Il desiderio di un figlio in più

Lo si riscontra nelle donne italiane. Ma il tema della natalità deve entrare nell’agenda politica.
Madre e figlio

La nave Italia sta imbarcando acqua, pur senza il clamore di un urto violento con un grosso scoglio. Quel che è certo è il fatto che il Paese affonderà: gli esperti sono unanimi, le tendenze registrate stanno lì a dimostrarlo. L’Italia sta invecchiando. Per di più, lo sta facendo da trent’anni, per cui il fenomeno è considerato irreversibile, quasi effetto di un determinismo sociale a cui c’è dato di assistere nella nostra collettiva impotenza.

Niente di più falso. Potremmo tutti fare molto. Compreso il governo Monti, se non fosse alle prese con troppi problemi dell’immediato.

Nel Belpaese vivono oggi oltre 60 milioni di persone, un traguardo mai raggiunto. Ma il merito va ascritto a quell’otto per cento di abitanti che viene dall’estero. Siamo felici che i novantenni abbiano superato il mezzo milione, ma i giovani sotto i vent’anni sono ridotti ad uno ogni cinque abitanti e sono oramai pari al numero degli italiani oltre i 65 anni.

 

Nel club del cosiddetto «mondo a sviluppo avanzato», vantiamo il triste primato mondiale di Paese a bassissima natalità. Oramai le nascite in Italia sono stabilmente inferiori alle 600 mila unità all’anno. E questo sta a significare che siamo sotto di almeno 150 mila nati, il numero che servirebbe ad assicurare la «crescita zero». La media dei figli per donna s’è ormai attestata attorno a 1,3-1,4 figli. Valore lontano da quel due che consentirebbe ad ogni coppia di “autoconservarsi”.

«Il fatto di non avere un sufficiente ricambio generazionale – spiega Giancarlo Blangiardo, docente di Demografia all’università di Milano Bicocca – fa sì che venga meno l’equilibrio tra le generazioni». Con precise conseguenze: «La componente anziana, che in prospettiva continuerà a crescere, non avrà alle spalle una nutrita popolazione in età produttiva in grado di garantire le risorse per mantenere non solo l’assetto attuale del sistema pensionistico, ma anche il servizio sanitario, con il rischio di far saltare i grandi equilibri socio-economici che regolano il nostro sistema-Paese».

La popolazione italiana è cresciuta negli ultimi anni per merito dell’immigrazione adulta, perché il 18 per cento del totale dei nuovi bambini è nato da genitori stranieri. «Contributo importante – commenta Blangiardo – ma non sufficiente ad invertire la tendenza». Anche perché gli immigrati assorbono con rapidità la mentalità dominante, per cui si vedranno pure tra loro sempre meno famiglie numerose.

 

«Il nostro Paese – ammonisce il sociologo Sergio Belardinelli – deve riscoprire il valore dei figli, che sono il nostro più grande capitale sociale». Le conseguenze sono anche di tipo politico: «Una società senza figli è una società che mette in discussione pure le sue logiche democratiche: dove conta il consenso, è evidente che gli anziani, molto più numerosi, avranno sempre il sopravvento sulle nuove generazioni».

Le cause dell’invecchiamento della popolazione italiana sono legate «al fatto che la famiglia è stata abbandonata a sé stessa nonostante produca capitale sociale. Non la si vede come una risorsa neanche in questo periodo di crisi: tutto grava su di essa, ma resta ignorata dai provvedimenti pubblici».

In questo quadro di criticità non va assolutamente taciuto l’effetto della pratica dell’aborto. Nel 2009, a fronte di 567 mila bambini venuti alla luce, ne sono stati abortiti volontariamente 117 mila, cioè uno su cinque. A questo va aggiunto che del popolo dei “non nati” all’incirca la metà sarebbero state future donne, capaci di generare ulteriore vita.

 

Sembra proprio impossibile evitare il naufragio, ma c’è un segnale che invita a non disperare: si tratta della cosiddetta “fecondità voluta”, che supera la soglia di due figli rispetto alla fecondità realizzata. In buona sostanza, molte donne vorrebbero mettere al mondo un marmocchio in più rispetto a quanto fanno. È un dato prezioso, soprattutto perché rivela l’amore alla vita e la scommessa sul futuro.

«Servono interventi pubblici – propone un gruppo di studiosi nel bel volume Il cambiamento demografico (Editori Laterza) –, un complesso organico di provvedimenti di lungo periodo che eliminino le difficoltà sociali ed economiche che ostacolano la realizzazione dell’obiettivo di avere i figli che le donne vorrebbero».

Di pari passo occorre agire sulla mentalità e sulla cultura sociale. Ma su questo piano, concordano gli esperti, siamo messi meglio degli altri Paesi europei a motivo della «perdurante solidarietà interna alla famiglia e dell’alto desiderio di avere figli».

A Milano, dal 29 maggio al 3 giugno, si terrà il VII incontro mondiale delle famiglie, un’occasione propizia per creare alleanze e sviluppare sinergie tra le componenti della società civile, oltre a far pressione sul Parlamento in modo che la questione demografica entri nell’agenda politica. E ridare futuro alla nave Italia.

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