Kitchen stories

Il film non parla, come si può fraintendere, dell’arte e del piacere di cucinare, bensì della cucina intesa come spazio e luogo, e della sua funzionalità nella vita quotidiana. Nell’immediato dopoguerra, in uno sperduto paesino della Norvegia famoso per il numero di scapoli in eccesso, giungono dalla vicina Svezia un gruppo di ricercatori incaricati dal governo del loro paese di svolgere un’indagine sociologica. Oggetto dello studio è il comportamento delle persone nello spazio della propria cucina, i loro movimenti, le loro abitudini, i loro costumi. Forti di una analoga esperienza compiuta in Svezia nello studio delle casalinghe, una decina di ispettori si muove verso il confine per monitorare ventiquattrore al giorno le abitudini culinarie di ogni single. Folke (Tomas Norstrom) è uno dei tecnici incaricati di effettuare le rilevazioni. Si installa in casa di Isak. (Joachim Calmeyer, uno dei massimi attori norvegesi), appollaiato su di un seggiolone da arbitro di tennis, dall’alto del quale osserva ed annota tutti i movimenti del suo padrone di casa senza poter parlare né esser coinvolto in alcuna attività domestica. La ricerca della cucina ideale è in realtà l’occasione per esplorare il difficile mondo delle relazioni umane e il film è anche una divertente critica alla presunta infallibilità del positivismo che animava, ed anima, le indagini sociologiche di questo tipo. Sistema che, invece, trova nella umanità dell’operatore la propria fallibilità. I ruoli rischiano di invertirsi, ed è proprio quello che accade nel film, quando l’osservatore comincia a sentirsi osservato, e quando sul diagramma le ascisse e le coordinate cedono il campo ai sentimenti e alle emozioni. E il regista norvegese, si rivela un sensibile narratore e pulito osservatore di semplici sentimenti umani, lanciando però una velata critica e una intelligente ironia a programmi televisivi come Big Brother e più chiaramente alla famosa multinazionale di arredamento svedese che invade tutti i paesi. Con un ritmo lento, e la quasi totale assenza di dialoghi, Hamer ci racconta gli sviluppi del rapporto tra due uomini che, dapprima improntato sulla diffidenza, approda poi, approfondendo la conoscenza reciproca, ad un rapporto di amicizia e calorosa solidarietà. Regia di Bent Hamer; con Tomas Norstrom, Joachim Calmeyer.

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