La Bibbia che unisce

In occasione della 31 esima Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei riproponiamo la doppia lettura della Bibbia basata sulle tradizioni e metodologie ebraica e cristiana. Un passo avanti nel dialogo. Tratto da Città Nuova 7/2019.
L'arcivescovo di Canterbury Justin Welby e il rabbino Ephraim Mirvis

Tra ebrei e cristiani è possibile parlare di amicizia? Sì, ma è necessario un presupposto: l’apertura mentale per mettere al centro della condivisione quello che è più importante, cioè l’amore per l’unico Dio e per il prossimo, cardine delle due religioni, come scritto nei versetti di Levitico e di Deuteronomio ripresi poi da Gesù. Serve anche il coraggio di voltare pagina, di guardare al passato per conoscerlo, per trarne memoria e insegnamento, senza riaccendere pregiudizi razzisti mai sopiti o alimentare rancori e risentimenti.

Certo, fra cristiani ed ebrei la storia pesa. Afferma papa Francesco: «Abbiamo alle spalle 19 secoli di antigiudaismo cristiano. Pochi decenni di dialogo sono ben poca cosa a confronto. Tuttavia in questi ultimi tempi molte cose sono mutate e altre ancora stanno cambiando». Il dialogo implica rispetto, apertura e tolleranza, ma non è ancora amicizia, che significa condividere, gioire delle cose per cui batte il cuore dell’altro.

Ebrei e cristiani condividono tanto, nulla impedisce di diventare amici. In primo luogo condividono il libro che gli ebrei chiamano Tanakh – la Bibbia ebraica – e i cristiani Antico Testamento o, più correttamente, Primo Testamento. Ma si tratta dello stesso libro? Se si guardano le parole, come seguono una dopo l’altra, sì. O quasi. Perché i cristiani dettero grande valore alla traduzione greca dell’Antico Testamento effettuata a partire dal III secolo a. C., la cosiddetta Settanta. Questa conteneva alcuni libri in più rispetto al Tanakh, oltre ad alcune differenze significative dovute alla traduzione. Col passare del tempo, quindi, il canone dell’Antico Testamento divenne più esteso di quello della Bibbia ebraica.

Inoltre le due comunità, ebraica e cristiana, interpretano in modo diverso lo stesso testo. I cristiani hanno espresso la loro identità negli scritti del Nuovo Testamento, elaborati nella seconda metà del I secolo. Questi scritti si riferiscono alla Bibbia ebraica, che interpretano alla luce degli eventi della vita di Gesù, dai cristiani considerato il Cristo, cioè il messia. Gli ebrei, invece, hanno compiuto un altro percorso: per loro il testo della Tanakh ha valore in sé, non è una profezia di Gesù, ma contiene tutta la storia della salvezza. L’interpretazione cristiana e quella ebraica, nelle diverse prospettive, sono entrambe legittime e possono dare grandi contributi all’interno delle due comunità religiose e anche al mondo intero.

È infatti arricchente per i cristiani leggere la Bibbia immedesimandosi nella visione ebraica: si scopre come la leggevano i contemporanei di Gesù, si comprendono meglio alcune parabole e tanti insegnamenti dei Vangeli, si riesce a storicizzare la vita di Gesù e delle prime comunità cristiane. Secondo papa Francesco, «è di vitale importanza per i cristiani scoprire e promuovere la conoscenza della tradizione ebraica per riuscire a comprendere più autenticamente se stessi».

Allo stesso modo per gli ebrei può essere arricchente comprendere il punto di visto cristiano, come aveva anticipato il filosofo ebreo Martin Buber: «Sin dalla mia giovinezza ho avvertito la figura di Gesù come quella di un mio grande fratello. Che la cristianità lo abbia considerato e lo consideri come Dio e Redentore, mi è sempre sembrato un fatto della massima serietà, che devo cercare di comprendere per amore suo e per amore mio».

Nell’ottica della lettura a due voci del testo sacro, si inserisce la recente pubblicazione di La Bibbia dell’Amicizia (San Paolo, 2019) nella quale 6 passi scelti della Torah – Pentateuco sono commentati da ebrei e cristiani. Una doppia lettura basata sulle tradizioni e metodologie proprie delle due comunità religiose. Un lavoro importante per dare ai cristiani la chiave per leggere l’Antico Testamento in un senso che non sia antiebraico. Soprattutto in un momento – come spiega mons. Spreafico, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo – in cui «l’antisemitismo e il pregiudizio antiebraico, che oggi si sposa a volte con l’antisionismo, non è per nulla morto. Basti pensare che il World Jewish Congress ha contato nel 2016 sul web ben 382 mila post antisemiti, uno ogni 83 secondi». I 30 autori, 15 ebrei e 15 cristiani, che hanno commentato i passi scelti per la Bibbia dell’Amicizia, offrono la possibilità di un passo avanti nel fruttuoso dialogo interreligioso, portando le grandi idee di cristianesimo ed ebraismo al servizio dell’umanità.

 

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