India, esodo biblico verso i villaggi

Milioni di persone stanno fuggendo con tutti i mezzi disponibili verso i loro paesi di origine, perché la loro sopravvivenza nelle città chiuse per coronavirus è impossibile
AP Photo/Manish Swarup

Domenica sera, Narendra Modi, il primo ministro indiano da sei anni saldamente a capo della più grande democrazia del mondo, ha lanciato un messaggio alla nazione chiedendo scusa per aver causato, con la proclamazione del lockdown dell’intero Paese, sofferenze inaudite a milioni di cittadini. È la prima volta che questo politico, scaltro e oggetto di non poche controversie, fra cui carneficine causate da scontri fra indù e musulmani spesso provocate dalla sua politica fondamentalista, è ricorso alle scuse.

Le scene da veri esodi biblici da New Delhi e da altre metropoli dell’immenso Paese sono arrivate in tutto il mondo e, probabilmente, l’atteggiamento di Modi vuole anche essere una giustificazione di fronte ai media internazionali. Ovviamente, come abbiamo già accennato la scorsa settimana, in India, un subcontinente in sé, con il suo miliardo e trecento milioni di abitanti, rappresenta una vera bomba ad orologeria in questo momento.

 Il Paese ha sempre vissuto e continua a vivere di contraddizioni che inevitabilmente esplodono in momenti di emergenza come quello che l’intero pianeta sta vivendo. È innegabile che negli ultimi vent’anni l’India abbia fatto passi da gigante e sia una delle economie guida nel mondo – salvo una grosso rallentamento in tempi recenti –, ma resta altrettanto vero che il tasso di popolazione sotto la soglia della povertà è ancora impressionante anche a causa di una crescita mai veramente controllata della popolazione.

La forbice fra la classe media e medio alta formatasi negli ultimi venticinque anni e i ceti più poveri ha continuato ad allargarsi. I processi di urbanizzazione continuano ad essere rampanti e milioni di persone che si riversano nelle metropoli vivono alla giornata, nei modi più incredibili ed imprevedibili, come lavoratori a cottimo, giornalieri in cantieri o piccole imprese o, addirittura di espedienti.

Il tutto funziona perfettamente in condizioni di normalità anche e soprattutto grazie alla incredibile capacità dell’indiano medio di sapersi adattare a qualsiasi condizione di vita. Questo, negli ultimi cinquant’anni, ha provocato dei flussi migratori all’interno del Paese con numeri inimmaginabili che fanno apparire come decimali le cifre dei movimenti migratori nel Mediterraneo che tanto spaventano – o meglio spaventavano prima del Covid-19 – molti di noi.

Con la serrata generale imposta la scorsa settimana tutte le attività che assorbivano quotidianamente questi milioni di migranti interni sono cessate improvvisamente gettando milioni di persone – non qualche migliaio – sul lastrico: niente da mangiare, nessuna prospettiva nemmeno quella di raccogliere i rifiuti e riciclarli. L’unica via di uscita è il ritorno al villaggio di origine che spesso si trova a centinaia di chilometri da dove questa gente vive ora. Ecco la spiegazione nuda e cruda delle scene da esodo apocalittico e degli assalti ai bus e ai treni che restavano. Milioni di persone, in questi giorni, camminano per le strade che sperano possano ricondurli da dove erano partiti o dove abitano le loro famiglie di origine.

Anche in India la situazione è cambiata nel giro di qualche settimana. Amici residenti nell’immenso Paese mi hanno detto che solo qualche tempo fa spesso si sentiva dire che gli Indiani sono immuni di natura verso questo tipo di virus e che il caldo con l’estate che sta iniziando, ne bloccherà la diffusione.

Ma, già la sera del 19 marzo, quando il primo ministro Modi ha richiamato l’intera nazione davanti agli schermi per annunciare che la domenica successiva l’India si sarebbe bloccata per un giorno, molti lavoratori avevano iniziato a tornare nei loro villaggi di origine, perché rimanere nelle città senza lavoro vuole dire morire di fame o non avere un posto dove stare.

Ad aggravare la situazione è stata la decisione da parte degli Stati che compongono l’Unione Indiana di chiudere i confini per impedire che passi il virus. Le frontiere fra i vari Stati, quindi, improvvisamente si sono chiuse, gli autobus sono rimasti bloccati. In un frangente governato dal caos nessuno ha pensato di annunciare a queste persone cosa fare. Soprattutto, non si è previsto che la serrata generale avrebbe creato questa situazione. Era necessario prevederla prima della decisione di chiusura totale, organizzando in qualche modo viaggi e derrate alimentari per chi doveva tornare nel suo Stato. Il problema è che in India i conti si fanno a milioni mai a centinaia o a migliaia.

La domanda è perché tornare? Nella socialità indiana il moluk, il villaggio natale, che anche in hindi si dice con parola diversa da quello del villaggio in generale, è il luogo dove sei sempre accolto, dove c’è la tua famiglia allargata e i tuoi amici. Queste comunità sono sempre aperte al ritorno di coloro che vi appartengono ma che sono in altre parti dell’India o del mondo per lavoro o per altro. Nei villaggi, in campagna, in qualche modo è possibile sopravvivere.

Ora il grande punto interrogativo è se questi assembramenti di centinaia di miglia di persone siano stati punti di diffusione del virus. Le prossime settimane ce lo diranno. L’India rimane a rischio di una epidemia drammatica. Già la scorsa settimana avevamo accennato che gli epidemiologi locali prevedono circa 300 milioni di contagiati che significa decine di migliaia di morti perché, a parte il sistema sanitario delle metropoli, spesso privato e di altissimo livello ma con costi proibitivi al di sotto della borghesia medio-alta, il Paese non è in grado con le sue infrastrutture sanitarie di assorbire una pressione di contagiati di queste dimensioni.

Anche se i politici promettono razioni di cibo per tutti i lavoratori, diventa difficile capire come la situazione si evolverà. Per ora, i casi di persone positive al Corona virus hanno superato le 1200 persone, con circa 30 deceduti. Si parla di 21 giorni di lockdown solo per poter prepararsi un poco ad affrontare quella che potrebbe essere una sfida immane. I numeri non crescono esponenzialmente ancora, ma potrebbe essere una questione di pochi giorni.

Per quanto riguardo le provviste alimentari, anche nelle città non si sa bene se i negozi siano aperti o meno. Tutto viene garantito secondo il governo, ma tutto non è chiaro. Si ordinano alimentari sui siti online, ma ora anche quelli sono tutti intasati e anche lì le istruzioni del governo non sono ancora chiare. C’è tanta paura in giro.

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