Che cosa c’entra il ruggito con la mitezza? Apparentemente nulla. Il ruggito è associato al leone, alla voce della forza, della minaccia, della conquista. La mitezza è associata all’agnello, alla delicatezza, alla voce sommessa, quasi impercettibile. Il ruggito ricorda la voce dei forti, dei prepotenti. La mitezza quella dei buoni, della gente tranquilla che non ama prendersi la scena, che si dà da fare in silenzio per il bene. Eppure proprio questo silenzio può diventare ruggito. Un ruggito che non nasce dall’ira e non vuole incutere paura, ma diventa la voce di chi, senza odio, trova la forza di dire no alla violenza, no alla chiusura. E dice invece sì all’accoglienza, sì al coraggio di non trasformare lo straniero, il diverso, in nemico.
Lo psichiatra Roberto Assagioli diceva: «Troppo spesso accade che i forti non siano buoni ed i buoni non siano forti. Suvvia, o buoni, imparate a essere forti!». Quelli del Festival dell’Accoglienza di Torino hanno fatto loro questa lezione. Hanno intitolato questa sesta edizione La mitezza è disarmante, perché dicono «questo festival viene dedicato a un nuovo stile di vita, pacato, ma roccioso nel frapporsi al caos del mondo in fiamme». La kermess si inaugura il giorno 11 settembre con una conferenza stampa a Palazzo Civico, con l’intervento di Mons. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, Stefano Lo Russo, sindaco del Comune di Torino, Stefano Magliano, consigliere della Regione Piemonte, rappresentanti della Fondazione CRT e della Fondazione Compagnia di San Paolo, che sostengono l’iniziativa.
Il Festival dell’Accoglienza durerà 50 giorni, fino al 30 ottobre, e vedrà 100 eventi, 250 ospiti, 100 partner. In diversi luoghi della città di Torino si terranno convegni, verranno proiettati film, ci saranno performances artistiche, danze folkloristiche di vari paesi, verranno presentati libri, ci sarà anche un torneo di ping-pong organizzato dalla comunità cinese. L’anno scorso nel territorio della Regione Piemonte la manifestazione ha coinvolto circa 18.000 persone. «Il Festival − spiega Sergio Durando responsabile della Pastorale Migranti della diocesi di Torino − è da sempre uno spazio aperto alla riflessione. È un terreno di dialogo e di esperienze. Al pubblico e al territorio si propongono occasioni per comprendere in profondità cosa significhi oggi accogliere. Non solo come gesto di ospitalità, ma come scelta di costruzione di comunità, di giustizia e di fraternità. Di fronte a un mondo di relazioni sempre più violente, aggressive, urlate, si fanno indispensabili opportunità di confronto costruttivo».
Ma il Festival è solo la parte più visibile. La parte sommersa è il lavoro quotidiano della Pastorale Migranti e dei suoi 300 volontari per l’accoglienza di un gran numero di migranti e rifugiati, per l’aiuto nelle loro necessità, per l’accompagnamento qualificato nelle aeree del diritto, dell’assistenza, dell’inclusione sociale, dell’intercultura e del dialogo interreligioso. È questo silenzio operoso e continuo di tante persone miti, che si leva nel frastuono del mondo odierno come un benefico ruggito. «Il mite − scriveva il filosofo Norberto Bobbio − può essere configurato come l’anticipatore di un mondo migliore».

Conferenza Stampa Festival dell’Accoglienza 2026. Credit: Marcos Dorneles.
