Il paradiso di papa Nicola

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Come doveva amare gli azzurri, gli ori delicati, le armoniose architetture albertiane Tommaso Parentuccelli da Sarzana, cioè papa Nicola quinto, quando sostava nella sua piccola cappella, dentro la torre medioevale di Innocenzo terzo. Un luogo segreto e luminoso, dove la solitudine chiamava alla preghiera ed alla quiete prediletta dal papa umanista; così simile in questo a fra’ Giovanni, anche lui colto e spirituale, che gli aveva affrescato, prima dell’anno giubilare 1450, su due registri le storie di Stefano e Lorenzo. Due protomartiri, a Gerusalemme il primo, a Roma l’altro: una continuità ideale e storica fra chiesa delle origini e cristianità “moderna” del secolo quindicesimo. Si assomigliavano, il papa e frate Giovanni in quelle virtù che la pittura esaltava sulla volta e le pareti: la sapienza di Stefano e la carità di Lorenzo. Le si ammiravano nelle scene superiori in Stefano che predica alla folla o sta davanti al Sinedrio con i gesti tipici dell’eloquenza; o in Lorenzo che riceve da Sisto i tesori della chiesa e li distribuisce, sullo sfondo della nuova basilica vaticana, ai veri “tesori”, cioè i poveri. Tradizione e modernità legate insieme. Ma c’era un’aria nuova: il frate l’esprimeva in chiarità che davano luce al colore e alle ombre, ai volti dei singoli e alle folle. Una discorsività larga, nobile nel racconto: una impaginazione sobria delle scene, di evidente rivisitazione classica, impregnata da un amore rinnovato per l’uomo. Se nel convento fiorentino di San Marco, da cui proveniva, frate Giovanni era stato quasi “in paradiso” con la sua scuola, leggendo in questa dimensione le storie del Cristo nelle singole celle, ora la contemplazione (non era forse il motto domenicano “contemplata aliis tradere”, trasmettere agli altri ciò che si è contemplato?) diventava universale nel linguaggio disteso dell’affresco vaticano: con un parlare misurato, armoniosamente “classico”: e intimamente cristiano. Ancora una volta, Angelico si rinnovava, rimanendo fedele a sé stesso. I santi s’incarnavano in uomini dal perfetto equilibrio interiore, si muovevano fra piazze ed edifici della contemporaneità. Rivelavano negli sguardi una sorta di fierezza spirituale unita a dolcezza. Respiravano – e respirano – una naturale dignità. Nell’insolita ondata di azzurri con cui si dispiega la cerimonia dell’ordinazione di Stefano da parte di Sisto, il gioco dei sentimenti fra i due si incrocia in intimità colloquiale: la stessa che forse passava fra papa Nicola ed il pittore. Dice unità di intenti, di pensieri, di testimonianza. Perché questa “capella parva” non è solo edificio di culto e di meditazione personale, ma ritratto dell’anima stessa del pontefice, di quelle doti che i contemporanei gli riconoscevano. E, senza volerlo, autoritratto dell’Angelico, libro chiaro sulla sua fisionomia spirituale ed artistica; su una visione della vita e della storia che vede il passato radice del presente, il cristianesimo sempre aperto a nuove incarnazioni. Così, se il piccolo ambiente ricorda i sacelli paleocristiani nelle sue visioni di blu oltremarino, lo spirito che corre per le storie dei martiri parla l’eloquio della contemporaneità. Si avverte ancora, per chi non si dimentica di entrarvi, un clima di serenità. Ci invade una luce accesa, che non confonde. Piano piano si svelano i colori, si aprono i dettagli. Dal tendaggio damascato con lo stemma papale, alle fisionomie composte, alla scenografia solenne dei racconti. Sono gesti e sentimenti che si richiamano: al giardino interno di una casa, nella Consegna dei beni, risponde l’abside ombrosa della basilica nell’Elemosina; alla donna rapita nell’ascolto, l’altra che medita stupita nella Predica. Non sfugge nulla all’occhio dell’Angelico, tocca ogni corda della vita: ne emergono ritratti di delicata femminilità, scene di povertà piena di rispetto, variazioni sul tema del riso dei bimbi, misura perfino nei gesti dei “nemici”: il teatro di una umanità vista da uno sguardo che trascende il dramma. Così la Deposizione sull’altare (oggi scomparsa) – punto d’arrivo e di partenza dell’intero ciclo a cui dà vita e senso – non riusciamo ad immaginarla sotto altra visione, se non quella della resurrezione. Come accade sempre, quando Angelico affronta questo tema. Papa Nicola contemplava tutte queste cose dal suo studio, le vedeva, nella “capella picta” accanto. In essa, lo intuiamo anche noi, vive tuttora il calmo palpitare della storia: quella antica, e la nostra, attuale. “Sacra”, comunque, per fra’ Giovanni e il papa: perché sul filo dell’eterno. Un volume per la capella secreta Fra l’aprile 1995 e il dicembre 1996 l’oratorio prediletto da papa Nicola è stato oggetto di un restauro scientifico. Ce n’era bisogno perché la cappella, trascurata dalla fine del ‘500 e riscoperta solo nel ‘700, aveva sofferto parecchio: cadute di colore, perdita di gran parte del Martirio di san Lorenzo, apertura di porta, finestrone e finestrella, dispersione della Deposizione sull’altare… I risultati del restauro, delle indagini scientifiche ed una interpretazione storicoartistico- teologica affidata a saggi di esperti, fra cui Maurizio Calvesi e p.Innocenzo Venchi o.p., sono stati raccolti nel magnifico testo Il Beato Angelico e la Cappella Niccolina. Storia e restauro, a cura di Francesco Buranelli, attuale Direttore Reggente dei Musei Vaticani. Il volume, edito da Musei Vaticani-Istituto Geografico De Agostini, pp. 434, corredato di splendide immagini e di una ricca documentazione grafica, si presenta attualmente come il saggio fondamentale sull’unica opera angelichiana (1448-49), delle quattro da lui dipinte in Vaticano, ora rimasta. Fra le “rivelazioni”: i sei collaboratori del Maestro nell’impresa, dettagli iconografici (il nome di Cristo sulla dalmatica di Lorenzo), la tecnica cromatica del pittore. Arte e teologia “Maestro di contemplazione”. È il titolo di un piccolo ma prezioso volume (pp. 71, Áncora, 14,50 euro) in cui un teologo e pastore – Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze – ed una studiosa d’arte – Zaira Zuffetti, storica e pubblicista – indagano, con eguale amore e competenza, un frate artista come l’Angelico. La Zuffetti ne tratteggia in una ventina di pagine succose la vicenda umana artistica e critica, Antonelli “legge” gli affreschi delle celle di San Marco con un’ottica prettamente evangelica, unendo meditazione a descrizione iconografica; e concludendo con un’orazione di Caterina da Siena, terziaria domenicana. Non solo per chi ama i percorsi di teologia ed arte, ma un dono possibile per tutti.

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