Il bambino che parlava con le pietre

Articolo

Potevo avere cinque-sei anni. Andavo dietro a papà mentre sgombrava il nostro campicello dalle pietre per seminarlo. Come sempre, l’aveva benedetto prima di iniziare. Ricordo come fosse oggi con quale sacralità – quasi come in un’azione liturgica – era intento a quel lavoro ingrato… Con lo stesso gesto solenne benediceva il pane, prosciutto e vino della nostra merenda. E con quanto gusto beveva quel bicchiere di vino! Questo approccio spirituale alla materia e al mondo creato, assieme al clima di profonda armonia che regnava in famiglia, mi ha segnato per sempre. È affascinante sentire padre Marko Ivan Rupnik raccontare delle sue origini montanare in una famiglia umile, ma ricca di valori grazie ai quali ha saputo superare la terribile prova della guerra, dell’invasione straniera e della ideologia comunista. Sono al Centro Ezio Aletti, a due passi dalla basilica romana di Santa Maria Maggiore. Tutto, nella sua camera, rivela lo studioso e l’artista che è questo sloveno di Zadlog: libri e libri di teologia, spiritualità, filosofia; icone e bozzetti di dipinti… Da piccolo – prosegue – dormivo accanto alla camera dei miei; alla sera mi addormentavo sentendo papà pregare a voce alta, e alla mattina ero svegliato dalla stessa voce che pregava in un libero colloquio con il Signore. Ricordo ancora le lunghe serate d’inverno in cui attendevamo il suo ritorno e il rosario detto attorno al camino. Benché fosse un semplice calzolaio, aveva la sapienza dei piccoli del vangelo: sapeva discernere ciò che conta davvero nella vita da tutto il resto. A scuola i nostri insegnanti cercavano di inculcarci la visione materialista della storia e del mondo; ma non mi sfiorava neppure l’idea di credere a loro piuttosto che a papà. Anzi mi meravigliavo che alcuni miei compagni prendessero sul serio quelle cose. Anche questo devo a lui. Altra figura esemplare quella della mamma, ancora vivente (ha 90 anni). Era più severa di papà, che invece, quando avevamo combinato qualche marachella, cercava sempre di sdram- matizzare. È stato, il loro, un rapporto d’amore maturo, di vero profondo dialogo. Ho davanti agli occhi tante domeniche pomeriggio in cui, mentre noi figli giocavamo, loro due passavano ore seduti davanti alla nostra casa in campagna a parlare, parlare… Quando nell’ultima guerra papà è partito per il servizio militare (essendo quella parte di Slovenia occupata dall’Italia, ha dovuto combattere nella campagna d’Etiopia), la mamma era incinta di una bambina. È rimasto lontano cinque lunghi anni, durante i quali, per l’impossibilità di comunicare epistolarmente, ha ignorato se la mamma avesse partorito bene, e lei se lui fosse vivo o no. In tempi così turbolenti, mia madre è riuscita a mandare avanti la famiglia da sola con l’ultima nata. La considero un’eroina per come ha resistito alla tempesta ideologica della rivoluzione di Tito senza piegarsi a compromessi. Questi per me sono i veri tesori, i fondamenti della mia vita. E queste anche le radici della vocazione sacerdotale e artistica di padre Marko. Ma quale delle due si è manifestata per prima? Quella artistica. A scuola vincevo tutti i premi nelle mostre di disegno. Presto però si è manifestata anche la chiamata al sacerdozio e sono entrato in uno dei due seminari che il regime, stranamente, aveva lasciato aperti in Slovenia. Lì si studiava da matti (ciò che per uno spirito libero come me era una grossa penitenza), ma in compenso ho avuto professori che con la loro coerenza di vita hanno saputo testimoniarmi esattamente l’opposto di quello che sbandierava la propaganda antiecclesiale. Nel 1973 sono entrato nella Compagnia di Gesù; nell’intensa vita interiore del noviziato ho sentito di nuovo fluire quella vena artistica che durante il liceo si era come spenta, e a forza di insistere col padre maestro ho avuto il permesso di riprendere in mano i pennelli. Un giorno un accademico di arte e scienza di Lubiana si è interessato ai miei lavori e ha chiesto chi fosse l’autore. È solo un novizio che si diverte a dipingere. Ma che dici? Secondo me qui c’è ben altro. Al che i miei superiori hanno preso sul serio questa indicazione, e dopo la filosofia mi hanno mandato a Roma a studiare all’Accademia di Belle Arti. Oggi padre Rupnik è un artista affermato. Si tratti di pitture o di mosaici, in