La badante

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Cesare Lievi, con La badante, si conferma drammaturgo acuto e sensibile, in cui al nitore della scrittura, raffinata e ironica, unisce uno sguardo sempre attento al nostro presente. Terza tappa di una trilogia che riflette sui cambiamenti indotti nella nostra società dalla presenza dei nuovi immigrati, con La badante l’autore e regista bresciano ritrae un nucleo famigliare in un interno, allargato, come è oggi, alla componente immigrata. Se in Fotografia di una stanza il diverso era un ragazzo rumeno ingaggiato come tappezziere; e in Il mio amico Baggio due cantanti brasiliani, in questo terzo allestimento il fulcro è una badante ucraina. Protagonista è un’anziana e ricca signora, che i due figli, uno industriale, l’altro intellettuale snob, entrambi troppo impegnati nei loro affari, hanno affidato alle cure della ucraina. Nel primo atto vediamo l’autoritaria e volitiva signora impegnata a discutere col primo figlio sull’inopportunità della presenza della straniera avvertita come pericolosa e nemica. Vorrebbe cacciarla e denunciarla perché, a suo dire, è colpevole di averle rubato soldi e oggetti casalinghi che non trova più. Nonostante il figlio cerchi di smontare la sua cattiveria facendole presente che è soggetta a vuoti di memoria, ella non vuole ammettere di sbagliarsi sul conto dell’intrusa. Nel secondo atto assistiamo all’accesa discussione dei due fratelli e della moglie tedesca di uno dei due, riguardante l’eredità lasciata dalla madre appena defunta. Il patrimonio, ritirato gradualmente dalla banca, sembra essersi volatilizzato e con esso la badante, sulla quale ricadono le accuse per furto e presunto plagio nei confronti della madre. È in questo rabbioso dibattito che emergono tutti i pregiudizi e il razzismo latente nei confronti di chi è straniero, ma anche l’egoismo e l’avidità di chi pensa solo al proprio benessere. Nel terzo atto, nodo cruciale della commedia, torniamo indietro temporalmente e constatiamo quanto invece il rapporto tra le due donne fosse in realtà diventato amichevole e confidenziale. Di solidarietà. Un legame di comprensione reciproca e di femminile complicità che restituisce umanità alla padrona e dignità alla straniera. È un rapporto che diventa familiare, e che infonde buonumore e nuova vitalità all’anziana. Al punto tale che deciderà di lasciare il suo ingente patrimonio alla collaboratrice extracomunitaria, disinteressata e sincera, realmente bisognosa, per punire i suoi figli. Ed ecco così svelato a noi il mistero che attanaglia i fratelli, illuminato dalla cinica vendetta della madre verso la loro inettitudine e indifferenza. Esperto nei dialoghi e nella brillantezza linguistica, Lievi, fra note biografiche e memoria storica, fa emergere altri rimandi e affondi tematici, primo fra tutti quello della solitudine della vecchiaia, delle contraddizioni sociali del benessere, dei reali bisogni umani. In una scena chiusa con porte scorrevoli e una finestra centrale che si aprirà sulla veduta di un lago, il quintetto di attori si muove con precisione nell’equilibrio di un testo che oscilla tra simbolismo e realismo. Dove spicca la magnifica prova di Ludovica Modugno. L’attrice costruisce il suo personaggio di anziana autoritaria, rabbiosa e testarda, non solo col fisico ma pure con le sottigliezze ironiche di una recitazione che trascolora dalla nevrosi iniziale alle rimembranze giovanili, alla dolcezza generosa. Fino alla lucidità del suo ingegnoso piano. Al Teatro Valle di Roma e in tournèe.

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