Inabissarsi nel cielo

Per coloro per cui volare non è fare la coda per il check-in, poi al metal-detector, quindi infilarsi nel tunnel che conduce al velivolo, mostrare il tagliandino alla hostess, sistemare la valigetta e sprofondarsi nella poltroncina allacciando le cinture” Per coloro per cui volare è Cielo. Un impulso a superare sé stessi per tendere a qualcosa che sta sopra nell’immensità azzurra che ci avvolge: “”dimmi le tue note e sarò canzone / soffia col tuo vento e sarò aquilone ” recita una canzone. Per chi sente il cuore rallegrarsi cantando con Modugno: “”poi d’improvviso venivo dal vento rapito / e incominciavo a volare nel cielo infinito / Volare oh, oh””. Per chi sente un confortevole tepore, dentro, nell’anima, godendo al volo vivace delle rondini attorno al campanile d’una chiesa e con le parole del libro di Giobbe sussulta ai prodigi della creazione: “Forse per il tuo senno si alza in volo lo sparviero e spiega le ali verso il sud? O al tuo comando l’aquila s’innalza e pone il suo nido sulle alture?”. O per chi dalle alture d’una vetta di montagna, nel cielo terso senza nuvole, sente lo stringente desiderio d’infinito: “”vorrei uccellarmi / e inabissarmi nel cielo / come fanno / gl’insondabili falchi”. Per chi sa cogliere, come lo scrittore Daniele Del Giudice, la magia del momento che trasforma in aereo una goffa corazza di metallo: l’istante in cui “stacca la sua ombra da terra “. Per chi vive l’esperienza spirituale come l’innalzarsi verso qualcosa che supera e sorprende. E si sente in sintonia con gli stupendi versi di Rilke: “Volo d’intorno a Dio come intorno a un antico maniero / da secoli, pei secoli”. O con l’esperienza di Dante accompagnato da Beatrice – “quella pïa che guidò le penne / de le mie ali a così alto volo” – ad innalzarsi di cielo in cielo verso gli ineffabili tesori della divinità. Penso che soprattutto per tutti costoro, quel giorno, la mattina del 17 dicembre 1903 a Kitty Hawk, nel North Carolina, con condizioni metereologiche proibitive, dopo aver fatto una semplice colazione ed essersi vestiti come tutti i giorni – giacca, camicia con colletto bianco inamidato e cravatta – i fratelli Wilbur e Orville Wright, fecero quello che nessun pilota dovrebbe mai fare: sfi- darono la sorte. Furono fortunati. Il loro Flyer si librò audacemente, traballando nell’aria gelida per 12 interminabili secondi. Per la prima volta una macchina volante aveva decollato da terra, viaggiato in aria ed atterrato sotto il controllo del suo pilota. Orville Wright fu il primo uomo a volare con una macchina propulsa da motore. Quel giorno fu una strabiliante vittoria della tecnica. Una conquista dello sforzo umano per dominare la natura. Il coronamento del sogno di tante generazioni: dell’intuito profetico di Leonardo che già nel Rinascimento progettava macchine volanti; dell’ostinata tenacia di Otto Lilienthal, il famoso pioniere tedesco degli alianti; e prima ancora del fortunato e simpatico esperimento dei fratelli Montgolfier, che sotto gli occhi di Luigi XVI e della sua corte fecero alzare da terra la prima mongolfiera sotto cui era appesa una cesta di paglia con dentro un montone, un gallo e un’anitra. Un quotidiano americano scrisse quel giorno di 100 anni fa: “I fratelli Wright sono riusciti ieri a far volare per la prima volta nella storia un mezzo a motore più pesante dell’aria. Un giorno prenderemo l’aereo con la stessa facilità con cui oggi saliamo tranquillamente sul treno”. Profezia azzeccata. Ma il desiderio di volare, insito nell’animo umano, non si è placato con l’avvento dell’aeronautica. Volare in aeroplano oggi è una esigenza insostituibile per trasferirsi rapidamente da un punto all’altro del globo. Rimane una emozionante sfida per i tecnici che cercano di superare continuamente limiti creduti irraggiungibili. Rimane una viscerale passione per uno stuolo d’appassionati piloti. Ma il desiderio del volo – che forse un po’ riduttivamente Freud classificava come il coronamento