ogni sua opera si coglie – è stato detto – il creativo equilibrio tra iconografia bizantina e arte occidentale anche moderna. È un’arte fortemente materica. Non ho mai accettato – spiega – né la visione materialistica del mondo per la quale la materia è ritenuta cosa morta, ma neanche il dualismo spirito-materia di una certa visione idealistica, filosofica. Sempre, da bambino, avevo le tasche piene di pietruzze perché pensavo che si potesse parlare con loro, che dentro ci fosse rimasta la vita: da cui la convinzione che non possiamo gestire la materia come ci pare e piace. Più tardi, studiando i Padri della chiesa, ho capito che la materia ha come un desiderio: essere usata per diventare dono, esprimendo così l’amore interpersonale. Ed è in tal modo che si salva: l’amore, infatti, dura in eterno, e se noi – per così dire – fasciamo la materia con l’amore, la custodiamo per la vita eterna. Questa intuizione ha informato tutta la mia ricerca artistica fino ad oggi. Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura dal 1999, nello stesso anno padre Rupnik ha realizzato con l’Atelier dell’arte del Centro Aletti la sua opera più impegnativa: il grandioso mosaico della cappella Redemptoris Mater affidatogli da Giovanni Paolo II. Mosaico non tanto come simulazione di una pittura, ma proprio come linguaggio delle pietre, dove la materia rozza acquista espressione, sguardo; diventa manifestazione di un volto, cioè della dimensione personale del Creatore. Mentre partecipavo a quest’opera corale, mi sono reso conto di essere immerso in un flusso che mi e ci superava totalmente. Sia io che l’intera équipe abbiamo toccato con mano come su di noi piovesse veramente la grazia di Dio. Ancora adesso mi vengono i brividi nel ricordare come ci venivano le intuizioni artistiche e teologiche, come combaciavano, come si completavano. Il Centro Aletti è una istituzione voluta da Giovanni Paolo II e affidata alla Compagnia di Gesù con lo scopo – sono parole del papa – di creare occasioni privilegiate d’incontro e di scambio sul cristianesimo dell’Est europeo. Esso intende in particolare favorire fra gli stessi orientali la ricerca del significato della fede all’indomani della caduta dei regimi marxisti e di fronte all’estendersi delle acquisizioni, ma anche dei falsi miti della cultura occidentale. Caratterizza questo cenacolo di studi e ricerche – spiega padre Rupnik – l’aspetto della comunione fra gli studiosi: si cerca cioè di calare la riflessione e l’approfondimento culturale nel rapporto interpersonale, in quanto la vita e la verità scorrono attraverso le relazioni umane e non per linee astratte. L’équipe animatrice è formata da gesuiti e consacrate, ossia da una comunità bene armonizzata, e gli intellettuali qui ospitati non trovano mura ma volti, e un ambiente atto a cercare risposte alle problematiche odierne attingendo ai tesori della tradizione apostolica d’oriente e d’occidente. La verità è che solo insieme siamo in grado di indicare Cristo. Uno degli argomenti più cari alla riflessione di padre Rupnik riguarda la memoria di Dio, sulla scorta delle intuizioni in proposito di Vjac?eslav Ivanovic? Ivanov. Secondo questo pensatore russo, solo ciò che Dio ricorda esiste veramente; in altre parole, è nell’amore trinitario, nella comunione fra le Tre persone che tutto rimane in eterno. Allora non serve trattenere ciò che va irresistibilmente nel passato, col rischio di diventare dogmatici, nostalgici o non so che altro; ma piuttosto occorre accedere a questa memoria eterna. In che modo? Non tanto con ragionamenti quanto attraverso una vita nella carità, perché la memoria è comunione (mentre la dimenticanza è l’isolamento). Ma la via regale è quella liturgica, dove la memoria entra nell’anamnesi, nella memoria divina. Si tratta di tematiche vitali perché con la memoria non si scherza. Difatti, quando spunta la memoria ferita, non c’è convincimento razionale che tenga. Nella vita spirituale però si possono guarire le ferite della memoria. Il che vuol dire: invece di pensare alla tragedia, al peccato commesso o subìto, mi ricordo di Colui che ha preso su di sé queste cose e mi guarda con un amore inesprimibile. Questa è la trasfigurazione della memoria, cioè il passaggio da una ferita che mi fa sanguinare a un volto che risana.

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons