Jesús Morán: l’umanità ha tre sfide da affrontare, ma può vincerle

Il filosofo e copresidente dei Focolari ha parlato, nell'evento conclusivo di Loppianolab 2016, della necessità di lavorare per la costruzione di un "noi poliedrico", nel quale i differenti soggetti e culture siano rappresentati. Bisogna promuovere la cultura del dialogo e dell'incontro, anche per combattelere la tendenza all'omologazione e per tutelare chi vive in condizioni sub-umane
Jesús Morán

La storia dell’umanità può essere letta anche come la storia del concetto del “noi”. Questo pronome, secondo quanto spiegato poche settimane fa nel corso dell’incontro per la pace di Assisi dal filosofo Zygmunt Bauman, inizialmente includeva poche persone e definiva chi non faceva parte del gruppo col pronome “loro”. Il numero di quanti facevano parte del “noi” è andato via via crescendo, fino ad arrivare, in questi anni globalizzati, a poter includere – al limite – tutti, ma aprendo così un nuovo capitolo: come gestire questo "noi"?

 

Partendo dalle parole di Bauman, il filosofo Jesús Morán Cepedano, copresidente del Movimento dei Focolari al fianco di Maria Voce, nel corso dell’evento conclusivo della settima edizione di Loppianolab 2016, ha sottolineato la necessità di rendere più personale e denso di relazioni questo “noi”.

 

Grazie alla globalizzazione, il “noi” attualmente costituito sembra essere talesolo a livello interpersonale, di convivenza, societario. Certo, è già un bel passo avanti, ha sottolineato Morán, ma è «sfasciato, rotto, ferito», proprio in quanto impersonale, e per tali motivi rischia di essere manipolato.

 

Ecco dunque emergere la necessità, per l’umanità stessa, di compiere un ulteriore passo in avanti. Bisogna "personalizzare" questo noi, conservando la soggettività delle singole persone, ma anche dei popoli e delle culture, cercando di realizzare un «noi poliedrico e non sferico», secondo la terminologia utilizzata da papa Francesco.

 

Dunque, per Morán la questione vera non sarebbe quella di continuare ad espandere il concetto del “noi”, ma di elevarlo, di personalizzarlo. Ma come? L’importante, ha aggiunto il filosofo spagnolo, è creare «spazi di personalizzazione del noi e farli dilagare ovunque nel mondo». La stessa cittadella internazionale di Loppiano è, pur nei suoi limiti, un esempio di spazio mondializzato con la personalizzazione del noi, in cui si può essere persone e nel quale non si vive un noi impersonale. «Il futuro dell’umanità – ha affermato Morán – si gioca su questo e io sono ottimista. È un processo molto positivo e cruciale», ma «se non si compie questo passo avanti il noi si autodistrugge».

 

L’umanità, ha aggiunto il copresidente dei Focolari, complessivamente ha tre grosse sfide da affrontare. La prima è quella della globalizzazione, della post globalizzazione o del post globale, come dice l’esperto di affari internazionali Pasquale Ferrara, ambasciatore italiano in Algeria. Morán la definisce la sfida del "transglobale": vivere cioè la globalizzazione in modo poliedrico, senza gruppi di potere egemonici, in un contesto di vera comunione, alba dell’uomo-mondo, concetto tanto caro alla fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich, per arrivare al quale occorre promuovere una cultura del dialogo e dell’incontro.

 

La seconda sfida è antropologica, quella del “post umano”, che richiede – ha affermato il filosofo spagnolo rilanciando l'espressione dell’economista Stefano Zamagni – anche un’operazione culturale notevole. Serve un nuovo umanesimo, processo che richiede da noi esperienza, vita, pensiero e un altro tipo di cultura: quella della differenza. Una cultura capace di pensare la differenza, diversa dal pensiero debole, che è incapace di fare ciò e che porta all’omogeneizzazione.

 

La terza sfida che l’umanità si trova a dover affrontare è quella umanitaria, indicata dall’economista Luigino Bruni. Parliamo, ha detto Morán, del “sub-umano”, di quei milioni e milioni di persone che, cioè, non vivono una vita umana all’interno di quel grande “noi” che è l’umanità. Quella del sub-umano è una grande sfida che ci interpella ad elaborare una cultura della resurrezione, per assumere fino in fondo il volto dell'uomo che soffre. La domanda che ci dobbiamo porre è: quanto spazio diamo, nella nostra vita, agli ultimi? La cultura dell’umanità – ha concluso il filosofo – indica di andare incontro agli "abbandonati" di oggi, alla cultura del sub-uomo. Non si avrà vera unità se non si affronterà, vincendola, anche questa sfida. 

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