I cercatori di Dio

È aperta fino al 13 gennaio la mostra dei "100 presepi in Vaticano", provenienti da diverse parti dell'Italia e del mondo. Particolare è quello ambientato in un carcere, realizzato dai ragazzi della Comunità Terapeutica Semiresidenziale della Fondazione “Villa Maraini”

I Re Magi sono i “cercatori di Dio”, coloro che non si sono accontentati delle loro certezze ma hanno sollevato lo sguardo e, avendo visto la stella, si sono messi in viaggio. Il loro andare rappresenta anche il percorso interiore di ogni persona che, aprendo il cuore, si mette in cammino fino ad avvicinarsi al presepe, al luogo in cui Gesù si manifesta. «Il presepe rappresenta un segno che i cristiani danno al mondo, ad ogni uomo e ad ogni donna, che c’è speranza, che non ci si può fermare a quello che si vede, ma che bisogna guardare al futuro con coraggio, consapevolezza e audacia», ha detto mons. Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, presentando la mostra dei 100 Presepi in Vaticano.

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Camminando lungo il percorso di questa storica esposizione, tra tanti presepi provenienti da diverse parti dell’Italia e del mondo (Guatemala, Panama, Costa Rica…), creati con materiali diversi e originali, si arriva al presepe in alluminio, rame e smalto, dedicato alle vittime della mafia, del maestro d’arte Santino Barbera. Un’opera che esprime il forte legame con la sua terra, la Sicilia, rappresentata in bassorilievo sulla base di marmo. Ogni dettaglio del presepe ha una sua simbologia, un suo significato profondo: sul tronco delle palme sono inseriti i fiori della passiflora (il fiore della passione di Cristo), ad indicare la rinascita della Sicilia dal sangue dei suoi martiri. La natività è collocata al centro dell’isola, come richiesta di protezione e benedizione per una terra che si rinnova grazie alle persone che quotidianamente lavorano per sconfiggere l’ingiustizia e la violenza.

 

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Gesù nasce nelle situazioni quotidiane della vita e il suo sguardo, la sua presenza, rialza, perdona, guarisce. È questo il messaggio di speranza comunicato dal presepe, ambientato in un carcere, realizzato dai ragazzi della Comunità Terapeutica Semiresidenziale della Fondazione “Villa Maraini”. L’associazione Villa Maraini è l’unico centro antidroga aperto h24, 365 giorni all’anno, oltre che Agenzia Nazionale di Croce Rossa Italiana per le dipendenze. Una realtà che offre molteplici servizi per chi è affetto da dipendenza. Sono oltre 2500 le persone salvate da morte sicura, cui poi si è proposto un percorso di cura terapeutico. L’ambiente del carcere è uno di quei luoghi con cui quotidianamente si entra in contatto per aiutare e sostenere chi è stato recluso per reati legati alla dipendenza. Da qui la scelta di ambientarvi il presepe e di donare un annuncio di speranza: l’amore e la salvezza portate dalla venuta del Bambino Gesù, possono raggiungere ogni ambiente, anche il carcere. Questa speranza dovrebbe spingere ogni persona bisognosa di aiuto, o che abbia vissuto esperienze di dolore e abbandono, a pensare che esiste veramente la possibilità di una vita diversa.

Il Centro Antidroga è una realtà aperta non solo ai tossicodipendenti che, consapevoli della loro malattia, hanno scelto di curarsi e stare bene ma soprattutto verso chi ancora non ha tale consapevolezza e la deve sviluppare. L’intento è quello di aiutare ogni persona, anche chi ha sbagliato per colpa della sostanza che ne ha modificato il comportamento al punto da spingerlo a compiere reati. Tra coloro che frequentano il Centro, ci sono persone che arrivano dal carcere e che man mano maturano la motivazione al cambiamento e ad una prospettiva di vita diversa, libera dalle sostanze.

 

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Il presepe realizzato quest’anno è legato alla storia delle persone che quotidianamente scelgono di salvare la loro vita frequentando una comunità terapeutica; è la storia di tanti carcerati, di tante “anime belle” che non sanno di esserlo. Accanto al presepe si può leggere la testimonianza di Silvio, uno dei ragazzi che ha frequentato la Comunità e ultimato il percorso terapeutico con successo. Arrivato alla Comunità Terapeutica dal carcere in età piuttosto giovane, inizialmente schivo e diffidente, ha poi affrontato un percorso consolidando le sue risorse e acquisendo fiducia in se stesso. In questo cammino, ha anche scoperto la sua vena poetica e ha pubblicato recentemente un libro di poesie.

Così Silvio descrive la sua rinascita: «Carcere…a volte atterraggio di fortuna… È dal luogo di pena che Dio attende la rivalsa dell’uomo sulle ingiustizie commesse contro se stesso e gli altri. È lì che l’odio deve imparare l’amore, trasmutando la violenza in parole invisibili, che scivolano via da sotto i blindati, attraverso le sbarre dei nostri pensieri… Così anche il figlio di Dio, Gesù Cristo, uomo giusto e condannato, rinascerà e con una parola o un gesto porterà la pace nel cuore di molti…».

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