Il Vangelo in moto

Domenica 12 maggio si svolge la 56° Giornata delle vocazioni. La storia di don Filippo Cappelli, sacerdote e motociclista.

«A volte serve un intero serbatoio di benzina per ritrovare se stessi», scrive sulla sua pagina Facebook Filippo Cappelli, 43 anni, motociclista, appassionato di calcio e di cinema, parroco di S. Maria di Cleofa in Budrio di Longiano (provincia di Forlì-Cesena). Nella sua parrocchia ha fondato un motoclub, che ha chiamato “Duc in altum” e da circa cinque anni organizza, tra le tante attività, motopellegrinaggi cui spesso partecipa anche la mamma che lo segue con casco e giubbotto da moto personalizzato su cui ha fatto scrivere: «Niente paura, sono la mamma del don». Lo abbiamo intervistato alla vigilia della 56° Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni.

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Don Filippo, come è nata l’idea dei motopellegrinaggi?

La moto è una passione che ho da diverso tempo, ho notato che poteva diventare un modo per mettersi in contatto con persone che di solito non hanno voglia di rimanere accanto alla Chiesa. Oggi credo che il lavoro di un sacerdote, oltre a curare le persone che sono nella parrocchia, sia fare evangelizzazione un po’ diversa andando a cercare le persone lì dove sono e, visto che la passione per la moto ce l’ho e ce l’hanno tanti altri, ho detto: «Inforchiamo la moto e vediamo dove riusciamo ad arrivare» ed è nato il motoclub parrocchiale. Tanta gente dei dintorni ha cominciato a iscriversi, una sessantina di persone. Ho una moto che mio padre mi ha regalato prima di morire – perché aveva anche lui questa passione – una Harley Davidson 1200 e poi una Triumph Rocket III che uso quando viene mia mamma.

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Come si svolgono i motopellegrinaggi?

La mattina arrivano i motociclisti, c’è la Messa della comunità parrocchiale cui partecipano anche loro. Portano i caschi perché vengano benedetti, si fa la preghiera del motociclista, la recitiamo tutti insieme, poi c’è la benedizione delle moto prima della partenza. Si parte insieme e di solito si raggiungono dei luoghi di spiritualità. Ci sono dei punti in cui ci si ferma per un aperitivo e in questa occasione c’è la possibilità di conoscersi, trovo tante persone che si avvicinano per parlare. Poi si arriva alla meta, che può essere un santuario, una Chiesa, un luogo di particolare spiritualità. Si torna la sera, c’è la preghiera di benedizione finale con la consegna della giornata. Quando siamo stati da S. Benedetto ho consegnato a tutti la croce di S. Benedetto. Lo faccio con la speranza che questo non sia qualcosa di saltuario ma diventi qualcosa di un po’ più strutturato.

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Si avvicinano anche persone che non credono…

Tantissime. Molte sono persone che hanno intenzione di fare un bel viaggio, però è vero che io in moto non ci vado solo con il giubbotto di pelle, ma ci vado con il mio colletto, pregando, dicendo chi sono e molti si avvicinano. È successo che due coppie che erano conviventi, hanno deciso di sposarsi. Siamo stati un giorno, durante il pranzo, a parlare delle loro vite, io parlavo anche della bellezza del matrimonio che è un “sempre” che vuol dire , le loro firme su cui Dio ci mette il timbro, allora hanno fatto un percorso e sono molto contento di averli sposati.

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Come è nata la tua vocazione?

Eravamo una ventina a fare la cresima, io sono stato l’unico che dopo la cresima è rimasto in parrocchia. Credo che sia stato grazie al papà e alla mamma che non mi hanno mai obbligato, però la domenica mattina era una festa. Ci svegliavamo prima degli altri giorni però sentivo il babbo che fischiettava mentre si faceva la barba, mia mamma preparava le frittelle, mi svegliavo molto più volentieri degli altri giorni. Mi piacerebbe che la vivessero così anche i ragazzi perché spesso la vivono in maniera un po’ diversa. A 19 anni qualcuno mi aveva detto «potresti provare a stare in seminario», ma io avevo la “morosa”, quindi non ci pensavo.

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Poi la laurea al Dams, due anni di corso di cinema a Roma, il lavoro da giornalista, ma il Signore ha continuato a chiamare…

Quando al Resto del Carlino cercavano un giornalista che curasse la pagina dello spettacolo, ho lavorato lì tre anni. La sera ero l’ultimo che rimaneva in redazione, pregavo, pensavo alla mia vita: facevo quello che mi piaceva ma mi mancava qualcosa. Mi sono affidato al mio padre spirituale e lui mi ha detto di fare una prova: sono entrato in seminario non pensando che ci sarei rimasto tantissimo. Ma i primi giorni ho sentito questo abbraccio grande, questo sentirmi accolto, sentivo una preghiera bella, un modo di comunicare con Dio, allora ho detto: rimango.

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Ai giovani cosa dici?

Prima ascolto cosa mi dicono. Mi sono accorto che i preti parlano molto, però ascoltano poco e allora son partito da là. Insegno religione al Liceo classico e all’Agrario di Cesena, dove i ragazzi arrivano già formati, già con il desiderio di “spaccare il mondo”, ma hanno anche tanta voglia di raccontarsi. Parto da loro, oggi mi rendo conto che con i social, con la tv e tante altre cose i ragazzi non li ascolta più nessuno, tutti vogliono parlare e li ascoltano in pochi. Li ascolto, li accompagno, poi quando è nata un’amicizia, una fiducia reciproca, spiego loro qual è il senso della mia vita. La gioia che Cristo è per me credo che ogni tanto li tocchi. A scuola abbiamo fatto dei progetti un po’ alternativi, abbiamo fatto un film insieme: attività in cui cerco di renderli protagonisti, poi cerco di rispondere ad alcune loro domande facendo crescere le domande.

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In che modo collabori anche con l’Ufficio nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Cei?

Sono chiamato in collaborazione dal direttore, don Gionatan De Marco. Ogni anno si organizza un grande evento. Quest’anno la Pastorale della strada della Cei propone un motopellegrinaggio di tre giorni in cui andremo al Santuario di Oropa, poi faremo un pezzo della via Francigena e arriveremo a Castellazzo Bormida (AL) dove c’è la Madonnina dei centauri. Lì tutti gli anni si radunano migliaia di moto e ci saremo anche noi. Celebreremo Messa nel Santuario e metteremo la bandiera del motoclub sotto la protezione della Madonna.

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