d’un sogno infantile dell’umanità – rimane vivo nell’immaginario collettivo come emblema di libertà, voglia di leggerezza, di guardare alle cose da una diversa prospettiva, desiderio di immensità, di armonia, fascino per l’eterno. Tutti desideri esemplificati nelle antiche leggende: come quella che narra di Alessandro Magno che sale verso il cielo per dominare i confini del mondo, sorretto in volo con il suo carro dalle ali di creature chimeriche. O nel celebre mito di Icaro che fuggì da Creta con il padre Dedalo mediante ali di cera fabbricate dal genitore. Ma, scrive Ovidio, “quando il ragazzo cominciò a gustare l’azzardo del volo, si staccò dalla sua guida e, affascinato dal cielo, si diresse verso l’alto. La vicinanza cocente del sole ammorbidì la cera odorosa, che saldava le penne, e infine la sciolse”. Il volo finì in uno schianto nelle “acque azzurre, che da lui presero il nome”. Quando il volo da letteratura vuole diventare realtà, almeno prima dei fratelli Wright, lo schianto era da mettere in conto. Fra i tanti tentativi di volare forse il più simpatico è quello di Teobaldo Scapestri detto il “Testadura”, un allievo di Leonardo. Il quale urlando “io volo” si lanciava con un paio d’ali di sua fabbricazione dalle torri del paese. La prima volta centrò il carretto d’un mercante di uova che lo trascinò dal podestà per farsi rifondere i danni; poi finì in un mucchio di sacchi di sementi e infine in un carico di letame. Nonostante la proibizione delle autorità, Testadura continuò i suoi esperimenti di notte. Per anni l’urlo “io volo” e lo schianto fecero parte della vita quotidiana del suo paese, come pure la sua testa fasciata bersaglio delle risa dei bambini. Fino a che una notte dopo il solito “io volo” non si udì più nulla. Alcuni narrano che sia davvero volato via come un uccello; ma un vecchio disse che dopo averlo sentito urlare “io volo” lo vide scendere per le scale sghignazzando per poi allontanarsi sopra a un mulo. La letteratura ci regala stupende pagine dedicate al volo. La fiaba soprattutto: sia come impulso di fantasia, sia perché come poche altre forme culturali ha saputo venire a termini col misterioso e recondito desiderio dell’animo umano di alzarsi in cielo e annullare le distanze. Un esempio è l’araba raccolta delle Mille e una Notte: che ai tempi oscuri in cui, da noi, Carlo Magno s’aggirava con il suo temibile esercito nelle selve della Sassonia, narrava di variopinti tappeti volanti che sfrecciavano leggeri nel cielo di Baghdad fra le svettanti silouhette dei minareti. E poi il Peter Pan di J. M. Barrie, espressione del desiderio di volare oltre i limiti imposti dal crescere e dall’accettare la realtà. Che però non è solo quella che si vede e a cui tanti adulti troppo facilmente si rassegnano. O le poetiche pagine di Richard Bach, aviatore, nelle quali il gabbiano Jonathan Livingstone abbandona la massa dei comuni gabbiani per dimostrare che volare non è un semplice e goffo mezzo per procurarsi del cibo ma può diventare un atto di perfezione e di sublimazione. O nel libro di de Villers, L’ultimo volo del piccolo principe, che narra dell’insolita amicizia fra due piloti attraverso linee nemiche nella Seconda guerra mondiale: Wilhelm von Stadde, pilota della Luftwaffe e Antoine de Saint-Exupèry celebre autore del piccolo principe, dell’aviazione americana. Un’amicizia che nelle parole dell’autore “apre le porte del cielo”. Ma più della letteratura è la danza la forma artistica che si avvicina più compiutamente al volo. Forse per sua emanazione di leggerezza, lo sforzo ricercato ma trasparente di superare la legge di gravità. È questo che colgono gli stupendi versi di Rimbaud: “Io tendo corde da campanile a campanile/ ghirlande da finestra a finestra/ catene d’oro da stella a stella” e danzo!”. Versi che, e a 100 anni dal volo dei fratelli Wright, si possono dedicare a tutti quelli per cui volare è ancora un desiderio dell’anima.

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