Il Belgio alla prova della collaborazione

Le elezioni hanno rispecchiato la divisione del Paese tra Nord e Sud. Per questo i due vincitori, De Wever e Di Rupo, dovranno lavorare insieme.
bart de wever

Solo i mass-media esteri non se ne rendevano ancora conto: il Belgio è un insieme composito. Le elezioni di ieri hanno messo in luce quello che gli osservatori nazionali avevano sospettato: Nord e Sud hanno votato secondo priorità assai diverse. Mentre al Nord il partito autonomista N-VA, percepito come quello che più degli altri vuole ulteriori riforme dello Stato, ha stravinto (30 per cento), nel Sud il partito socialista, considerato protettore dello Stato sociale, ha fatto altrettanto. Nel Nord è la destra moderata a imporsi, nel Sud il partito di sinistra. Ci troviamo a dover mettere d’accordo due democrazie, si dice oggi dappertutto, che esprimono visioni diametralmente opposte.

 

Non è esattamente così. Ma che l’umore politico fosse concentrato su temi diversi nelle due regioni era chiaro da tempo. Il Nord ha dato fiducia ad un politico di spiccato talento, Bart De Wever, che ha ridotto i partiti tradizionali – che non hanno ottenuto dai politici del Sud la riforma dello Stato – attorno al 17 per cento. Gli elettori hanno così mandato un segnale che ormai è recepito anche dall’altra parte del Paese, e già ieri sera si invitava a “costruire ponti”. Adesso che la diversità è ben chiara, si tratterà di cercare il compromesso che in tre anni non si è trovato. Ma il vantaggio questa volta sta nel fatto che sono due vincitori – e non uno come l’altra volta – che devono mettersi d’accordo, non due leader zoppicanti con un mandato poco chiaro. Ambedue sono politici abili: Di Rupo è il probabile primo ministro, socialista del Sud, e De Wever al Nord ha ottenuto quasi 800 mila voti su 5 milioni.

 

De Wever guida una destra moderata (N-VA), erede di un partito nazionalista sulla carta, ma di centrodestra tradizionale sui temi socio-economici, senza gli accenti repubblicani e xenofobi del partito di estrema destra (VB), che al contrario perde sempre più terreno. Vuole un’autonomia più spinta ma non la separazione, ha convinto una parte del bacino di votanti democristiani – quelli più sensibili al tema delle riforme che a quello socio-economico – ma non può smuovere le cose da solo. Il grande pubblico l’ha preso in simpatia anche per la sua partecipazione ad un quiz televisivo popolarissimo, “Chi è il più intelligente”, dove la gente l’ha conosciuto come “il vicino di casa”. Padre di famiglia modello, sposato in chiesa l’anno scorso, dottorando in storia, De Wever è anche frutto della personalizzazione della politica.

 

Il vantaggio di due vincitori chiari sta forse nel fatto che per il nuovo compromesso e il rimodellamento dello stato belga ci vorranno passi decisi da ambedue le parti. Ed è meglio poter contare su politici in posizioni forti per imporre i necessari compromessi. De Wever sarà, oltre che un abile politico, anche uno statista, come sembra esserlo Di Rupo Quest’ultimo è da anni alla presidenza del Partito socialista e sta imponendo riforme importanti nella moralizzazione del suo partito, al potere da cent’anni al Sud. Quello che è sicuro è che pochi pensano – come certa stampa estera, avida di titoli sensazionali – che i due abbiano il mandato di separare il Belgio. Ma di riformarlo sì.

 

(dal nostro corrispondente a Bruxelles)

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