Il gioco delle Accademie

L’anno mozartiano, come ogni anniversario, reca con sé gli eventi. Forse troppi. Ma utilissimi, se a fare il gioco di Amadeus sono due istituzioni prestigiose a Roma come l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e l’Accademia Filarmonica Romana. A Santa Cecilia il direttore musicale Antonio Pappano ha offerto un’interpretazione del Don Giovanni, in forma di concerto ma con tanto di recitazione – vivacissima – da parte dei cantanti- attori come si fosse in teatro, del tutto singolare. Il taglio fortemente drammatico imposto all’esecuzione – con accenti talora foschi – dice la sua particolare visione: un dramma cosmico in cui l’elemento buffo non è caricato, ma diluito a far da controparte al vortice dell’azione. Pure, e qui sta il talento di Pappano, l’accentuazione romantica non gli impedisce di accompagnare le stasi cantabili con una facilità che lascia ai cantanti e agli strumentisti la possibilità di esprimersi appieno: come nella serenata di Don Giovanni, in cui raramente la grazia del mandolino ha intessuto di giusta sensualità la voce del baritono o nell’aria Il mio tesoro intanto del tenore con quell’unisono di archi e fagotti pieno di dolcezza virile. L’orchestra infatti ha vibrato e cantato in ogni sezione, in una circolarità di accenti fra lei e i cantanti tale da restituire alla musica mozartiana la sua carismatica chiarezza. Gran merito va al direttore che ha il talento di far sentire tutti un corpo solo e al contempo individualità ben distinte. Così l’ottimo cast ha fornito una prova memorabile: il Leporello agilissimo di voce e di corpo di Ildebrando d’Arcangelo, la Donna Anna svettante di Carmela Remigio, la tragica Elvira di Monica Bacelli, il puro don Ottavio di Matthew Polenzani e l’esperto Don Giovanni di Gerald Finley. Naturalmente, una simile esecuzione non poteva che far esplodere il pubblico che, in un silenzio raro, ha potuto vedere un’altra faccia del prisma Mozart. Come è accaduto alla Filarmonica dopo l’esecuzione delle tre ultime sinfonie mozartiane (nn. 39, 40, 41) da parte dell’Orchestre des Champs- Elysées diretta da Philippe Herrewege.Nate tutte nell’estate del 1788 e senza una destinazione precisa, le sinfonie sono uno specchio dell’uomo e dell’artista in quella fase della vita in cui malinconia, senso tragico, anelito alla luce, necessità di speranza si combinano in una narrazione sentimentale, mai violenta, sempre ordinata, ma con gemiti e sottintesi che spiano volentieri il cuore di Mozart: fanciullo nell’anima e uomo in crescita. L’accorpare i tre ultimi lavori è stata un’operazione di grande intelligenza, perciò, perché dagli echi del Don Giovanni ai preludi del Flauto magico, dalle sottolineature anelanti nei tempi lenti al vortice dei Finali, queste sinfonie rivelano come il prisma Mozart abbia ancora luci da scoprire. L’esecuzione con strumenti originali, se presenta un certa secchezza di suono, pure aiuta a comprendere meglio il colore dell’orchestra mozartiana e la direzione accurata di Herrewege si accosta all’autore con un rispetto assoluto, così da lasciare all’ascoltatore la possibilità di entrare – semplicemente – in filo diretto con Mozart. Il che non è affatto poco.

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