La Buona scuola, occasione perduta o si può recuperare?

La legge ha separato il governo dal corpo docente e ha diviso sindacati, presidi, genitori, studenti, lasciando spazio a barricate e a norme ibride. Ora serve una buona politica scolastica a partire dal basso dove collaborare non può essere un optional. Le riflessioni di un insegnante
Torino

Non sono l'unico a pensare che l'approvazione a queste condizioni del decreto detto "Buona scuola" sia stata una occasione perduta.

A perdere sono stati tutti. In primis il Governo che non ha saputo creare le condizioni di un dialogo a tutto campo. Poi sindacati che non hanno voluto dialogare a tempo e luogo debito boicottando la consultazione e lasciandosi andare ad un populismo scevro di senso di realtà, fino ad alzare barricate. Infine gli insegnanti che in gran parte si sono lasciati trascinare in una crociata con argomentazioni al di là del ragionevole, con i genitori e le famiglie che non guadagnano spazi di dialogo all'interno degli Organi Collegiali e gli studenti che sono stati utilizzati per interessi (presunti) di parte.

 

Si dice che la riforma abbia considerato come interlocutori privilegiati gli utenti finali del servizio (genitori e studenti) piuttosto che i suoi operatori intermedi, il personale scolastico e soprattutto gli insegnanti e i loro sindacati. Non mi pare che i risultati confermino questa tesi. Poteva essere una buona riforma se il dialogo avesse aiutato a modularne alcuni aspetti. Ne è uscito un ibrido con tanti "buchi" che i decreti delega difficilmente riusciranno a sanare.

 

I rischi legati all'immissione in ruolo di centomila persone il cui grado di preparazione e motivazione non è di recente indagine sono rilevanti. Tra l'altro la cernita dettata dalla legge lascia l'amaro in bocca a tanti, comprese le nuove professionalità (docenti con funzioni strumentali e di sistema) di cui in questi anni di sperimentazione della "autonomia" si è avvertita la crescente necessità.

 

Alcune parti della riforma lasciando intendere che alcune discipline non fossero già obbligo di legge, aprendo conflitti tra diverse professionalità ed tra le differenti età dei soggetti coinvolti. La preparazione di base di un docente tiene conto di un determinato target/età con didattica e metodologia specifiche. L'impiego generalizzato sulle diverse fasce di scuola di un docente solo in virtù del suo titolo specifico non è congruente ai risultati attesi.

 

Il tanto contestato potere dei presidi è stato mitigato dall'impegno della loro rotazione ogni sette anni. Così anche le scuole che funzionano bene perderanno quella continuità che tanto conta nell'espletamento delle funzioni ordinarie. Nella mia trentennale esperienza non ho conosciuto molti dirigenti "da dimenticare" per la maniera in cui esercitavano il loro "potere". A loro viene riservato un ruolo strategico poiché dovranno ri-stabilire un rapporto positivo con il contesto sociale (genitori, associazionismo), istituzionale (enti locali), economico (per l’alternanza ma anche per l’autofinanziamento) nel quale la scuola opera.

 

La Buona Scuola avrà soprattutto bisogno dell’apporto decisivo di buoni insegnanti, che almeno per ora, guardano con diffidenza a un’operazione che non gli ha riservato un ruolo da protagonisti.

 

Un'incognita è l’uso concreto che le scuole faranno della loro maggiore autonomia.

L’autonomia è un mezzo, non un fine: funziona se le finalità sono chiare e ben definite, e se l’autonomia delle scuole è strumentale al loro perseguimento. Permane un’ambiguità e cioè che l’autonomia delle scuole si sia ridotta, nel tempo, a un faticoso fai-da-te a risorse decrescenti.

La nuova legge indica le finalità generali della riforma : «innalzare i livelli di istruzione e le competenze delle studentesse e degli studenti, rispettandone i tempi e gli stili di apprendimento; contrastare le diseguaglianze socio-culturali e territoriali; prevenire e recuperare l'abbandono e la dispersione scolastica; realizzare una scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica, di partecipazione e di educazione alla cittadinanza attiva; garantire il diritto allo studio, le pari opportunità di successo formativo e di istruzione permanente dei cittadini», ma questo non è sufficiente, perché queste parole appartengono a tutti i Piani dell’offerta formativa.

 

Serve invece che il Governo aiuti le scuole con azioni di accompagnamento, formazione, ricerca e azione, oltre che con la definizione di obiettivi misurabili e strettamente monitorati, da calare a livello di singolo istituto scolastico/rete di scuole, prevedendo anche interventi correttivi lungo il percorso.

 

Si tratta di cercare ora il consenso politico e sociale su misure come la soppressione delle bocciature fino ai 16 anni (o comunque solo dopo aver attuato una serie di azioni di recupero), la personalizzazione dei curricula, la trasformazione dell’esame di maturità in un sistema di certificazione delle competenze. Tutte misure che vanno nella direzione indicata e che possono essere decise solo a livello nazionale, e non dall’autonomia delle scuole.

 

Per fare una Buona Scuola servirebbe insomma un supplemento di Buona Politica Scolastica a cominciare dal basso e da una nuova sinergia tra personale della scuola, studenti e famiglie. Il Forum delle famiglie ha già iniziato a muoversi in questa direzione e poi bisognerà vincere la diffidenza di (noi) insegnanti e docenti. Riconoscere e rispettare i ruoli e le specificità di ciascuno. Aiutarsi a riappropriarcene. Dare e non pretendere "e basta".

 

Dirigenti quindi, apritevi ai comitati dei genitori ed alle rappresentanze delle famiglie. Docenti, non barrichiamoci dietro alle delusioni avute. Diamo anche alle famiglie una nuova possibilità. Famiglie, partecipare non è più un optional. Non è più un dovere. È una necessità, è una nuova occasione: cogliamola assieme!

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