Il duo Fernández

Martedì prende possesso come presidente Alberto, assieme alla ex presidente Cristina Fernández-Kirchner, sua vice e presidente del Senato. L’economia stagna, crescono i poveri e il debito estero è alle stelle. Ci sarà molto da lavorare.  

Si apre una settimana cruciale per l’Argentina ed anche per il Sud America. Martedì Alberto Fernández assumerà le funzioni di presidente succedendo a Maurizio Macri, in rappresentanza del kirchnerismo che, quattro anni dopo la sconfitta del 2015, torna al potere. A fine ottobre, Fernández, in duo con la ex presidente Cristina Fernández, vedova di Néstor Kirchner, ha vinto le elezioni al primo turno col 48% dei voti. Più di 7 punti di vantaggio su Macri.

Non è agevole spiegare le ragioni che portano di nuovo in primo piano Cristina Fernández, che avrà un ruolo chiave nella nuova gestione, nonostante i numerosi processi aperti contro di lei, il suo entourage politico ed i suoi stessi due figli, invischiati in cause di riciclaggio di denaro, arricchimento illecito e molteplici forme di corruzione.

Per la ex presidente si tratta di una teoria cospirativa ordita in combutta tra i poteri politici e la magistratura che non avrebbe potuto dimostrare niente. In realtà, le garanzie di cui gode come senatrice hanno inciso chiaramente sull’azione di una giustizia notoriamente dipendente dal potere politico che ha agito in modo discontinuo. Il presidente Alberto Fernández ha dovuto rimangiarsi numerose dichiarazioni del passato, quando fu critico nei confronti della presidente e degli scandali per corruzione.

La spiegazione di questo ritorno risiede anche nel fallimento della gestione di Macri che in quattro anni non è riuscito in due grandi obiettivi: combattere la povertà – è cresciuta ed oggi affligge il 40% della popolazione secondo stime recenti –; e ridurre drasticamente l’inflazione – vicina al 50% –, con una ripresa della produzione che non si è mai attivata e così pure la creazione di nuovo lavoro.

Perché? Sebbene tra le file del presidente uscente si sottolinea l’incremento di risorse destinate alle politiche sociali e al loro ampliamento, non è quella una caratteristica tipica dei suoi ministri dell’area economica e produttiva, in realtà devoti delle ricette neoliberali e monetariste. Far marcia indietro nelle politiche sociali, avrebbe comportato un prezzo politico e anche una mancanza concreta di alternative; e avrebbe scatenato proteste che avrebbe indotto a una fine anticipata del suo mandato. Ma le ricette monetarie non sono riuscite a risolvere una questione annosa per l’Argentina: la dipendenza dallo stock di dollari Usa – per sopportare la quale è necessario contare su un attivo importante delle esportazioni sulle importazioni, e un flusso importante di investimenti o di crediti dall’estero – è stata permanente.

Non si è poi riusciti a consolidare tale fattori con una crescita del settore delle manifatture che oggi rappresenta appena un terzo del prodotto locale. Questo mix di fattori che non sono stati attivati, insieme a una fiducia che il suo governo non ha mai saputo suscitare nel Paese (una sfiducia peraltro mutua: alcuni suoi ministri non ebbero pudore a confessare di aver investito all’estero i propri risparmi) ha prodotto una combinazione di sentimenti politici letale che, tra l’altro, ha portato il debito estero a livelli impensabili e ha svalutato la moneta nazionale del 60% e anche di più.

Alberto Fernandez è stato capo di gabinetto di Néstor Kirchner tra il 2003 ed il 2007, quando l’Argentina era uscita dal pozzo senza fondo nel quale precipita alla fine del 2001. Il peronismo è un forte produttore di entusiasmi popolari, ma nel passato non ha usato una ricetta produttiva, provocando una dipendenza clientelare dai sussidi. Il periodo di vacche magre iniziato nel 2011 e gli scandali di corruzione fecero il resto durante i due mandati di Cristina Fernández.

Ci sarà da attendersi una politica economica eterodossa, ma anche sacrifici. L’economia non è in ripresa e i vicini non vivono un buon momento: non lo vive il Brasile, socio strategico, non lo vive il Cile. Il resto della regione è più vicino alla stagnazione che alla ripresa. E nemmeno ci sono le sintonie ideologiche di altri tempi con Brasilia, La Paz (per ora) e Santiago. Anche nel vicino Uruguay, a marzo inizierà il mandato di Luis Lacalle Pou, che – senza essere di destra – non è un simpatizzante della sinistra ed è di idee fortemente liberali. Pertanto, pare anche difficile che nell’attuale fase economica avversa, la regione possa provare a coordinarsi in un progetto di sviluppo con mutui benefici. C’è da attendersi che la parola d’ordine sarà: ognuno per sé… e il mercato per tutti. Dunque, non aspettiamoci miracoli.

 

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