Il teatro è vita

Scintillante e svelta, Sarah è una di quelle persone dalla vivacità e dalla capacità comunicativa immediata. Dietro il racconto di una vita dove non c’è spazio per la superficialità, si legge passione per l’arte e attrattiva spirituale, in un intreccio sorprendente. Inglese, anche se nata ad Hannover in Germania. Sarah, da dove nasce la passione per il teatro? “Credo da lontano, da parenti che erano attori, e da mia madre che avrebbe voluto recitare: ma allora non sembrava una professione adatta ad una donna… A me, fin da piccola, piacevano la danza e il teatro, perché ero molto sensibile. A scuola, naturalmente, si facevano delle recite: durante una gara fra istituti, l’esaminatore scelto era un “pezzo grosso”, l’autore del film Un uomo per tutte le stagioni: mi notò e mi incoraggiò ad andare avanti. Con questa spinta, ho capito che dovevo proseguire in questa direzione. Ero una ragazza di quindici anni, all’epoca, molto determinata, ribelle: mi sarebbe piaciuto vivere con gli hyppies, battagliare insieme alle femministe, sperimentare tutto nella vita”. A sedici anni, però, un incontro non proprio “teatrale” che ti ha messo in crisi… “Nel ’72 ho conosciuto, attraverso mia madre – anglicana come me -, un movimento cattolico, i Focolari. Anche se all’inizio non ero molto coinvolta personalmente, poi tuttavia esso mi diede la possibilità di un rapporto più serio e deciso con Dio: un “cambiamento di rotta”, in cui ho dovuto quasi ricominciare da capo, anche se – come succede – per un po’ si è come due persone insieme… Naturalmente, mi sono chiesta se il mio futuro fosse realmente il teatro. Infatti, durante gli anni di studio i corsi scolastici non mi piacevano, perché erano slegati dalla vita: io volevo qualcosa di pratico. Alla fine del liceo, i genitori mi avevano consigliato un corso universitario che non fosse troppo teorico. Invece, dopo parecchie telefonate, avevo trovato una scuola di teatro con l’ultimo posto libero a disposizione. Durante la notte chiesi a Dio cosa volesse da me, aprii la bibbia a caso e lessi la parabola dei talenti: mi fu chiaro che dovevo sfruttare il mio, quello artistico; feci un giorno di colloqui e ottenni il posto”. Tre anni di studio intenso, ma anche di crisi. “All’inizio, non riuscivo bene come attrice, perché ero troppo in tempesta dentro di me. Me ne volevo andare e stavo recandomi a dirlo al preside, quando mi ferma un insegnante di regia: mi offre il ruolo principale della commedia di Wilde Lady Windernere’s Fan: ho accettato, andò benissimo, e fu un momento di svolta. Avevo 21 anni, e mi è capitato di conoscere una compagnia non schiava del cliché, ma di basi cristiane. Insieme ad altre quattro persone – io ero l’unica donna – fondammo la Riding Lights Theatre Company, con la quale creavamo pezzi nuovi in uno spirito di grande rispetto reciproco. “In seguito, però, ho avvertito di dover buttarmi in un mare più vasto. Non avevo contatti, ma mi è capitato – ancora una volta – di incontrare il regista di un teatro londinese che mi ha offerto un brano da Easter di Strindberg; più tardi mi è stato proposto di entrare nella Royal Shakespeare Company”. Un periodo di lavoro molto ricco di esperienze e di incontri. “Si produceva parecchio, ed io cercavo di puntare a spettacoli di valore. A volte si trattava di lottare contro evidenti forzature dei testi. Ricordo un momento in cui il regista avrebbe voluto imporre una scena di nudo, più per stupire il pubblico che per necessità. Ne parlai ad un’amica della compagnia, anche ad altri attori, pur non credenti: ci sembrava un’evidente forzatura. Siamo andati tutti a parlarne al regista, io per prima e poi gli altri. Così, al momento della prima lettura del testo, l’idea è caduta da sé”. Tu hai delle forti convinzioni cristiane. È difficile conciliare Dio con la tua vita di attrice? “Nella nostra vita non è sempre facile – essendo cristiani – saper dire di no: una volta avevo ricevuto una parte importante, ma di carattere scopertamente pornografico: non mi sembrava adatta alla dignità di una persona. Tuttavia, in quel momento, mi trovavo senza lavoro e prospettive, era molto duro rifiutare. Ho avuto un breve colloquio col regista ed ho rifiutato. Mi sono sentita molto libera dentro. “Accanto a questi momenti, c’è poi il rapporto con i colleghi. È capitato il caso di un regista che aveva sottratto la parte ad una attrice per darla a me. Naturalmente, sono andata da lui per protestare e fargliela ridare, ma non è stato possibile. Mi è toccato così di convivere con questa collega: immaginarsi come mi sentivo… Però si vede che entrambe abbiamo poi superato questa difficoltà, perché ora siamo molto amiche e lei, ebrea non praticante, crede moltissimo al rapporto fra noi”. Quindi, la vostra vita è anche , sotto certi aspetti, una “via dolorosa”… “Certamente, perché l’arte vera nasce dal dolore, come una vita nuova da una morte. Ogni ruolo che sostieni, ti toglie tutto: questo è difficile, perché noi vorremmo sicurezze, non rischiare a sparire ogni volta per interpretare un personaggio, cogliere questo vuoto dal quale nasce tutto, la tua interpretazione. Mentre studiavo teatro avevo avuto appunto una grossa crisi: studiavo lavoravo una volta alla settimana in un istituto di alcoolizzati. Mi chiedevo: che serve recitare, potrei dare la mia vita per questa gente. Però, qualcosa dentro di me, mi ha risposto: ti sarebbe troppo facile, la sfida è possedere quell’amore verso il tuo simile che sta in teatro, dove vorresti essere perfetta e non lo sei: dove ti costa morire, è la tua sfida per vita. Così sono rimasta nel teatro”. Tu hai recitato moltissimo Shakespeare. Credo sia il tuo autore preferito. “Sì, perché è un uomo straordinario, che ha colto la profondità della persona umana, la sua essenza: non ti stanca mai. Ho interpretato molti ruoli, come Olivia, Giulietta, Porzia: c’è in lui una tale ampiezza di espressione! Mi piace molto anche il teatro contemporaneo, per esempio quello “espressionista”. Credo che oggi le arti tendano a toccarsi, a unificarsi. A volte mi capita di guardare un quadro per avere un’ispirazione e mi accorgo che in un dipinto c’è tutto, pittura scultura balletto musica e dramma. Io ho avuto la possibilità di fare un pezzo che non è solo teatro recitato ma anche di creare – mediante la danza il, video, il mimo e la musica – delle immagini che prendano la persona nel suo insieme”. Il rapporto con il pubblico è vitale, specialmente per un attore. “È vero, perché non posso parlare se l’altro non mi ascolta. Ricordo qualcuno che mi suggeriva: “Tu dovresti ‘giocare’ (interpretare, ndr) la scena nell’altro, quello che tu dici, deve uscire da chi ti ascolta”. Perciò è importante anche ascoltare la voce del pubblico, qui c’è la comunione: infatti esso “sa” quando si è arrivati a questi momenti di unità. Durante una recita del Piccolo Principe, quando morivo, sentivo realmente – pur non vedendole – le lacrime della gente, il pubblico era in me ed io in lui: lì abbiamo vissuto insieme. Oppure, dopo alcune recite di Strindberg, le persone si sono confidate con me, una mi ha detto che si sentiva capita in quello che stava vivendo, perché l’aveva visto sul palco”. Cosa è il teatro per te, Sarah? “Per me è far partecipe il pubblico del vivere le realtà umane, dar coraggio, soffrire insieme. Nei migliori spettacoli, uscendo si vede la vita più bella, le cose più vere: sei spinto a vivere di più la vita. Il teatro deve dare speranza, e lo vedo anche in quello contemporaneo che c’è il desiderio di aprirsi ad essa. Ricordo che, facendo lezione ad alcuni studenti americani dopo l’undici settembre – ed alcuni di loro pensavano di lasciare il teatro -, ho letto un pezzo in cui l’autore definiva gli attori “Ercoli che hanno portato i pesi del mondo sulle spalle”. Un giovane che aveva vissuto il dramma, ne è uscito sollevato, convinto che noi artisti abbiamo una reale “responsabilità sociale””. Cosa consiglieresti ad un giovane che vuole seguire questa strada piuttosto che quella cinematografica? “Certo, credo che i giovani possano essere maggiormente attratti dal cinema, perché il teatro è più impegnativo: sei lì, in quell’attimo, a costruire un rapporto nuovo ogni sera col pubblico, per cui l’impegno è notevole… Comunque, se un giovane pensa a questa strada, gli suggerirei di cogliere bene se fa per lui, se è la sua, come si dice, “vocazione” e poi mantenersi sempre sincero, coerente, ascoltare la propria coscienza: non guardare l’esterno, ma dentro di sé: il tesoro è in noi, si tratta di donarlo”. Attualmente, sei una libera professionista. Quali i tuoi progetti futuri? “Ho avuto un mese di ottobre ricco di impegni teatrali, ora sto girando in Scozia il mio primo grande film, una coproduzione intitolata Mandancin, una storia drammatica di un ex carcerato, venata di speranza. Ho già lavorato con il regista, ma questa opportunità non mi sembra casuale. Se infatti penso alla mia vita, mi pare di essere quasi “guidata” nella carriera da qualcuno, perché si combinano insieme, misteriosamente, diverse circostanze. Come mi sta succedendo adesso”. A proposito di carriera. Accanto ai momenti duri, ci saranno stati anche quelli di grande felicità. “Certamente. Ho un ricordo meraviglioso di una serata, il 15 settembre ’91, con il grande Richard Harris (recentemente scomparso, ndr) con cui recitavamo nell’Enrico IV di Pirandello. C’era stata una grande risposta da parte del pubblico, con lettere molto belle. Recitavo con Harris senza aver prima fatto prove – ero infatti la sostituta che andava in scena – e lui dalla gioia mi ha regalato un gran mazzo di fiori, presentandomi sul palco. Ho pensato: queste sono cose che succedono ad altre persone, non a me… Eppure era vero”. Accanto a queste soddisfazioni, forse c’è qualcosa di più intimo… “Beh, certamente. Il messaggio cristiano infatti mi ha dato una dinamica di “morte e resurrezione”, una dinamica sulla vita in definitiva, che rappresenta per me una luce su tutto, quindi anche nel mio lavoro di attrice. Da questo nascono i momenti di gioia più spirituale, più intima. Perché questa, come la vita rimane: il teatro, per quanto affascinante, passa”.

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