Il senso di Dio

L'uomo nuovo si edifica sulle rovine del vecchio, ma bisogna lasciare spazio a Dio, e Dio è la sorpresa.
Dopo gli sconquassi della contestazione, un filosofo francese ateo, Maurice Clavel, si convertì e scrisse un libro dal titolo Dieu est Dieu, nom de Dieu!, che tradotto in buon italiano suona: Dio è Dio, per Dio!

Ultimamente ho saputo di un prete indiano a Roma per completare gli studi teologici, addolorato di fronte a una cristianità (molti preti compresi) intiepidita e sfibrata: poesia ridotta a prosa. Io stesso, devo dirlo con sincerità, sento salirmi il sangue alle tempie di fronte a certi dibattiti tra “laici” e credenti che trattano, entrambi, Dio come un argomento. Un argomento!

Veramente siamo alla follia, sia, ripeto, non credenti che credenti. Si parla di qua e di là di “valori”, di “ideali” come fossero roba nostra maneggiabile a piacere; e questo significa esattamente chiudere la stalla quando i buoi sono già fuggiti, ovvero fabbricarsi un dio che poi si dice che esiste o non esiste, misero riverbero della nostra rovina.

Il prete indiano chiede: «Perché?», non sapendo capacitarsi, col suo atavico enorme senso del sacro, di come si possa ridurre Dio a due pensierini, positivi o negativi, da parte dell’occidentale distratto e distrutto. Ma il perché c’è, eccome.

Conosco un giovane prete italiano che mi piace molto perché porge la Parola di Dio a voce alta e lenta, facendo lo sforzo continuo, che si legge bene nella sua anima, di non banalizzarla in un leggere scivolando, o in un “recitare preghiere”, che è il triste bla-bla anche religioso da cui siamo quotidianamente, spesso, demoralizzati e inceneriti.

 

C’è una sola tristezza, diceva Bloy e con lui Bernanos, quella di non essere santi. Dio è Dio. Un giovane convertito a cui un altro faceva mille obiezioni intellettualistiche e storiche, gli rispose: «Egli è». Ma questa è fede, replicherebbe chi crede di ragionare. No, questa è onestà mentale. “Chi” egli è può dircelo solo la sua Rivelazione, che siamo liberi di accettare o di non accettare. Ma “che” egli è ce lo dice la ragione che riflette con mente pura, non assordata da sofismi, chiasso e chiacchiere.

La cosa più tremenda della vita è perdere il senso di Dio. La causa c’è, eccome, dicevo. L’uomo medio di oggi sta davanti alla tv o a Internet o al cellulare come un tempo stava davanti a Dio. Adora la bestia – la tecnica non usata ma da cui si fa usare – con in più la viltà di non riconoscere che l’adora, che è il suo dio. E precipita dentro sé stesso senza fine.

Ma, francamente, che m’importa del Suv o dell’ultimo i-pod o telefonino in cui c’è “tutto” (balle, non c’è niente di decisivo per la vita), o di vivere un anno in più perché hanno fatto esperimenti sciagurati su un embrione maiale-uomo? Francamente, non m’importa un fico secco di vivere anche i prossimi cinque minuti, se non in Dio.

Un amico con cui parlo di queste cose mi chiede “istruzioni” per avere il senso di Dio. Io sono un povero peccatore incallito a cui Dio però ha fatto e fa grandi grazie (se non lo riconoscessi, peccherei nel modo più grave contro la verità conosciuta).

Credo, parlando con la maggiore onestà di cui sono capace, che si debba lasciare anche un minimo spiraglio vero a Dio – purtroppo pochi lo fanno, anche credenti, perché molti trasformano Dio in abitudine, pur ottima, mentre lui è il contropiede, la sorpresa, «una sottile voce di silenzio», come si rivela a Elia.

 

Se questo spiraglio c’è e non è finto, lui vi si precipita come il terremoto (ma è amore) e comincia a staccarci da noi stessi senza (falsa) pietà, al ritmo che sa e vuole; ci leva la pelle e molto più della pelle, ci mette allo specchio inesorabile della nostra immagine di mostri spirituali, in un modo simile, fatte le proporzioni, a quello del tremendo e acutissimo pittore Francis Bacon.

Tutto ciò può sembrare terribile e temibile, o, a qualche “laico” superficiale, masochista. È il contrario: così soltanto si edifica l’uomo nuovo sulle rovine del vecchio, quando di noi non resta più niente se non la verità, tolta ogni cipria devozional-sentimentale.

Il mio grazie eterno a Dio è per avermi distrutto bene, come solo lui sa fare. Praticamente questo significa che, qualunque cosa mi accada, oggi il mio istinto spirituale non è di pensare: «Perché a me?», «Che guaio!», «Ma che vuole Dio da me?»; ma di voltarmi verso la nuova luce profonda che si apre, sia pure come una ferita, e di ringraziarlo.

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