Iraq. Il riscatto dei curdi

Ècambiata la storia in Kurdistan. Fino a poco tempo fa bastava che Saddam Hussein dicesse: Uccidete i curdi perché i suoi comandanti entrassero in azione. Nel 1988 centinaia di villaggi curdi furono rasi al suolo. Si parla di 182 mila vittime in otto mesi, 5 mila in un giorno solo, con le bombe al gas nervino. Nel 1990 fu la volta della tribù curda dei barzani. 8 mila uomini furono trucidati. L’eredità del regime, a cui si opposero, ha lasciato una distruzione quasi totale. Ora, nell’Iraq, ai primi vagiti di democrazia è proprio curdo il suo presidente, Jalal Talabani. Ed è proprio un barzani, Masoud, il primo presidente dello stato federale del Kurdistan. Di recente a Roma, ricevuto tra gli altri da Benedetto XVI, fa il punto della situazione nel suo paese. Cosa vuole sottolineare del suo incontro con il papa? È la prima volta che un rappresentante del popolo curdo ha l’opportunità di essere ricevuto dal papa. Ho avuto l’impressione che il Santo Padre conoscesse bene la situazione sia dell’Iraq sia del Kurdistan. Sono molto ottimista e contento per il dialogo che abbiamo avuto. Com’è la situazione della comunità cristiana in Iraq. Molti stanno lasciando il paese? In Kurdistan la comunità cristiana gode di ogni diritto civile e non c’è nessuna discriminazione contro di essa. In altre regioni, soprattutto quella di Baghdad, è diventata invece un obiettivo terroristico e ci sono state delle vittime. Molti hanno lasciato la loro terra e si sono trasferiti nel Kurdistan dove hanno trovato una sistemazione. Ognuno che si sente minacciato a Baghdad è sempre benvenuto nel Kurdistan. Potranno restarci finché la situazione si stabilizzerà e saranno in grado di tornare alle loro case. La minoranza cristiana teme la nuova Costituzione. Che rassicurazioni date loro per un futuro di convivenza pacifica? Le preoccupazioni riguardo la nuova Costituzione dell’Iraq non hanno ragione d’essere perché hanno partecipato ai lavori preparatori rappresentanti di tutte le comunità, anche quella cristiana. C’è stato un serrato dialogo su tutti i temi che riguardano i diritti religiosi e sono stati inseriti articoli della costituzione con l’approvazione dei rappresentanti delle comunità cristiane. In generale penso che la Costituzione, per la prima volta, risponda alle preoccupazioni delle comunità cristiane e che questa ne garantirà i diritti anche in futuro. In Iraq c’è chi cerca di creare una situazione di conflitto insostenibile tra sciiti e sunniti. Come ritiene che andrà a finire? I problemi tra i sunniti e gli sciiti hanno radici antiche, ma è anche un’eredità del precedente regime che ha fomentato e promosso le violenze degli uni contro gli altri. Comunque c’è gente saggia da entrambe le parti che sarà capace di controllare e contenere la situazione. Alla fine la voce della ragione sarà capace di risolvere il conflitto ma ci vorrà del tempo. Oggi la gente comune in Kurdistan vive in mezzo grandi difficoltà… Devo ricordarle, per sua informazione, che nel 1991 il Kurdistan è stato annientato dal precedente regime. 4500 villaggi su 5 mila sono stati completamente distrutti. Dal ’91 stiamo cercando lentamente di ricostruire il paese, ma ci vogliono fondi e tempo. Nel campo della sanità e dell’educazione ci sono stati progressi, ma ci sono ancora problemi con l’elettricità e le infrastrutture. Il precedente regime non ha mai costruito nulla, né investito in industrie dove la gente potesse lavorare. Cerchiamo nuove opportunità di investimento, basate su criteri scientifici, per dare di che vivere alla nostra gente. Come educare un paese alla convivenza pacifica e al rispetto etnico e religioso? Sono contento di poter affermare che in Kurdistan abbiamo superato il problema della convivenza pacifica da molti decenni. Le religioni coesistono e sono diventate parte della nostra cultura e della nostra società. Per il resto dell’Iraq ci vorrà del tempo, ma sono stati fatti passi avanti con il referendum sulla Costituzione che già fornisce alcune garanzie e con le prossime elezioni di dicembre che eleggeranno un Parlamento definitivo. Speriamo che, negli anni futuri con il consolidamento delle istituzioni e l’applicazione della costituzione, la civilizzazione, la tolleranza, e la coesistenza pacifica divengano patrimonio della vita normale di ogni persona e cultura condivisa tra tutte le comunità civili e religiose. A proposito della shari’a, della legge islamica, lei assicura l’occidente che non sarà applicata in tutte le sue forme in Iraq? Qual è il suo pensiero al proposito? La shari’a non sarà applicata in tutte le sue forme in Iraq. È vero che la maggioranza della popolazione è islamica. Senza dubbio la Costituzione ha degli articoli dove si dice che la religione islamica è la religione di stato e che ispira la legislazione sociale. Inoltre è stato approvato che non ci saranno leggi contro i pilastri dell’Islam. Allo stesso tempo è garantito dalla Costituzione che qualsiasi legge emanata non sarà contro il principio della democrazia, viene riconosciuta la libera pratica e il rispetto di ogni religione. La democrazia elettiva è nata in occidente. Ritiene che possa essere un buon modello anche per i paesi a maggioranza musulmana? Nessuno può avere il monopolio della democrazia che è fatta per ogni essere umano, è fatta sia per i cristiani che per i musulmani, e deve essere praticata da tutti. Cosa pensa del futuro del Kurdistan? Siete soddisfatti di essere uno stato federale dell’Iraq o pensate all’indipendenza riunendovi con i curdi che vivono in Turchia? Come ogni popolo anche il nostro ha il diritto di essere una nazione indipendente. Però quello che abbiamo ottenuto con la Costituzione dell’Iraq è importante perché ci permette di controllare e governare il nostro paese. È un ottimo obiettivo raggiunto che vogliamo mantenere. L’Iraq ha saputo galvanizzare l’unità della umma musulmana, in tutto il mondo. Tali sentimenti hanno assunto quasi sempre una tonalità antiamericana. C’è un futuro per una comprensione tra Islam e Stati Uniti? Credo che ci sia un terreno comune tra il mondo islamico e il mondo intero, non solo dunque con gli Usa. I terroristi che usano invano il nome dell’Islam non rappresentano il mondo musulmano, perché la loro essenza è la violenza che usano contro ogni essere umano ed anche contro i musulmani.

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