I molteplici Borges

Come succede, di fatto, a tutti gli uomini, anche Jorge Luis Borges è stato molti uomini contemporaneamente. La frase non intende imitare goffamente lo stile inconfondibile del grande scrittore argentino, bensì evidenziare che – parlando di lui – conviene distinguere tra il poeta, il narratore, il saggista e l’uomo pubblico che dava lezioni e conferenze e rilasciava innumerevoli interviste… In una pagina memorabile (Borges e io in L’Artefice, 1960), lo scrittore distingue dentro di sé due Borges: quello al quale capitano le cose e le scrive con una certa vanità, e quello che cammina per Buenos Aires e si sofferma a guardare un androne o un portone. Egli stesso, però, conclude: Non so chi dei due scrive questa pagina. Davanti alla poesia Questa molteplicità di Borges – che niente ha in comune con i famosi eteronimi del portoghese Fernando Pessoa – permette anche di osservare differenti atteggiamenti nell’Autore. Borges coltivava con ineguagliabile acutezza l’ironia e il paradosso nella sua prosa, si spingeva fino al limite della logica nella conversazione, spesso per confondere i suoi interlocutori, ma manteneva un atteggiamento quasi religioso di fronte alla poesia, nella quale, nonostante il suo profondo pudore, si sentiva obbligato a rivelare la verità più intima: Il viso non è il viso delle stampe. / È aspro e giudeo. Non lo vedo /ma continuerò a cercarlo fino al giorno /ultimo dei miei passi sulla terra (Cristo sulla croce, ne I congiurati, 1985). Sono i versi di qualcuno che si diceva agnostico e impossibilitato a credere in un Dio personale. Ricordo una sua frase in una conversazione: Non posso credere in un Dio che si occupa di Borges . Tuttavia, aggiunge che non lo vede ma continuerà a cercarlo per tutta la vita. Nel suo ultimo periodo poetico impressionano l’asciuttezza e l’essenzialità della sua scrittura. Un appassionato lettore Per avvicinarsi al Borges scrittore (Non faccio fatica ad ammettere di aver scritto alcune belle pagine ) conviene comprendere in primo luogo il Borges lettore. In effetti, si vantava sempre di essere un eccellente lettore. Attraverso le sue preferenze e le sue spiegazioni comprenderemo qualcosa più della sua letteratura. Il mondo esiste per poter diventare un libro, diceva Mal- larmé. Per Borges, quel libro era tutta la letteratura: una letteratura anonima e universale. Poco importa conoscere la vera identità di Shakespeare, dal momento che quello che conta è Amleto. E conta nella misura in cui appartiene ormai più a tutti noi che al suo autore. Amleto è un sogno che tutti gli uomini avrebbero potuto sognare. Scriverà a proposito di Cervantes, pur senza menzionarlo espressamente: Si credeva finito, solo e povero, /senza sapere di che musica fosse padrone; /attraversando il fondo di qualche sogno, /già lo raggiungevano Don Chisciotte e Pancho. I suoi autori prediletti hanno nomi precisi: Whitman, Conrad, Stevenson, Shakespeare, Cervantes, Quevedo, Chesterton, Valéry, Léon Bloy, Swedenborg, Edgar Allan Poe, Spinoza, l’Eraclito di Platone, Leopoldo Lugones (al quale lo univa una strana relazione di odio-amore, si veda il prologo di L’Artefice), Keats, Schopenhauer, Shaw, Pascal… La Divina Commedia di Dante Alighieri, la Bibbia, Le mille e una notte e il riadattato Macedonio Fernández sono riferimenti- chiave nella sua opera. Proprio lui, che ebbe a dire di cercare infruttuosamente la pagina che doveva scrivere, riconosceva che Dante e san Francesco avevano scritto il poema per eccellenza. Uno scrittore universale Analogamente a Dante, che si sente una persona matura accanto a Virgilio, anche lo scrittore argentino dava l’impressione di conoscere la cifra del suo nome, l’importanza universale della sua parola. Che nessuno confonda questa certezza con una mancanza di modestia. Precisamente per poter universalizzare la dimensione locale (per Borges, tutto ciò che riguarda Rio de la Plata, sostanzialmente Buenos Aires e Montevideo), ha voluto dimostrare come prima cosa il diritto di ogni scrittore ad abbracciare il mondo e pensare le sue filosofie. Come un nuovo e periferico Omero, sentiva che ogni grande letteratura doveva essere epica, e che il suo destino consisteva nel costruire la patria con parole che imparentassero uomini e dèi. Per questo motivo, sentiva nostalgia delle sciabole e delle battaglie. Ha cercato la città nel suo lento declivio verso ovest, nei quartieri delle case basse, nei suoi margini, dove la pampa sembra aggredire gli uomini. Giudicava Buenos Aires tanto eterna quanto l’acqua e l’aria. In altre parole, lo scrittore e il poeta hanno un obiettivo: scrivere la patria. Borges ammetteva di averne due e le identificava con altrettante città: la prima era Buenos Aires-Montevideo; la seconda, dove aveva frequentato il suo buio liceo e dove tornò a morire in silenzio, era Ginevra. Lì riposano le sue spoglie. Allo stesso tempo, intuiva che l’arte è meno straordinaria ed enfatica di quello che molti pensano: Narrano che Ulisse, stanco di prodigi, /pianse d’amore nello scorgere Itaca /verde e umile. L’arte è anch’essa un’Itaca /di verde eternità, non di prodigi (Arte poetica). Il destino di una lingua Jorge Luis Borges, quell’uomo per il quale l’universo e il paradiso si concentravano in una biblioteca (Poche cose mi sono successe e molte ho letto), ha compiuto la prodezza di cambiare il destino del castigliano, obbligandolo a rinunciare alla sua naturale tendenza barocca ed esigendo una concisione e una tensione di tipo classico. Ha saputo creare uno stile erudito e genuinamente nostro, una forma colta e classica ma con un’intonazione creola, con ritmo di payada e di una conversazione piana. C’è un prima e un dopo Borges nella lingua spagnola. E c’è prima un prima e un dopo Borges nella letteratura sudamericana. Racconti come L’Aleph, Funes e Il giardino dei sentieri che si biforcano rasentano la perfezione. I temi centrali Com’è noto, i temi centrali della letteratura di Borges sono molteplici: le gesta di coltello e baldanza mafiosa, i labirinti, le etimologie, gli specchi, il tempo e l’infinito, la tigre, i libri, la memoria e la dimenticanza, la città nei suoi margini, il sospetto della trascendenza… Lasciamo però il lettore nella migliore compagnia possibile. Così scrive Borges nella sua Elegia (L’altro, lo stesso, 1963): Oh destino di Borges, avere navigato per i diversi mari del mondo o per l’unico e solitario mare dai nomi diversi, (…) aver errato per il rosso e quieto labirinto di Londra, essere invecchiato in tanti specchi, aver cercato invano lo sguardo di marmo delle statue, aver studiato litografie, enciclopedie, atlanti, aver visto ciò che vedono gli uomini, la morte, la lenta alba, la pianura e le stelle leggiadre, e non aver visto nulla o quasi tranne il viso di una ragazza di Buenos Aires, un viso che non vuole ch’io lo ricordi. Oh destino di Borges, non più strano forse del tuo.

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