Imprese sociali, patrimonio d’Europa

Numeri e risultati pesanti di una economia che produce ricchezza per milioni di persone. Pubblichiamo la prima parte dell'intervista a Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro studi d’avanguardia su Non Profit e Cooperazione promosso dall’Università di Bologna

L’evidente pretesa del Festival nazionale di economia civile, in programma a Firenze dal 29 al 31 marzo 2019, è quella di mettere in evidenza non la solita minoranza che si contenta di proporre una nicchia che non mette in crisi il sistema. Tale movimento plurale si presenta, infatti, come alternativo «ai limiti del modello economico dominante» che ci ha condotto al paradosso di produrre «una ricchezza senza nazioni e nazioni senza ricchezza e senza qualità del lavoro».

L’vento, inoltre, avviene a pochi giorni dalle elezioni europee di maggio e una sessione dei dialoghi proposti prende di petto proprio l’Europa come freno e quale prospettiva.

Un interlocutore attento a raccogliere questa sfida è Paolo Venturi, direttore di Aiccon, un centro studi d’avanguardia su Non Profit e Cooperazione promosso dalla prestigiosa Università di Bologna. Il professor Venturi è, tra l’altro, uno dei protagonisti delle giornate per l’economia civile che ogni anno si tengono in Romagna, nella splendida località di Bertinoro. Per tale motivo, in questa intervista, non perdiamo tempo e andiamo al cuore del ruolo centrale e non secondario dell’impresa sociale.

Quale spazio ha e potrebbe avere l’impresa sociale nell’ambito dell’Unione europea? Non rischia di restare confinata su questioni marginali e complementari in un contesto fatto di grandi concentrazioni industriali in lotta tra di loro per non soccombere?
L’impresa sociale, ed in particolare l’economia ad essa connessa, riveste un ruolo centrale in Europa poiché è in grado di garantire occupazione a quasi 14 milioni di persone (6,3% della popolazione attiva). In Europa son ben 2,8 milioni le organizzazioni che generano economia a finalità sociale (e non sto parlando di Responsabilità sociale dell’impresa), sono 232 milioni di soci di cooperative, mutue e affini e ben 82 milioni di volontari.

Un fenomeno gigantesco …
È proprio così, per questo è corretto definirla una infrastruttura sociale, economica e occupazionale rilevantissima la cui marginalità deriva dal riduzionismo insito nella lettura che le istituzioni politiche ed economiche fanno di ciò che è valore, ma soprattutto della tendenza a separare economico e sociale.

Si spiega in tal modo il pregiudizio che accompagna queste realtà?
La marginalità non sta tanto nel peso specifico dell’impresa sociale europea. Modello a cui anche il for profit sta guardando, basti pensare alla crescita delle B-Corp (imprese orientate a produrre benefici per la società e la biosfera, ndr) oppure delle imprese ad impatto sociale. La sottovalutazione non si spiega neanche con una minor efficienza (nel Regno Unito sono più redditizie delle Pmi e in Italia sono le più resilienti) quanto nell’incapacità ad includere queste imprese dentro la ricetta dello sviluppo economico.

Come vanno considerate tali imprese?
Di solito, se ne parla solo come di soggetti orientati all’inclusione mentre l’impresa sociale è la più grande innovazione in termini di “produzione”; un modo di produrre diverso tanto nelle motivazioni, quanto nei fini.

Cosa comporta  questo modo innovativo di produrre?
L’economia sociale deve giocare la partita dello sviluppo. Ma non con gli stessi strumenti delle grandi piattaforme e concentrazioni industriali, poiché è orientata a generare e condividere valore e non solo estrarlo (e per questo motivo deve avere indicatori diversi). In questo senso si deve riconoscere che se l’Europa è oggi leader mondiale per la qualità della vita, lo si deve in gran parte anche all’economia sociale e a tutto il mondo del non profit.

Ma di che numeri parliamo, alla fine?
Come detto, non si tratta di un fenomeno destinato a svolgere un ruolo di minoranza profetica o di testimonianza. Tutt’altro.  Oltre al facile esempio di “casa nostra” dove la cooperazione sociale garantisce servizi a oltre 7 milioni di persone, basti pensare che in Germania le imprese di comunità (abitanti, utenti) hanno assunto ormai una posizione di leadership nella produzione e distribuzione di energie rinnovabili, producendo quasi i 50% di energia “pulita”. Casi esemplari che ci dimostrano come una diversa governance dei beni comuni non sia una utopia e che in gioco non ci sia solo la sostenibilità, ma anche un nuovo paradigma economico che sostiene la crescita. Un paradigma che va oltre il dualismo Stato-Mercato.

Leggi qui la seconda parte dell’intervista

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