Governo e guerriglieri per il cessate il fuoco

Scade domani la tregua che ha retto, sostanzialmente, durante più di tre mesi. Riprendono anche i negoziati per arrivare a un accordo di pace
Stretta di mano tra Juan Camilo Restrepo e Pablo Beltran in Colombia

Quella che oggi si apre a Quito, capitale dell’Ecuador, sarà un’intensa settimana di negoziati tra il governo colombiano e la guerriglia dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) con il primo obiettivo di prolungare l’attuale cessate il fuoco. La tregua che dovrebbe terminare domani, 9 gennaio, ha avuto inizio nel clima di ottimismo e di speranza suscitato dalla visita di papa Francesco in Colombia, nel settembre scorso. Sebbene ci siano stati incidenti e violazioni, sostanzialmente il cessate il fuoco bilaterale ha consentito un’importante diminuzione del livello di violenza con questo gruppo guerrigliero nel Paese, come non si registrava da anni.

Una tregua che ha avuto la caratteristica di essere accettata come tale dal governo di Bogotá, che durante i negoziati con la guerriglia delle Farc aderì di fatto al cessate il fuoco unilaterale proclamato dal gruppo armato ma senza negoziarlo. Non solo, ma attualmente il governo ha preso l’iniziativa di proporre la sua continuazione. Sabato, in un suo tweet, il presidente Juan Manuel Santos ha fatto sapere che «siamo più che disposti a prorogare il cessate il fuoco con l’Eln e a negoziare le condizioni di una nuova tregua».

La delegazione del governo che giunge oggi a Quito ammette che ci sono difficoltà ad applicare questa cessazione delle ostilità, il cui monitoraggio è affidato ad osservatori dell’Onu ed anche alla Chiesa cattolica. Lo ha fatto presente anche la guerriglia che pure si è detta disposta ad estenderne la durata.

In un video diffuso prima della fine dell’anno, la cupola del gruppo armato ha espresso la volontà di avanzare nei negoziati.

Ma è altresì vero che dopo quasi un anno di sessioni non si registrano accordi precisi su punti sostanziali e l’unico risultato concreto è stato il cessate il fuoco. Per la popolazione delle regioni dove sono sparsi i circa 2 mila guerriglieri dell’Eln, poter sperimentare una vita quasi normale non è poca cosa dopo mezzo secolo di scontri armati e violenze di ogni tipo.

Il dialogo con l’Eln, un gruppo sorto nel 1964 sulla base ideologica di idee marxiste e di principi cristiani, non è facile. Anche perché si caratterizza per essere più orizzontale e meno gerarchico nelle sue decisioni. In alcuni casi, le attività illecite (tra queste il narcotraffico e l’estrazione di minerali) sono diventate parte del sistema “normale” di finanziamento del gruppo. Tanto è vero che in alcuni casi la violenza è generata dal controllo territoriale disputato da gruppi di criminali comuni.

Ma che non sia facile, non significa che sia impossibile. Si avverte il desiderio di poter sperimentare una vita normale, per la quale è necessaria la presenza dello Stato in tutte le sue espressioni. Non ci sono alternative alla pace, ne è più giustificabile la lotta armata. Il 2018 sarà un banco di prova per l’Eln che dovrà metabolizzare questa realtà.

 

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