Il quadro che divide

ART parla di tre amici il cui rapporto viene messo in crisi da una banale circostanza.
Il quadro che divide
ART parla di tre amici – il dermatologo Sergio, l’ingegnere Marco e il rappresentante di commercio Ivan – il cui rapporto viene messo in crisi da una banale circostanza: l’acquisto di un quadro d’autore comprato per una cifra stratosferica.

L’acquisto della tela completamente bianca, con leggere striature (sempre bianche), Sergio lo spiega dettato dall’amore per l’arte. Marco invece l’interpreta come semplice trovata snob e Ivan sostiene che si tratti di speculazione affaristica.

Da qui, con progressione comica e tragica insieme, i tre amici cominceranno a discutere, litigare, distruggersi in un gioco al massacro che coinvolgerà una più ampia critica alla società borghese, fatua e vuota, vero obiettivo dell’autrice.

E il finale, pur riconciliante, lascia interrogativi.

 

La commedia, del 1994, di Yasmin Reza, fra i drammaturghi viventi più rappresentati, è un difficile banco di prova perfino per interpreti più che navigati. Ma il giusto mix costituito da un terzetto affiatato ‑ Alessio Boni, Alessandro Haber e Gigio Alberti, diretti da Giampiero Solari ‑, fa funzionare alla grande la commedia. La scena, impaginata con pannelli scorrevoli, oltre a definire le tre case dei personaggi, li spinge sul proscenio per gustosi “a parte” riservati ai loro pensieri segreti. Si stagliano, così, caratteri umani in cui ci si può specchiare. Come di rado avviene a teatro.

 

All’Eliseo di Roma, fino al 15/1. In tournèe.

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