Il governo dopo Ferragosto

Il presidente Conte andrà a riferire in Senato il 20 agosto e potrà accadere di tutto. Esiste una diversa maggioranza? Su quali basi?

Nell’estate 2019 le chiacchiere sulle scandalose trattative milionarie relative ai calciatori, stanno cedendo il posto al rebus politico della crisi del governo Conte.

La Lega di Salvini ha il vento in poppa, secondo i sondaggi, e vuole andare di corsa alle urne per capitalizzare il consenso ed esercitare il potere con una maggioranza coesa e ideologicamente coerente.

Almeno, questo è il messaggio facilmente comprensibile, che mette timore in coloro che non vedono nessuna forza di opposizione in grado di resistere. Qualcuno si era illuso che la conferenza dei capigruppo in Senato potesse accettare di discutere, in primo luogo, la mozione di sfiducia verso il ministro degli Interni avanzata, cronologicamente prima, in maniera disordinata dal Pd. Un voto trasversale avrebbe così posto fuori gioco Salvini stesso, impedendogli anche di continuare ad indossare le divise della polizia, ma ha prevalso lo scontro sui tempi della discussione in Aula della mozione contro Conte presentata dalla Lega.

 

Alla fine, i senatori si son dovuti recare a palazzo Madama il 13 agosto per scoprire le carte e constatare l’emergere di una maggioranza numerica di Pd, 5stelle e gruppo misto (con Leu) contraria a discutere la mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, come chiesto, invece, dal fronte compatto di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.  Tutto è rimandato a martedì  20 agosto. Conte riferirà in aula. Sarà sfiduciato? Si avrà un governo tecnico o una nuova maggioranza? Oppure si andrò di corsa alle urne affilando le armi?

Si annuncia un fine settimana di Ferragosto decisivo, tra vertici dei diversi partiti e contatti informali tra di essi, con la conseguenza di assistere ad una partita a scacchi, piuttosto che ad un confronto democratico aperto agli iscritti, o almeno ai militanti.

Il rebus si complica con la mossa a sorpresa del leader della Lega che, intervenendo in Senato senza sedere al banco del Governo, ha annunciato la disponibilità a votare la misura simbolo dei 5Stelle, e cioè la riduzione del numero dei parlamentari, per poi andare alle urne il più presto possibile. Soluzione possibile, in teoria, solo procastinando la riduzione effettiva del numero di deputati e senatori alle elezioni successive a quelle ipotizzate di ottobre 2019. Il voto alla Camera è fissato per il 22 agosto. Una mossa apparentemente illogica, ma che sembra avanzata per ribaltare ogni accusa di incoerenza sui 5Stelle, preavvertiti a non tentare alcun accordo con il Pd.

Ma è tale partito a mostrare segni di severo scoordinamento. «Sono confuso. Chi è il segretario del Pd?» osserva provocatoriamente Giovanni Moro. Il protagonismo dell’ex segretario Renzi mette in ombra la posizione di Zingaretti. Chi decide davvero?

In un sistema parlamentare si possono definire nuove maggioranze in base ad un programma coerente. Il metodo contrattuale concluso tra Lega e M5S si è rivelato fragile davanti a posizioni inconciliabili fin dal principio. Può esistere, davvero, un progetto politico condiviso tra dem, sinistra e pentastellati? Su quali punti?

Dovrebbe essere questo il centro del dibattito.  Salvini un piano, condivisibile o meno, mostra di averlo. E si permette di citare i ceti produttivi del Nord che spingerebbero per volerlo a palazzo Chigi quanto prima, pronto a far passare la flat tax, la Tav e l’autonomia differenziata, dopo aver già imposto la sua visione in tema di sicurezza e immigrazione. Sono in gioco, inoltre, nomine decisive nei settori chiave dell’economia e delle istituzioni, dopo aver già determinato la linea della televisione pubblica e la oggettiva vicinanza di quella di Mediaset.

Goffredo Bettini, testa pensante di parte del Pd, ha proposto di definire un piano di governo di legislatura, non tecnico o di scopo, tra forze che, messe assieme, contano molto di più, in Parlamento, del 17% della Lega.

Ma esiste un programma comune possibile? Sulla Tav esiste più affinità tra l’attuale Pd e la Lega, ad esempio. Dopo il voto comune, in Europa, a favore della Von der Leyen a presidente della Commissione europea, esiste una linea di politica economica alternativa a quella del rigore sterile? Sarebbero in grado i nuovi soci di sperimentare un percorso come quello impostato da Enrico Giovannini sull’alleanza per lo sviluppo sostenibile per raggiugere gli obiettivi nel 2030? E la questione dell’urgenza climatica? Senza poi trascurare la riforma radicale del decreto sicurezza, come chiesto dall’ormai ex 5Stelle Gregorio De Falco, e la possibilità di discutere serenamente della legge sul fine vita.

Argomenti che sembrano assenti nel dibattito arroccato su strategie più o meno indovinate, seguendo i consigli del “breviario dei politici” estratto dalle massime del Mazzarino improntate all’arte della dissimulazione.  Tutti dicono di confidare nella saggezza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che risiede, per il momento in Sardegna, ad un’ora di volo dal Quirinale, nell’arcipelago della Maddalena. Qui, nell’isola di Caprera si racconta che il suo predecessore Azeglio Ciampi trascorresse molto tempo a meditare sulla gloria e i fallimenti di Garibaldi, eroe risorgimentale, relegato qui in esilio dopo una unità del Paese raggiunta in maniera molto diversa da come immaginata. Con fratture, violenze, errori e incompiutezze che fanno parte della nostra storia e del nostro presente. Un senso del limite che sicuramente non può che far bene a tutti. Il 20 agosto e oltre.

 

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