È la prima del nuovo arcivescovo. La lettera propone con semplicità il cammino che la Chiesa vuole compiere nel tentativo di riformarsi e leggere i segni dei tempi per una testimonianza che si fa gioia e speranza per gli uomini di oggi.

Delpini sviluppa la sua proposta partendo dalla «consapevolezza di essere la Chiesa in debito verso questo tempo e questo mondo». Cita più volte il suo predecessore Giovanni Battista Montini, come esempio da rilanciare e approfondire: «Mentre ci prepariamo alla canonizzazione del beato papa Paolo VI, chiedo la sua intercessione perché la sua preghiera ci accompagni». Invita clero e fedeli a non fermarsi sul già sperimentato, ma a vivere pienamente il tempo presente: «Siamo un popolo in cammino. Non ci siamo assestati tra le mura della città che gli ingenui ritengono rassicurante, nella dimora che solo la miopia può ritenere definitiva».

Invita a «pensare e praticare con coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa», perché «la Chiesa non assolutizza mai forme, assetti, strutture e modalità della sua vita». E ancora: «Non ha fondamento storico, né giustificazione ragionevole l’espressione “si è sempre fatto così” che si propone talora come argomento per chiedere conferma dell’inerzia e resistere alle provocazioni del Signore che trovano eco nelle sfide presenti».

Durante l’anno liturgico che inizia, la Chiesa Ambrosiana il 3 novembre concluderà il Sinodo diocesano dove si è discusso di «Chiesa dalle genti», e affrontato il tema della ricchezza ecclesiale che nasce dal dialogo di popoli e persone presenti a Milano e in Diocesi: «La Chiesa si riconosce “dalle genti” non solo perché prende coscienza della mobilità umana ma, in primo luogo, perché, docile allo Spirito, sperimenta che non si dà cammino del Popolo di Dio verso il monte dell’alleanza piena se non dove, nel camminare insieme verso la medesima mèta, si apprende a camminare gli uni verso gli altri. L’incontro, l’ascolto, la condivisione permettono di valorizzare le differenze, lo specifico di ciascuno, impongono di riconoscere i doni ricevuti dalla tradizione di ciascuno».

E aggiunge: «Non si può immaginare perciò che il popolo in cammino viva di nostalgia e si ammali di risentimento e di rivendicazioni, perché proprio per questo si è deciso il pellegrinaggio, per uscire da una terra straniera e da una condizione di schiavitù». Perciò «ci facciamo compagni di cammino di fratelli e sorelle che incontriamo ogni giorno nella vita; uomini e donne in ricerca, che non si accontentano dell’immediato e della superficie delle cose». Un’attenzione particolare l’Arcivescovo la dedica ai giovani, nell’anno nel quale si celebra il Sinodo dei vescovi voluto da papa Francesco: «È tempo, io credo, di superare quel senso di impotenza e di scoraggiamento, quello smarrimento e quello scetticismo che sembrano paralizzare gli adulti e convincere molti giovani a fare del tempo della loro giovinezza un tempo perso tra aspettative improbabili, risentimenti amari, trasgressioni capricciose, ambizioni aggressive: come se qualcuno avesse derubato una generazione del suo futuro. La complessità dei problemi e le incertezze delle prospettive occupazionali non bastano a scoraggiare i credenti».

La lettera invita poi alla cura della Parola sia durante la Messa che nella preghiera. A custodire e rilanciare l’umanesimo cristiano: «Sentiamo la responsabilità di custodire la preziosa eredità dei nostri padri, quell’umanesimo cristiano in cui si integrano la fede, il senso pratico e la speranza, la cura per la famiglia e per la sua serenità, la gioia per ogni vita che nasce, la responsabilità dell’amore, la serietà della parola data, la fierezza per il bene che si compie e insieme un senso del relativo che aborrisce ogni esibizionismo, una inclinazione spontanea alla solidarietà e una prontezza nel soccorrere, la serietà professionale e l’intraprendenza operosa, l’attitudine a lavorare molto e la capacità di fare festa, una radicata fiducia verso il futuro e una vigile capacità di risparmio e programmazione. Avvertiamo tuttavia che l’evoluzione contemporanea sembra condannare all’irrilevanza quell’armonia di valori che forse descriviamo in modo un po’ idealizzato, ma che hanno offerto l’ispirazione a molte iniziative, istituzioni, forme di presenza nella vita sociale e politica». E indica come benedizione la Dottrina sociale della chiesa. Un forte invito affinché i cristiani non vivano da timidi, ma diventino sempre più profeti in dialogo.

 

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