Incubo desertificazione

Molte le aree del pianeta coinvolte nel processo, specialmente Africa e Asia. Aumentano le zone non più coltivabili, con poche precipitazioni e degrado del suolo. Le regioni a rischio in Italia. Il problema causato soprattutto dalle attività dell’uomo.
Desertificazione in Yemen (AP Photo/Hani Mohammed)

La situazione è grave, la consapevolezza, però, è poca, quasi che il problema sia lontano. La desertificazione, invece, riguarda molte aree del pianeta. Secondo i dati del nuovo Atlante mondiale della desertificazione, pubblicato dalla Commissione europea, «oltre il 75 per cento della superficie terrestre è già degradata e la percentuale potrebbe raggiungere il 90 nel 2050».

Ogni anno una superficie pari alla metà del territorio dell’Unione europea ha problemi di degrado del suolo che preludono alla desertificazione. I continenti più colpiti sono Africa e Asia. Il Sahara, in Africa, tra il 1920 e il 2013, si è ampliato del 10 per cento, rivela uno studio dell’università del Maryland, pubblicato nel 2018 dalla rivista scientifica Journal of Climate. Gli autori della ricerca, Natalie Thomas e Sumant Nigam, sono convinti che non sia solo opera della natura, ma abbiano un ruolo i cambiamenti climatici causati dall’uomo.

Importanti fenomeni di desertificazione si riscontrano pure nel bacino del Mediterraneo. Qui gli effetti dei cambiamenti climatici sono addirittura più intensi per la combinazione di più fenomeni. La conferma viene da una recentissima ricerca di Alexandre Tuel ed Elfatih Eltahir del Mit (Massachusetts Institute of Technology), pubblicata, lo scorso luglio, sempre dal Journal of Climate. Analizzando le previsioni dei modelli climatici, gli autori sono giunti alla conclusione che nel Mediterraneo si avrà un declino delle precipitazioni tra il 10 e il 60 per cento a causa sempre dei cambiamenti climatici, che nel bacino influenzano sia la dinamica della circolazione dell’atmosfera superiore che la differenza di temperatura tra terra e mare.

Anche l’Italia è un’area a rischio. Secondo l’Atlante nazionale delle aree a rischio desertificazione il 21,3 per cento della sua superficie è interessata dal fenomeno. Maggiormente vulnerabile e il centro-sud. Il documento è datato, risale al 2007, ma la situazione da allora non sembra granché migliorata. Stime del Consiglio Nazionale delle ricerche e dell’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue presentate, a giugno scorso, in occasione della ‘Giornata mondiale contro la desertificazione’ dicono che «a causa dei cambiamenti climatici e di pratiche agronomiche forzate, la percentuale di sostanza organica, contenuta nel terreno, è scesa al 2 per cento, soglia per la quale si può iniziare a parlare di deserto».

Le aree che possono diventare incoltivabili sono il 70 per cento in Sicilia, il 58 in Molise, il 57 in Puglia, il 55 in Basilicata. Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania si attestano tra il 20 e il 50 per cento. Si tratta di percentuali importanti, che dovrebbero preoccupare poiché l’aumento di popolazione a livello mondiale richiede una maggior disponibilità di alimenti e, quindi, di prodotti agricoli.

Quando si parla di desertificazione bisogna intendersi, non significa sabbia come nel Sahara, ma di vari fenomeni il cui risultato è il depauperamento della materia organica superficiale dei terreni che permette la vita degli ecosistemi naturali. «Oggi – spiega Massimo Iannetta, dirigente di ricerca dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) nel volume La desertificazione in Italia e il progetto Riade –, la desertificazione abbraccia tutti i fenomeni di degrado delle terre aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibili a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attività antropiche».

I cambiamenti climatici ovviamente c’entrano, la scarsità di piogge e la loro intensità pure, ma sono solo un aspetto del problema, il grosso, invece, è opera dell’uomo. Egli contribuisce in molti modi alla desertificazione con incendi boschivi, pratiche agricole scorrette, uso sconsiderato di risorse idriche, zootecnica, attività estrattive, urbanizzazione e cementificazione dei suoli.

A questo proposito l’ultimo rapporto dell’Ispra, presentato il 22 luglio, parla di incremento del consumo di suolo in Italia a velocità elevata. «Nell’ultimo anno – quantifica il rapporto – le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 57,5 chilometri quadrati, in media 16 ettari al giorno, 2 metri quadri al secondo». Una follia che non accenna a rallentare. Di questo passo avremo sempre meno alberi e meno verde, meno capacità di stoccaggio dell’anidride carbonica nei sistemi naturali, Di conseguenza più rischio per la vita e il futuro del genere umano. Una prospettiva assai inquietante.

 

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