Isole di sofferenza

Vecchie e nuove schiavitù in un confronto ardito ma evocativo.
Gorée
Ci sono storie di uomini che si assomigliano, anche se lontane per luogo e tempo. Tra di esse intravediamo le similitudini e l’invito a cambiare in bene ciò che gli avvenimenti negativi del passato ci hanno insegnato.

Incredibilmente quanto avviene oggi davanti agli occhi del mondo intero è ancora su di un pugno di terra che emerge dall’acqua di mare, piena di lacrime, anch’esse salate.

 

Gorée è larga 300 metri e lunga 900, si trova a 3,5 chilometri da Dakar, costa senegalese. I primi a colonizzarla furono i portoghesi, che nel 1444 vi fondarono un insediamento; dal 1536 divenne una base per l’esportazione degli schiavi. I francesi ne presero il controllo nel 1677. L’isola di Gorée è stata proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità nel 1978.

La tratta atlantica (è nota nel mondo anglosassone come the middle passage) si riferisce al commercio di schiavi di origine africana attraverso l’Oceano Atlantico fra il XVI e il XIX secolo. La tratta assunse rapidamente proporzioni senza precedenti, dando origine nelle Americhe a vere e proprie economie basate sullo schiavismo. Si parla di 20 milioni di persone, anche se la maggior parte degli storici contemporanei stimano che il numero di schiavi africani trasbordati nel Nuovo Mondo si situi tra 9,4 e 12 milioni.

 

L’isola di Gorée è universalmente conosciuta avendo conservato uno dei rari simboli della tratta degli schiavi: la famosa Maison des esclaves, costruita nel 1776.
Ci sono le celle per gli uomini, per le donne, per i bambini, per i recalcitranti. Sono quadrate e misurano 2,60 metri per lato; dalle 15 alle 20 persone vi rimanevano incatenate anche per mesi, in attesa di essere imbarcate.

La traversata durava dai 21 ai 90 giorni, in base alle condizioni atmosferiche. Le navi trasportavano diverse centinaia di schiavi: poca alimentazione, poca acqua, mal di mare e diarrea. Molti schiavi cercavano il suicidio rifiutando il cibo o gettandosi in mare. Si stima che il 15 per cento di essi morì nelle traversate, cioè oltre due milioni.

 

Per tutta la durata della schiavitù i principali sostenitori dell’abolizionismo furono, guarda caso, i papi. Nel XIX secolo, negli Usa Thoreau ed Emerson si impegnarono anch’essi per la sua cessazione, e anche l’Illuminismo contribuì in qualche modo all’abolizione della schiavitù. Il primo Paese a proibire la tratta fu la Repubblica di Venezia, già nel 960 d.C. Ma solo dagli inizi del 1800, in Europa, iniziarono le dichiarazioni sull’abolizione della schiavitù. Pietra miliare fu ovviamente la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. La Mauritania nel 1980 è stato l’ultimo Paese ad abolire ufficialmente ogni forma di schiavitù.

 

Lampedusa è più grande di Gorée: larga tre chilometri e lunga 12, dista 113 chilometri dall’Africa e 205 dalla Sicilia. Penso che chiunque assista a quanto avviene su questa nuova isola della sofferenza, prima di ogni considerazione, della preoccupazione del proprio futuro, del ragionamento d’interesse politico, chiudendo gli occhi possa pensare a Gorée.

Nel cortile della Maison des esclaves di Gorée, schiacciato in mezzo a tanti africani in visita, ho provato un profondo dolore. Qualcuno spiegava ed elencava le atrocità lì consumate, e concludeva chiedendo agli africani di non volere la vendetta, ma il ricordo. Gorée non è Lampedusa. E la schiavitù non esiste più. Ma nuove forme possono crearla di nuovo. È tempo di vigilare.

 

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La Chiesa contro la schiavitù

 

Nel 1430 gli spagnoli colonizzarono le Canarie e papa Eugenio IV emise una bolla papale, la Sicut Dudum, con la quale condannava la schiavitù delle popolazioni indigene e, sotto pena di scomunica ipso facto, si obbligava a ridar loro la libertà. Nel 1452 Niccolò V fu l’unico papa che autorizzò il re portoghese Alfonso V a ridurre gli indigeni in schiavitù.

La Chiesa cattolica condannò più tardi il commercio degli schiavi con la bolla Veritas Ipsa (Sublimis Deus) di Paolo III del 1537. «Indios veros homines esse», scriveva.

 

Il divieto di ridurre gli indigeni in schiavitù sarà ripetuto da Gregorio XIV (Cum Sicuti, 1591), nella Commissum Nobis di Urbano VIII del 1639 e nella Immensa Pastorum Principis di Benedetto XIV del 1741. Molto forte fu l’impegno dei gesuiti contro la schiavitù che ne provocò l’espulsione da tutto il Nuovo Mondo nel 1767.

In Plurimis di Leone XIII, datata 5 maggio 1888, e Lacrimabili Statu di Pio X, datata 7 giugno 1912, ribadirono e argomentarono la condanna della schiavitù.

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